Vita dal sapore mediterraneo e un paesaggio indimenticabile, questo è Caldaro. Distese di vigneti a perdita d'occhio. Cipressi, piante d'alloro e ulivi fanno parte del paesaggio. Edifici storici, costruiti nello stile tipico dell'Oltradige e appartenuti alle ricche famiglie della zona, costituiscono il fiore all'occhiello del paese.

E poi c'è il Lago di Caldaro, il più caldo dei laghi della zona alpina, che è una meta molto amata da aprile a ottobre.

"wein.kaltern" è l'associazione che raggruppa i viticoltori della zona e che ha lo scopo di controllare la qualità dei vini prodotti. Rigide regole che vanno dall'impianto fino all'immagazzinamento ed alla conservazione, sono garanzia di qualità superiore.
Informazioni turistiche.
Associazione Turistica Caldaro-Raiffeisen
Piazza Principale 8
39052 Caldaro
Tel. 0471 963 169
Fax 0471 963 469
info@kaltern.com
www.kaltern.com
Percorsi enologici lungo la Strada del Vino
Percorrendo i sentieri enologici è possibile seguire individualmente o in compagnia di una guida tutte le fasi di produzione del vino dalla coltivazione della vite alla degustazione.
Di seguito un elenco dei percorsi e dei sentieri didattici lungo la Strada del Vino dell'Alto Adige:  
Percorso naturalistico di Cornaiano-Appiano. 
Natur- und Weinlehrpfad am "Hohen Weg"
Imparare passeggiando 15 cartelli informativi collocati lungo il sentiero introducono alla coltivazione della vite, al lavoro nelle vigne e alla cultura enologica sensibilizzando sull'importanza della cura della vite. Tempo di percorrenza: ca. 40 min. Info: Associazione Turistica Appiano, tel. 0471 662 206, info@eppan.com Percorso didattico sul vino di CortacciaKurtatscher Weinlehrpfad Un'esperienza olfattiva alla scoperta dei nostri vini Partendo dal centro del paese, si segue il cartello in legno che segnala l'inizio del sentiero didattico con l'indicazione "Saltner Pratze". Il percorso si snoda per circa 1,5 km attraverso una plaga viticola che passa in rassegna tutte le specialità tipiche locali e introduce ai diversi sistemi di coltivazione.

Anfore di terracotta contenenti le varie specialità enologiche invitano a cimentarsi in un "esame olfattivo" per imparare a riconoscere il bouquet dei vini. Tempo di percorrenza: ca. 50 minuti fino a Niclara, ca. 1 ora e 40 minuti fino a Magrè. Visita guidata con degustazione: ogni mercoledì alle 14, ca. 4 ore. Info e iscrizione: Associazione Bassa Atesina, tel. 0471 880 100, info@suedtiroler-unterland.it Sentiero enologico di Terlano
Terlaner WeinwegConoscere la storia e la cultura enologica di Terlano 

Partendo dalla Cantina di Terlano si seguono le indicazioni lungo il percorso che si snoda per circa ca. 3,5 km attraverso una plaga sulle alture che circondano Terlano. 20 cartelli informano sulla storia e la cultura enologica locale. E' disponibile un depliant sul sentiero. Tempo di percorrenza: ca. 1 ora e 30 minuti. Info: Associazione Turistica Terlano, tel. 0471 257 165, info@terlan.info Il "Sentiero del vino" di CaldaroWein.Weg in Kaltern

Attraverso i vigneti fino al Lago di Caldaro Attraverso plaghe e cantine vinicole, il Sentiero del Vino conduce al Lago di Caldaro snodandosi a forma di "otto" con il punto di intersezione in corrispondenza di Piazza Principale.

Le plaghe viticole sono evidenziate da inserti in metallo nel manto stradale. Il Sentiero del Vino serve da bussola di orientamento alla scoperta del territorio. Un'apposita cartina segna il percorso e i quattro punti di sosta panoramici con tavoli e panchine. Tempo di percorrenza: ca. 1 ora fino al lago di Caldaro, ca. 1 ora fino a Planizza di Sopra. Visite guidate con degustazione: in primavera e in estate ogni mercoledì alle 16.30, ca. 1 - 1 ora e 30 minuti. Info: wein.kaltern, tel. 0471 965 410, info@wein.kaltern.com
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Le Rocce Vulcaniche.

I terreni sedimentari di cui abbiamo parlato, in ampi tratti del comprensorio Sabatino-Tolfetano sono coperti da rocce vulcaniche appartenenti a due fasi eruttive differenti che danno luogo ad una forma di paesaggio dai toni “drammatici”, completamente diversa dalle dolci colline sedimentarie. E proprio da questi contrasti nasce la grande bellezza di questa Riserva Naturale.

Una prima fase corrisponde alla formazione dai rilievi vulcanici a forma di “cupole”, costituiti da lave dure e compatte, che rientrano nel quadro di attività legate al vulcanismo Tolfetano - Cerite - Manziate di età Plio - Pleistocenica inferiore (tra 4 e 2 milioni di anni fa) e che costituivano proprio gli isolotti di cui parlavamo pocanzi.
Successivamente, dopo un lungo periodo di relativa calma, si è verificato un grande risveglio della attività vulcanica con la formazione dell’apparato Vicano a nord (zona di Vico-Cimini) e dell’apparato Sabatino a sud (zona tra Campagnano e Bracciano), a partire da 700.000 anni fa.

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A differenza del Vulcano Vicano, un classico vulcano con cono principale centrale, quello Sabatino era costituito da numerosi centri eruttivi disposti in genere secondo linee corrispondenti a fratture della crosta terrestre da cui fuoriuscivano magma, vapore d’acqua, gas.

Rocce come i "Peperini listati" affioranti lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione, vennero originati da spaventose eruzioni di “nubi ardenti” o ignimbriti (il termine deriva dal latino e significa “pioggia di fuoco”), uno dei più spaventosi e distruttivi fenomeni della natura, costituito dalla fuoriuscita di una miscela ardente (oltre 800°C) di gas, vapor d’acqua, roccia fusa e massi incandescenti che poteva raggiungere una velocità di 250 Km/ora (a seconda della pendenza dei versanti), distruggendo tutto sul suo cammino. Al termine del fenomeno si aveva un tappeto (una “coltre”, in linguaggio geologico) di ceneri incandescenti che gradualmente si raffreddavano ed indurivano. Un fenomeno simile è stato riconosciuto dai geologi nella spaventosa distruzione della Città di St. Pierre, nella Martinica (Caraibi francesi), avvenuta nel 1902.

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In sponda sinistra idrografica del Fiume Mignone affiorano in prevalenza rocce riferibili a colate laviche che hanno originato rocce dure e compatte, come i "Peperini listati" o il "Tufo rosso a scorie nere", quest’ultimo molto poroso e ricco di pomici nere o da banchi più teneri, pozzolanacei.

Vale la pena di ricordare il diffuso impiego delle rocce laviche dalle elevatissime qualità meccaniche sin dall’antichità per la realizzazione di manufatti particolarmente esposti ad azioni meccaniche prolungate o intense: è il caso dei "basoli" delle grandi opere viarie romane, dei più recenti acciottolati di “sanpietrini” e dei conci per la costruzione di opere di fortificazione, come il Castello Orsini di Bracciano.

Per la facile lavorabilità e le discrete qualità meccaniche i tufi sono stati molto utilizzati come materiali da costruzione (anche ricavandovi tombe o edifici sul posto, come nel caso delle sepolture etrusche) sin dall’antichità.

Nell’area della Riserva Naturale lungo la valle del Mignone, il fosso della Palombara e la valle del Bicione, le rocce vulcaniche sono profondamente alterate dall’azione dei solfuri e solfati originati dalla presenza di gas circolanti nel sottosuolo.

E’ soprattutto in corrispondenza delle zone maggiormente fratturate che si manifestano in superficie sorgenti e venute gassose di C02 e H2S a temperature più elevate della media locale; a queste acque si deve la genesi delle caratteristiche “Solfatare” dove talvolta gorgogliano acque color bianco latte e dove si può osservare la mineralizzazione per incrostazione delle rocce o di materiale organico e la presenza di ristagni con acque ferruginose (come quella del Fosso Rafanello, ancor oggi utilizzata dai locali) dove domina l’intensa colorazione rossastra dovuta alla forte mineralizzazione del sito.

Le rocce, soprattutto dove sono a contatto con acque mineralizzate e calde sono sottoposte ad un intenso processo di mineralizzazione: è questa l’origine della ricchezza di minerali del territorio Monteranese, estratti nel corso dei secoli, dalle miniere settecentesche di zolfo (la più importante è stata sicuramente la Miniera di zolfo del Fosso del Lupo o del Biscione di proprietà della famiglia Altieri che nel 1860 produceva 250 t di minerale) a quelle del manganese degli anni ‘30 per arrivare ai “saggi” per ricerche uranifere degli anni ‘60.

riserva-naturale-monterano fiume

Le rocce vulcaniche sono abbastanza permeabili e l’acqua riesce a raggiungere il sottosuolo e formare falde idriche abbastanza ricche e sfruttate da pozzi, spesso eroganti acque minerali.

Il piccolo altopiano tufaceo o “acrocoro” su cui sorge l’abitato di Monterano (vedi oltre) come quello dall’altra parte della valle del Fiume Bicione, costituito dalla sovrapposizione di diverse rocce vulcaniche (peperini listati del Mignone, Tufo rosso a scorie nere, frutti di diversi episodi eruttivi), è quello che resta dell’antica copertura di rocce vulcaniche, pressoché piatta (“tabulare”), che si formò alla fine delle emissioni di ceneri ed ignimbriti.

Il duro bancone vulcanico, inciso per millenni dai corsi d’acqua che hanno formato le valli strette ed incassate note come “forre” (uno degli ecosistemi più importanti dall’area protetta e del comprensorio), è interessato da fessurazioni che attraversano la massa rocciosa in tutti i sensi e si sta sfaldando per la progressiva separazione delle pareti in massi di diverse dimensioni.

Queste forme di paesaggio, note nel Viterbese come “castelline” perché somigliano ad abitati fortificati, sono tra le più effimere nel panorama geologico laziale e sono destinate a scomparire entro tempi geologicamente molto prossimi. Un masso rotola a valle e ci fa pensare al continuo divenire della Natura, al progressivo trasformarsi di questa nostra Terra.

Flora e Vegetazione.

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Anche a Monterano c’è un antico albero che forse non veniva adorato ma certamente costituiva il luogo dove si svolgevano importanti momenti di incontro della collettività, soprattutto durante il lavoro dei campi: si tratta della maestosa Quercia della Lega, che ha anche una compagna appena un poco più piccola ma altrettanto maestosa.

Il paesaggio vegetale della Riserva Naturale è assai ricco e variato, grazie agli effetti del clima locale; in particolare l’afflusso continuo di umidità dal mare abbassa i limiti altimetrici della vegetazione (cioè si trovano a quote più basse piante che dovrebbero stare in zone collinari più elevate o addirittura montane, come il faggio): questo insieme di fattori viene definito dai botanici come “effetto colchico”. Importante anche il peso delle caratteristiche microclimatiche, cioè al clima di singoli, limitati ambienti quali le forre, sul fondo delle quali, anche nelle estati più secche, troviamo aria fresca e un certo tasso di umidità grazie alla ricchezza di acqua, alla bassa insolazione e alla protezione dai venti. Per tutti questi motivi la Riserva naturale ospita, a stretto contatto, specie di ambiente appenninico quali il faggio e specie di ambito strettamente mediterraneo, come il leccio, specie di areale balcanico come il bagolaro e specie “africane”, come la tamerice.

Fauna.

La Riserva Naturale ospita una fauna ricca e varia che comprende ben 24 specie inserite nelle Liste Rosse (Libro Rosso degli animali d’Italia), nonché negli elenchi di interesse comunitario; essa ospita il 31% della fauna italiana e ben il 56% di quella laziale.

Complessivamente sono state censite 142 specie di vertebrati, con 24 specie inserite nella Lista Rossa (il 19% del totale), un valore assai elevato per un territorio di dimensioni limitate, a conferma della varietà degli habitat presenti e del loro buono stato di conservazione.

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La Riserva Naturale Monterano, istituita nel 1988, tutela uno degli angoli più rappresentativi ed intatti della Tuscia Romana, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, tutelati da un’altra area protetta.

La Riserva Naturale, oggi meta di migliaia di visitatori provenienti da tutta Italia e dall’Europa (attratti dai suoi paesaggi naturali e dalle rovine dell’antica Monterano in cui sono stati ambientati decine di film), dopo un ampliamento dei suoi confini nel 1993, copre oggi poco più di 1.000 ettari di terreno, che custodiscono una grande varietà di ambienti ed una esuberante biodiversità.

Boschi collinari, forre vulcaniche con vegetazione tipica e felci rarissime, prato-pascoli con la loro tipica flora e fauna; il tutto attraversato da un corso d’acqua, il Fiume Mignone, incluso nei Siti di Interesse Comunitario che costituiscono patrimonio dell’intera Unione Europea nell’ambito della Rete Natura 2000.

riserva naturale monterano

Di grande interesse storico-archeologico, ma anche fonte di continue suggestioni panoramiche, la città “morta” di Monterano, con il suo palazzo ducale, l’acquedotto su ardite arcate, la splendida fontana berniniana del leone, il Convento di S. Bonaventura e il tessuto di edifici minori che spesso affondano le loro radici su antiche preesistenze etrusche. Oggi questo ricco patrimonio culturale, grazie alla presenza dell’area protetta, è oggetto di accurati restauri conservativi che contrastano l’incessante opera demolitrice del tempo.

Visitare la Riserva Naturale Monterano significa immergersi in un viaggio nel tempo: tempo dell’uomo con le sue vicende antiche di oltre 3.000 anni, ma anche i tempi molto più lunghi della Natura, che ha modellato questo paesaggio straordinario. Una visita che va fatta prendendosi il tempo dovuto, con calma, soffermandosi sugli spettacolari paesaggi ma anche su piccoli particolari: il volo di una libellula sull’acqua, il gorgogliare di una polla di acqua sulfurea nascosta nella vegetazione, il passaggio furtivo di un picchio o la ricerca, osservando il cielo soprattutto dopo il levarsi del vento, dei grandi rapaci in volo.

Prendetevi anche un momento per uno scambio di impressioni con uno dei tanti anziani di Canale che saranno ben lieti di rievocare fatti e vicende svoltesi in quel territorio a cui sentono, in modo così forte, di appartenere.

Il territorio monteranese si inserisce nel quadro geologico della più vasta regione tolfetano-sabatina, della quale custodisce aspetti rappresentativi. Sui sedimenti calcarei che formano la "base" della serie geologica locale, non affioranti nel territorio monteranese, si sovrappongono i ben noti "flysch" tolfetani. Si tratta di strati sovrapposti di marne (rocce a metà strada tra calcare ed argilla), argilliti (argille trasformate in roccia), arenarie (sabbie trasformate in roccia) e calcari, originatisi tra il Cretaceo ed il Paleogene (quindi tra 90 e 60 milioni di anni fa) nell’ambito dell’antico oceano Tetide.

Questi sedimenti sono poi stati "trasportati" a grande distanza dal luogo di sedimentazione, come dimostra il notevole stato di "disturbo" degli strati rocciosi (in origine orizzontali, oggi intensamente piegati e fratturati). Queste rocce di origine marina sono diffuse nel settore settentrionale ed occidentale della Riserva Naturale (zone della Bandita, Monte Angiano, Monte Ciriano). Al periodo Plio-pleistocenico (tra 5 e 1 milione di anni fa) risalgono sedimenti, anch’essi di origine marina costituiti da argille, argille sabbiose con frequente presenza di lenti e cristalli isolati di gesso, presenti in alcuni limitati settori della riserva (zona di Poggio li Cioccati). I terreni marini sopra descritti nella zona orientale dell’area protetta sono coperti da terreni vulcanici prodotti dall’antico apparato sabatino (zona di Bracciano).

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Tra questi i cosiddetti "peperini listati" affioranti lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione (formati da eruzioni circa 700.000 anni fa), tufi ("Tufo di Bracciano", "Tufo Rosso a scorie nere", visibile nella zona della Greppa dei Falchi), colate laviche come quella visibile presso il casale della Palombara. Le diverse rocce hanno dato luogo a varie forme di paesaggio: ondulazioni collinari con valli fluviali ampie, con versanti a declivio dolce dove sono presenti rocce sedimentarie; valli strette con pareti verticali, dove affiorano tufi e peperini. Numerose le aree interessate da ricerche minerarie (zolfo, manganese) e le emissioni di acque mineralizzate.

Le Rocce Sedimentarie.

Il paesaggio vulcanico e sedimentario che costituisce il comprensorio Tolfetano è modellato dal corso del Fiume Mignone e dei suoi affluenti. Il Mignone, nel suo tratto di media valle, attraversa la Riserva naturale Monterano per circa 8 Km, segnando abbastanza nettamente il confine tra il settore con rocce sedimentarie, sulla sua destra idrografica, e quello vulcanico, in sinistra. Le rocce sedimentarie sono quelle originate da processi erosivi e di disgregazione di rocce preesistenti ad opera del mare, dei corsi d’acqua, del ghiaccio, del vento o dalla successiva deposizione e consolidamento dei detriti, quasi sempre dopo una fase di trasporto da parte degli stessi agenti che abbiamo citato. I terreni di origine sedimentaria sono qui costituiti da “Unità alloctone” cioè da intere formazioni rocciose, spesse centinaia e centinaia di metri, originatesi molto lontano, sul fondo di antichi mari o in ambienti costieri, e “trasportate” per centinaia di chilometri da quelle forze interne al nostro Pianeta che hanno spostato interi continenti, innalzato catene montuose e creato nuovi mari. La più importante di queste formazioni è quella dei "Flysch tolfetani”. Questo strano nome di origine svizzero-tedesca indica rocce originate da enormi frane sottomarine createsi nell’intervallo tra il Cretaceo ed il Paleogene, cioè tra 65 e 23 milioni di anni fa. All’interno di questa formazione troviamo serie di rocce quali gli argilloscisti varicolori (Cretacico medio), costituiti da argille scistose (cioè formate da tanti “foglietti” di roccia argillosa sovrapposti) e la ben più dura e compatta Pietraforte (Cretaceo Superiore - Paleocene).

L’ambiente in cui si sono formati era quello di un mare temperato-caldo, non molto profondo e non lontano dalla costa e dalle foci di fiumi che trasportavano enormi quantità di sedimenti che, periodicamente, davano origine a gigantesche frane sottomarine. Il vero e proprio flysch argilloso - calcareo (Cretaceo superiore - Paleocene), costituito da argille e calcari marnosi (sono rocce calcaree “sporche” per la presenza di una cospicua componente di argilla), costituisce gran parte degli affioramenti sedimentari all’interno del territorio della Riserva Naturale (zone della Bandita, Monte Angiano, Monte Ciriano). Interessante la presenza di pietra paesina, una roccia assai decorativa formata da tante piccole fratture e settori di forma geometrica con diversa colorazione dovuta alla presenza di ossidi. Più limitati i settori con rocce argillose più recenti, formatesi sul fondo del mare pochi milioni di anni fa (ma rimaste sul posto, senza grandi spostamenti come avvenuto per i fondi dei mari più antichi), quando le uniche zone emerse di questo settore del futuro Lazio costiero era costituito da una serie di isolotti vulcanici. Oggi i rilievi dei Monti della Tolfa, di Monte Calvario, che svetta per 545 m s.l.m. sull’abitato di Canale Monterano, dei Monti Ceriti ci ricordano le isole sparse sull’antico mare, soprattutto quando, qualche giorno all’anno, in autunno, emergono dalla fitta nebbia di fondovalle.

Le rocce sedimentarie sono ricche, in questo territorio, di argille e ciò le rende assai impermeabili: l’acqua non riesce ad infiltrarsi ed il sottosuolo è quasi privo di falde idriche. Le colline di origine sedimentaria sono quelle più soggette all’erosione, soprattutto dove manca il bosco o dove il pascolo è eccessivo: i valori di trasporto solido (cioè la quantità di detrito che viene trasportata dai corsi d’acqua) registrati evidenziano un indice di erosione elevato, quantificato in 682 tonnellate/Kmq/anno di terreno eroso e trasportato a mare. La forma di paesaggio che deriva da queste rocce e dall’intensa erosione cui sono sottoposte è caratterizzata da colline dai versanti “dolci”, poco inclinati e valli molto aperte. Da qui l’importanza di assicurare la protezione dei boschi e delle aree cespugliate, queste ultime essenziali per la tutela del suolo e la rinnovazione del bosco, e la corretta gestione dei pascoli, dove il numero dei capi non deve superare la capacità di carico, cioè la quantità di capi che quel terreno, come produttore di alimento può sopportare in un dato periodo senza subire degrado della copertura vegetale e, quindi, erosione.

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