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mercoledì 22 dicembre 2021

Il Parco del Ticino e Lago Maggiore, aree prottete di un parco in soccorso della biodiversità.

Il Parco del Ticino e Lago Maggiore.

Che cosa hanno in comune le pecore Saltasassi e Savoiarda con le capre Sempione e Vallesana? E cosa c'entra con loro il Parco del Ticino e Lago Maggiore? Andiamo alla scoperta di un ambizioso progetto ideato dall'Ente parco che si propone di salvaguardare la sopravvivenza delle razze autoctone altrimenti minacciate di estinzion.

Lo scorso 5 agosto l'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore ha pubblicato un avviso per la ricerca di un potenziale gestore di aree e immobili presso la tenuta Montelame, sita nel Comune di Pombia (NO). Obiettivo principale dell'Ente Parco è la creazione di un centro per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia di razze italiane rare in via di estinzione, il primo in Italia all'interno di un Parco Naturale Regionale.

Salvare le razze in pericolo tutelando il territorio.

 La salvaguardia della biodiversità genetica è uno degli scopi istitutivi delle aree protette. In Italia l'esempio realizzato più noto è quello del Parco Nazionale dell'Asinara, che ha tra i suoi obiettivi la salvaguardia della locale razza di Asino albino. Attraverso progetti specifici i parchi possono dunque contribuire a salvare le razze locali a limitata diffusione e, contemporaneamente, possono gestire ambienti naturali di grande interesse grazie al pascolamento degli animali domestici. Le strategie di conservazione messe in atto sinora non sono però risultate sempre efficaci nel rallentare l'estinzione delle razze autoctone che, a livello mondiale, stanno scomparendo al ritmo di due alla settimana (dati FAO 2011). 

Le tecniche di conservazione delle razze a rischio possono essere in situ (allevamento di una razza a fini produttivi nel suo agro-ecosistema di origine) ed ex situ (gli animali sono allevati in aree diverse da quelle tipiche). Le tecniche ex situ sono uno strumento potente e sicuro soprattutto per la salvaguardia delle risorse genetiche animali a forte rischio di estinzione, o per le quali non sussistono momentaneamente le condizioni per una loro salvaguardia nell'area di origine.
Il progetto Centro Razze

"In Italia esistono allevamenti di razze autoctone che hanno finalità sia produttive che di salvaguardia ma non esistono ancora strutture pubbliche con finalità assimilabili a quelle del Centro Razze che si vorrebbe creare presso la Cascina Montelame, cioè dedicate esclusivamente alla selezione, riproduzione e restituzione agli allevatori di animali appartenenti a razze autoctone italiane a rischio di estinzione" spiega Riccardo Fortina, Professore presso il DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell'Università degli Studi di Torino) e Consigliere dell'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore. 

Il progetto.

"Il progetto – prosegue Fortina - intende contemperare la conservazione della biodiversità zootecnica con la ricerca scientifica e le finalità educative, ed era già stato oggetto di un avviso pubblicato dalla precedente amministrazione che non aveva però trovato grande riscontro, forse anche per via delle condizioni inizialmente richieste."

"L'avviso attuale sta invece avendo positivi riscontri" conferma Monica Perroni, responsabile del Settore Tecnico dell'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore. "Ad oggi sono diverse le manifestazioni di interesse, pervenute prevalentemente da aziende ed associazioni: un ottimo risultato se si pensa che la scadenza ultima era stata fissata al 1° ottobre, tanto che  l'Ente è intenzionato a prorogare il termine al fine di poter coordinare e meglio organizzare i sopralluoghi, le cui richieste ad oggi superano la trentina, e che riguardano tutta la zona oggetto dell'avviso, vale a dire - oltre alla Cascina Montelame - anche 200 ettari circa di terreni a carattere boschivo e agricolo. Inoltre ci piacerebbe recuperare in futuro altri due immobili, la Cascina Casone e il Mulino Simonetta, che versano però in condizioni degradate e dunque richiedono importanti lavori di ripristino".

"Tra gli aspetti del progetto che sono stati approfonditi c'è quello della autosostenibilità finanziaria" prosegue ancora Fortina. "E' previsto che i futuri gestori potranno svolgere altre attività che producano utili, come un maneggio ippico o l'allevamento di bestiame a scopo commerciale. La finalità principale del Centro Razze, è bene specificarlo, non è infatti quella di generare guadagni ma piuttosto di garantire la conservazione del germoplasma animale. In quest'ottica è ipotizzabile, ad esempio, che la restituzione agli allevatori dei riproduttori delle razze conservate potrà avvenire a titolo gratuito" .

I gestori.


I gestori avranno inoltre la possibilità di svolgere attività agricola, coltivando e conducendo i terreni in conformità alle regole del Parco, utilizzando le materie prime del luogo, anche per prodotti tipici dell'area, con la possibilità di mettere in campo buone pratiche agricole e modelli virtuosi. L'area è particolarmente adatta all'allevamento di cavalli e asini - può contare su alcune strutture già esistenti e destinabili a scuderie, maneggio e ricovero - e alla promozione di attività educative e di ippoterapia.

Sul sito del parco, oltre al testo dell'avviso e ai relativi allegati - come cartografie e foto della zona in oggetto – è disponibile un dettagliatissimo studio di prefattibilità realizzato dalla Cooperativa Eliante Onlus con cui si prefigurano gli scenari futuri, gli aspetti economici e il cronoprogramma, e si fornisce ogni altra indicazione utile per lo sviluppo del progetto.
Le razze a rischio che potranno essere ospitate

Nella fase di avviamento del Centro Razze, a seconda delle caratteristiche del conduttore che si aggiudicherà l'incarico, si prevede l'allevamento di piccoli ruminanti (capre e pecore), che sono di più facile gestione rispetto ai bovini e ai suini, oppure di asini e cavalli. I terreni e le strutture, tuttavia, potranno essere destinate in futuro anche ad altre specie, adottando idonee tecniche di allevamento nel rispetto dei limiti e dei vincoli imposti dalla normativa vigente e dagli obiettivi di conservazione dell'Ente Parco.

"Inizialmente il progetto ipotizza l'allevamento di 4/5 razze italiane di asini o cavalli a limitata diffiusione, o il recupero di un 5/6 razze ovi-caprine che abbiano una consistenza numerica critica o minacciata secondo la classificazione FAO e che provengano dal Piemonte o da altre regioni del Nord Italia" spiega ancora Fortina. "Tra quelle piemontesi ci sono la pecora Savoiarda camera-2112207 960 720 con circa 100 capi superstiti - e la Saltasassi camera-2112207 960 720, di cui restano circa 30 capi nelle province di Novara e Verbania. Fra le capre, la Sempione camera-2112207 960 720, con una trentina di esemplari, e la Vallesana camera-2112207 960 720, di cui vivono ancora poche decine di capi. Fra quelle di altre regioni vi sono la pecora lombarda Ciuta camera-2112207 960 720, che costituisce la più piccola razza ovina dell'arco alpino, e la Capra Orobica camera-2112207 960 720, proveniente dalle Alpi Orobiche, dove ne vivono ancora poche centinaia di capi" conclude Fortina.

A Cascina Montelame verranno ospitati, nel caso dei piccoli ruminanti, fino a 10 capi per ciascuna razza (possibilmente 2 maschi e 8 femmine). OItre a preservare e a incrementare il numero di riproduttori puri, il Centro Razze svogerà anche il compito di fare attività di selezione e di recupero delle caratteristiche originarie delle popolazioni meticciate, grazie al sostegno e al supporto scientifico e tecnico di ricercatori universitari e di personale specializzato.

In futuro potranno essere ospitate anche altre razze autoctone, come il Cavallino di Monterufoli, il Bardigiano, il Murgese o il Pony di Esperia, o razze di asini come l'Amiatino e il Ragusano, o altre pecore, come la rarissima Garessina, o le capre Fiurinà, Frisa e Bionda dell'Adamello.
 
Per quanto riguarda il futuro maneggio, infine, lo studio di prefattibilità immagina che possa ospitare cavalli sportivi "non DPA" (cioè non Destinati alla Produzione di Alimenti), vale a dire animali al termine della loro carriera agonistica. La loro gestione, infatti, è uno dei maggiori problemi che investe i proprietari, che devono farsi carico degli animali garantendo loro una dignitosa pensione. Anche in questo caso, quindi il parco svolgerebbe una funzione utile che ben si inserisce nelle sue finalità.

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venerdì 15 ottobre 2021

Parco naturale di Marcarolo, conosciamo meglio il Rinolofo maggiore simbolo della conservazione delle ex miniere d'oro.

 


Conosciamo meglio il Rinolofo maggiore, pipistrello simbolo della conservazione delle ex miniere d'oro del Parco capanne di Marcarolo. 

Un massimo di 14 individui nella Miniera d'oro M2 in Valle Moncallero. Questi i dati raccolti, lo scorso inverno, dai guardiaparco del Parco naturale di Marcarolo sul Rinolofo maggiore o ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum): una specie di pipistrello, dunque, diffusa seppure non abbondantissima, per questa area naturale.

Rinofolo maggiore è il più grande rappresentante della famiglia dei Rhinolophidae con un lunghezza testa-corpo di 56-71 mm, un'apertura alare che può arrivare a 40 cm e un peso fino a 34 grammi. E' un animale sedentario tanto che la distanza tra il rifugio estivo e quello invernale solitamente è compresa tra i 20 e i 30 chilometri.

La caratteristica della specie sono le orecchie grandi con apice acuto e l'assenza del trago, la sporgenza che delimita il foro auricolare opposta al padiglione.

La peculiarità dei Rinolofi però è sicuramente la complessa struttura nasale a forma di violino nella quale sono presenti tre parti distinte: una inferiore, a forma di ferro di cavallo, dalla quale deriva il nome scientifico, che copre il labbro superiore e circonda le narici; una superiore appuntita, detta lancetta, attaccata soltanto alla sua base ed appiattita frontalmente e una intermedia, detta sella. E' dal naso che emette gli ultrasuoni per localizzare le prede e orientarsi nel buio più assoluto. I suoi caratteristici impulsi sonori sono a lunga durata e frequenza costante di 77-83 kHz.

Il Rinolofo maggiore ha una colorazione variabile ma generalmente è marrone chiaro sul dorso e più chiaro sul ventre.

La riproduzione avviene nel periodo dalla fine dell'estate alla primavera dell'anno successivo in territori riproduttivi adatti. Tra giugno e luglio la femmina, dopo una gestazione di 72 giorni, partorisce un solo cucciolo inetto (raramente due) che pesa circa 5-6 grammi; il piccolo aprirà gli occhi dopo 7 giorni di vita, imparerà a volare dopo 4 settimane e sarà indipendente a 7-8 settimane.

Negli spostamenti all'interno del rifugio i piccoli rimangono aggrappati al corpo della madre. Una curiosità è la presenza nelle femmine di due false mammelle, situate nella parte bassa del ventre, le quali servono al giovane per attaccarsi fortemente alla mamma; quando invece gli adulti vanno all'esterno per la caccia, i piccoli rimangono appesi al soffitto.

Durante le fasi di riposo i rinolofi infatti si appendono nella classica posizione a testa in giù avvolgendosi più o meno completamente nella membrana alare con la coda ripiegata sul dorso.

Il Rinolofo maggiore predilige le zone calde e aperte con alberi e cespugli prossime ad acque ferme o correnti, anche in prossimità di insediamenti umani; trova rifugio estivo in fessure dei muri, alberi cavi e grotte ma svernano in cavità sotterranee con temperature tra i 7°C e 12°C.

Le aree di alimentazione sono situate anche in zone con copertura arborea e arbustiva e l'individuazione della preda può avvenire, oltre che in volo, anche da terra a discapito di Lepidotteri, Coleotteri ed altri invertebrati.

Lascia i rifugi all'imbrunire per cacciare con volo "farfalleggiante", piuttosto lento e solitamente basso (da 30 cm a 6 metri dal suolo).

Studiare i chirotteri in miniera

Le abitudini notturne, la difficile individuazione dei posatoi, la difficoltà di determinazione delle specie e la loro ampia diffusione, rende difficile ogni operazione di monitoraggio di questi animali. Inoltre, le loro vocalizzazioni, non percettibili dall'orecchio umano, sono identificabili solo con appositi strumenti, i bat-detector.

L'Ente di gestione delle Aree protette dell'Appennino piemontese ha inoltre intrapreso concrete azioni di conservazione rivolte agli ambienti sotterranei che ospitano le specie di chirotteri di maggior valore conservazionistico a livello europeo. Nel 2019 sono state messe in sicurezza quatto miniere nella Valle del Gorzente, all'interno del Parco naturale di Capanne di Marcarolo, mediante l'installazione di appositi cancelli a barre orizzontali che consentono l'accesso ai chirotteri e ad altra fauna troglofila (es. Geotritone Speleomantes strinatii, anch'essa specie protetta la cui conservazione richiede l'istituzione di Zone Speciali di Conservazione).

Nel 2019 ha poi recuperato e messo in sicurezza le Miniere M1, M2, M3 e M13 situate nella Valle del Gorzente, all'interno del Parco naturale di Capanne di Marcarolo, mediante l'installazione di appositi cancelli a barre orizzontali che consentono l'accesso ai chirotteri e ad altra fauna troglofila (es. Geotritone Speleomantes strinatii, anch'essa specie protetta la cui conservazione richiede l'istituzione di Zone Speciali di Conservazione).

Le miniere "M1" e "M13" sono state messe in sicurezza nella parte iniziale del loro sviluppo nell'ambito del Progetto di valorizzazione e gestione dei siti Minerari che ha previsto anche la possibilità di accesso ai visitatori secondo un protocollo di fruizione che tiene conto scrupolosamente degli obblighi comunitari in materia di conservazione delle specie e degli habitat: l'accesso a scopo didattico – fruitivo, pertanto, è possibile unicamente dal 15 aprile al 15 ottobre di ciascun anno su prenotazione, con accompagnamento obbligatorio di una Guida autorizzata dall'Ente parco.

 
La conservazione della specie

Come per tutti i chirotteri, anche per il Rinofolo maggiore, la conservazione passa inequivocabilmente per la protezione dei loro rifugi riproduttivi, quelli di svernamento e degli habitat nei quali esse vivono. Persino luoghi di modesta estensione e dalla natura molto particolare come grotte e miniere, sono indispensabili alla sopravvivenza di molte specie tra cui i pipistrelli, troppo spesso misconosciuti e bistrattati ma il cui ruolo è vitale per la salute degli ecosistemi.

Il Rinolofo maggiore è specie inserita negli allegati II e IV della Direttiva Habitat (Dir. 92/43/CEE) "Specie di interesse comunitario che richiede una protezione rigorosa" e "Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione". È inoltre inserita nell'Allegato II alla Convenzione di Bonn (resa esecutiva in Italia con la Legge 42/1983) che comprende le specie migratrici considerate in cattivo stato di conservazione, per la cui tutela le Parti contraenti s'impegnano a concludere accordi ai fini di conservazione e gestione. La specie è altresì inclusa nel cosiddetto Bat Agreement o Accordo sulla Conservazione dei Pipistrelli in Europa (ratificata in Italia con Legge 104/2005). È infine incluso nell'Allegato II "Specie particolarmente protette" della Convenzione di Berna (ratificata in Italia con Legge 503/1981).

Complessivamente lo status di conservazione a livello europeo non appare favorevole. Le cause principali sono imputate all'utilizzo di sostanze tossiche nelle opere di ristrutturazione, al disturbo arrecato alle colonie o alla completa distruzione dei rifugi, all'avvelenamento da parte dei pesticidi utilizzati in agricoltura, nonché alle alterazioni degli habitat di foraggiamento.

Attualmente gli interventi di conservazione dovrebbero prevedere innanzitutto una migliore definizione dello status di conservazione della specie con l'identificazione del maggior numero di siti di rifugio. La protezione delle nursery (colonie riproduttive) e dei siti di svernamento, anche ospitanti pochi individui, è una delle azioni più importanti da intraprendere (particolare attenzione va posta alle ristrutturazione degli edifici e ad eventuali posizionamenti di grate di chiusura alle cavità naturali e artificiali). In secondo luogo è necessario adottare misure di gestione del paesaggio che consentano il mantenimento di ambienti naturali e seminaturali diversificati. Come per tutte le altre specie di Chirotteri risulta estremamente importante una corretta educazione e divulgazione relativa alla "convivenza" con questa specie.

Chirotteri in numeri

Delle 97 specie di mammiferi terrestri presenti in Italia, 35 appartengono all'ordine dei Chirotteri (dal greco keir, mano e pteron, ala, letteralmente "mano alata"). La loro prerogativa è quella di volare grazie a un adattamento della mano. Ad esclusione del pollice le altre dita sono particolarmente allungate e unite da una sottilissima membrana di pelle, il patagio, leggera ed elastica, che consente il volo.

In Piemonte le specie di pipistrelli attualmente note sono 28 e di queste ben 19 sono presenti anche Parco naturale regionale delle Capanne di Marcarolo; ognuna di queste ha abitudini ecologiche differenziate sia nella scelta dei rifugi (cavità di alberi, sottotetti di case, ponti, grotte), sia negli ambienti di caccia (boschi, radure, zone umide, giardini, edificati).

Nell'ambito della biodiversità quindi, i pipistrelli giocano un ruolo essenziale ma, è bene ricordarlo sempre, svolgono anche un importantissimo servizio ecosistemico mangiando una enorme quantità di insetti effettivamente o potenzialmente nocivi alla salute umana, ai coltivi e ai boschi.

A partire dal 2000, il parco ha avviato un programma a lungo termine di studi denominato "Progetto di studio e gestione della biodiversità in ambiente appenninico", che ha consentito nel tempo di arrivare a dati fondamentali sulle specie e gli habitat dell'Area protetta, in particolare presenza/assenza di specie protette, stato di conservazione, vocazionalità ambientale. Questa mole di dati ha portato nel dicembre 2009 alla redazione del Piano di gestione del Sito di Importanza Comunitaria "Capanne di Marcarolo", che comprende 3 Piani di Azione, i primi redatti e approvati in Piemonte. Quello sui chirotteri è stato elaborato con la collaborazione del chirotterologo Roberto Toffoli, esperto nello studio di questi animali in Italia e all'estero. Nel 2009 è stato approvato inoltre il "Piano stralcio delle aree aurifodine" con due finalità: una, prioritaria, di carattere conservazionistico delle peculiarità biologiche del contesto territoriale sul quale insistono le ex miniere, l'altra culturale e socio economica, finalizzata alla valorizzazione del patrimonio realizzato tramite il lavoro quotidiano e l'esperienza delle genti del territorio e alla promozione di uno sviluppo economico sostenibile a favore delle comunità locali, creando nel tempo nuove opportunità di impiego, soprattutto nel campo del turismo naturalistico.

Attualmente gli studi scientifici a scopo gestionale e i monitoraggi previsti dalla normativa comunitaria e nazionale, comprendono tutte le Aree Protette dell'Appennino Piemontese e i Siti della Rete Natura 2000 gestiti dall'ente gestore.

fonte: http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/parchi-piemontesi/item/4769-quel-pipistrello-dalle-grandi-orecchie-che-ama-l-appennino

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venerdì 30 luglio 2021

Turismo in Piemonte: Riserva naturale di Mont Mars, tra boschi, laghi e antiche tradizioni.


Turismo in Piemonte: Riserva naturale di Mont Mars.

La riserva naturale Mont Mars (in francese, Réserve naturelle du Mont Mars) è un'area naturale protetta ubicata in Valle d'Aosta, creata nel 1993 nel comune di Fontainemore.

Si tratta dalla più grande tra le riserve naturali istituite dalla Regione Autonoma Valle d'Aosta. 

"E' piacevole passeggiare sopra i letti di queste foglie fresche, croccanti, e fruscianti. Come vanno splendidamente alle loro tombe! Con quanta delicatezza si sdraiano e diventano terriccio! Dipinte di mille colori, e adatte a diventare i letti di noi che viviamo. 

Così marciano alla loro ultima dimora, leggere e vivaci.Esse ci insegnano come morire. Ci si chiede se potrà mai venire un tempo in cui gli uomini, con la loro vantata fede nell'immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità." (H. D. Thoreau).  

La diga Vargno.

La diga Vargno è un un ampio specchio d'acqua, fu costruita nel 1916 da una società che intendeva sfruttarla a fini idroelettrici, successivamente, a causa di scarse garanzie di tenuta, il muro fu inciso per lasciare defluire le acque e riportarle al loro livello naturale.

Dalle sue sponde si possono ammirare le cime intorno che, sospese sulle nostre teste, sembrano ricoperte di una luce dorata, e ci danno l'idea come di una promessa, quanto meno ci suggeriscono impressioni positive, davanti la meraviglia è impossibile credere che la bellezza un giorno verrà cancellata, essa, pare convincerci che continuerà a esistere, agganciata al corso delle cose. Dopo una doverosa pausa, lasciato il lago, il percorso continua su una mulattiera lastricata che, dopo circa un' altra ora, conduce al bellissimo Lago Long. Lasciato alle nostre spalle anche questo piccolo specchio d'acqua luminoso, si riprende a salire, fino a oltrepassare sulla sinistra uno spettacolare sperone roccioso, che assomiglia a un gigante che osserva il vuoto, oltre il quale, dopo poco, si arriva al ripiano del Lago della Balma, a quota 2.022 metri, dove si trova anche l'omonimo rifugio, circondato da un altro laghetto.

 

Colle della Barma.

Il luogo è meraviglioso, ma non è la nostra meta di oggi, per arrivare al Colle della Balma, la salita continua, su una pietraia lunare, dove variegate pietre bellissime e colorate, di ogni grandezza e forma, accompagnano il cammino, fino al colle, a quota 2.261 metri, dove si trova una croce e un piccolo bivacco, posto sulla linea di confine tra Valle d'Aosta e Piemonte.

Il Colle della Balma, dove la terra incontra il cielo

Il Colle, spartiacque fra il Biellese e la Valle d'Aosta, è un luogo di sconfinata armonia e Bellezza, dove la Terra incontra il Cielo. Si presume che, verso la fine V secolo a. C. proprio da qui passarono i galli celti per arrivare in Piemonte.

Dopo di allora, il passo fu costantemente frequentato dai commercianti, poiché costituiva il percorso più breve per il trasporto del sale dalle miniere della Valle d'Aosta. Ma anche i pellegrinaggi spirituali non mancarono, essi risalgono alle più antiche tradizioni della devozione cristiana in territorio alpino, tra cui quella degli abitanti di Fontainemore che, per scongiurare il paese valdostano da catastrofi come le pestilenze, la siccità, le alluvioni e altre possibili disgrazie, in passato, come ancora oggi, ogni cinque anni, attraversavano a piedi il Colle per raggiungere l'antico santuario di Oropa. 

Un rito molto antico, tanto che la manifestazione viene citata già su alcuni documenti risalenti Cinquecento.

Oltre il colle, verso altre vie, altre destinazioni.

Monte Camino.


Dal Colle vi sono altri itinerari, come l'anello che porta al Monte Camino, la seconda cima del biellese. Per percorrere tutto il percorso ad anello, andata e ritorno, serve circa un'ora e mezza. Vi si accede risalendo, alla sinistra della croce, una ripida cresta rocciosa a gradoni.

Superati i primi metri, il sentiero serpeggia su una cresta meno esposta, fino a un altopiano erboso, dopodiché si ricomincia a salire fino alla base di una piccola parete rocciosa, al di là del quale si riconosce l'ultima cresta pietrosa che conduce in vetta al Camino.

Sebbene la quota del Monte Camino non sia particolarmente elevata, essa si trova a 2.388 metri, la sua posizione lo rende un punto panoramico eccezionale in tutte le direzioni.

Innumerevoli le cime da qui riconoscibili, tra cui il Gran Paradiso, il Cervino, l'intero massiccio del Rosa, tutte le Alpi Biellesi con il vicino Mucrone e la Colma di Mombarone e naturalmente il Monte Mars e la Pianura Padana. Qui si trova anche una rosa dei venti, dove sono segnalate le distanze con i monti e le città visibili più vicine. Per chiudere l'anello, si scende in direzione della Capanna Renata, un piccolo rifugio alpino, passando poi per il grazioso laghetto del Camino e risalire verso il Colle della Balma, nel punto in cui si ricongiunge il sentiero percorso all'andata.

Fonte.

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venerdì 18 giugno 2021

Turismo in Piemonte: le grandi cascate della Novalesa, una delle meraviglie naturali della Val Susa.

Turismo in Piemonte: le grandi cascate della Novalesa.

Alla scoperta delle cascate della Novalesa, una delle meraviglie naturali della Val Susa, fra notazioni paesaggistiche e una breve incursione nella storia.

Tra le tante meraviglie naturali della Val Susa ci sono varie cascate e tra queste le più note sono forse quelle della Novalesa. Il luogo è molto propizio ai grandi salti d'acqua: la Val Cenischia è di morfologia tipicamente glaciale e sulla sua sinistra idrografica la bastionata montuosa tra il Rocciamelone e la Punta Marmottere, di altezza ben superiore ai tremila, strapiomba su un terrazzo glaciale attorno ai milleottocento metri di quota.

La Val Cenischi tra il Rocciamelone e la Punta Marmottere.

Questo si raccorda con il fondovalle, situato a poco più di novecento metri, con una ripida scarpata incisa da alcuni torrenti. In primavera la neve accumulata ai piedi delle cime si scioglie e questi ultimi, riempiendosi d'acqua, danno vita a cascate altissime e spettacolari. I salti d'acqua sono molti, ma i due più famosi si trovano a poche decine di minuti di cammino dal centro del piccolo comune di Novalesa. Si tratta della cascata del rio Claretto camera-2112207 960 720, di circa cento metri di altezza e ben visibile anche da lontano camera-2112207 960 720, e di quella del rio Marderello camera-2112207 960 720, che si trova un centinaio di metri a sud della prima. 

A scanso di equivoci va subito detto che, nonostante il nome poco accattivante, anche le acque di questo secondo torrente in primavera sono bianchissime e spumeggianti. La sua cascata è però un po' meno evidente da lontano perché si trova al fondo di un breve canyon, formato dall'azione erosiva del torrente e caratterizzato da altissime pareti rocciose lisce e grigiastre. Esplorare – con la dovuta prudenza - questa rimbombante e freschissima "camera segreta" è una esperienza che si ricorda a lungo.

Nell'Ottocento le cascate della Novalesa rappresentavano una meta turistica rinomata.

Le cascate della Novalesa nel loro complesso non sono però mai state un segreto. Anzi, già nell'Ottocento rappresentavano una meta turistica rinomata, in particolare quando per la Val Cenischia e il Colle del Moncenisio passava la più frequentata via di comunicazione tra Piemonte e Savoia, e nel "Dizionario corografico degli Stati Sardi di Terraferma" del 1854, compilato da Gugliemo Stefani, sono menzionate come "le famose cascate che i viaggiatori non mancavano di visitare quando tenevasi la strada di quella valle".

Passata ormai da tempo l'epoca dei "touristes" e dei loro lunghi viaggi attraverso l'Europa, i veri esperti di cascate sono oggi gli appassionati di arrampicata su ghiaccio, e durante l'inverno la zona della Novalesa offre loro una variegata gamma di percorsi di diversa difficoltà e altezza.

 La "Coda di cavallo", il "Lungo cammino dei ghiacciatori" o il "Fungo magico" sono solo alcuni dei nomi delle vie su ghiaccio della zona, alcune delle quali scoperte e descritte più di quaranta anni fa dal mitico Gian Carlo Grassi. Le due cascate principali non sono però incluse nella top-ten degli ice-climbers: prendono troppo sole e, complice anche la quota piuttosto bassa, difficilmente l'acqua riesce a trasformarsi in un ghiaccio con le caratteristiche giuste per l'arrampicata.

L'antica e suggestiva Abbazia della Novalesa.

Con la bella stagione invece le due grandi cascate camera-2112207 960 720 diventano una meta importante per il "turismo di prossimità", e attirano molti ammiratori dalla Valsusa e dal Torinese. 

Un ampio piazzale sterrato offre un comodo parcheggio camera-2112207 960 720 ai visitatori motorizzati, che in pochi minuti di cammino possono raggiungerne la base. Nelle calde giornate estive i salti d'acqua non sono forse così spettacolari come in primavera, ma l'acqua nebulizzata offre un piacevole refrigerio a chi passa da quelle parti. 

Poco prima del paese di Novalesa si trova un'area attrezzata per un picnic, e la zona offre vari bar, agriturismi e ristoranti. Tra l'altro, oltre alle cascate, di sicuro meritano una visita anche il piccolo ma interessante centro storico, l'antica e suggestiva Abbazia della Novalesa e i laghetti di Ferriera Moncenisio che, a pochi km di distanza dalle cascate, costituiscono un altro incantevole angolo di natura valsusina. 

Fonte.

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venerdì 21 maggio 2021

Turismo in Piemonte: Il Gran Bosco di Salbertrand foresta unica nel panorama vegetazionale del Piemonte.

 

Le strade che salgono nel Parco naturale del Gran Bosco sono infatti chiuse al traffico motorizzato già dal fondovalle, e poco più di 1 km di strade secondarie separa il parcheggio di Pinea dalla stazione ferroviaria: quindi l'escursionista che sceglie il treno deve camminare solo 35 minuti in più - tra andata e ritorno - di chi arriva in auto (e con le tariffe dell'autostrada valsusina la scelta del treno risulta anche economicamente interessante...).

L'escursione si svolge nel parco naturale del Gran Bosco di Salbertrand, che è stato istituito nel 1980, dal 2012 fa parte del sistema dei Parchi delle Alpi Cozie, e si estende su 3774 ettari per proteggere il vasto bosco di abeti, larici e pini cembri che ammanta il versante destro della media Valle di Susa camera-2112207 960 720.

Turismo in Piemonte: Il Gran Bosco di Salbertrand.

L'aspetto più interessante del Gran Bosco sono i 700 ettari di foresta mista di abete bianco e abete rosso, unica nel panorama vegetazionale del Piemonte, a cui si unisce l'estrema rarità dell'abete rosso nelle Alpi occidentali. Inoltre alle quote più elevate vi è una notevole presenza di pini cembri.

Disponendo di una sola giornata, si può effettuare da Salbertrand un piacevole itinerario ad anello nel fitto bosco di abeti camera-2112207 960 720 e larici dove è possibile l'avvistamento di caprioli e in autunno si possono sentire i sonori bramiti dei cervi. Il sentiero sale fino a quota 1800, dove si incontra la strada forestale che si snoda quasi in piano nel bosco fino ai pascoli di Montagne Seu, la piccola borgata dove si trova il rifugio Arlaud camera-2112207 960 720. Dopo la sosta per il pranzo o il pic-nic, si scende lungo la mulattiera della Gta, che tocca anche diverse radure dove il panorama si apre sulla valle.

Il rifugio Arlaud.

Il rifugio Arlaud - primo rifugio alpino ad ottenere la certificazione europea Ecolabel - è allestito in una baita ristrutturata con cura dal Parco ed è gestito dal 2002 da Elisa Pecar, che ha scelto coraggiosamente di tenerlo aperto non solo nei mesi estivi, ma anche in tutti i fine settimana delle altre stagioni. Quindi in autunno inoltrato si può cenare e dormire in rifugio, e si ha la possibilità di effettuare escursioni piuttosto lunghe.

Ad esempio, disponendo di un giorno e mezzo, si può estendere l'escursione precedente con un altro anello, raggiungendo la quota più elevata del Parco naturale, i 2615 m del Monte Gran Costa e toccando i diversi ambienti naturali che si succedono su 1600 metri di dislivello. Nel pomeriggio del sabato si sale da Salbertrand al rifugio Arlaud. 

Il giorno successivo si sale ancora tra larici e pini cembri, fino al limite superiore del Gran Bosco e si prosegue per pascoli sulla "strada dei cannoni" fino al crinale che separa la Valle di Susa dalla Val Chisone, con possibili avvistamenti di camosci. Infine con un'ultima breve salita si raggiunge la panoramica cima del Monte Gran Costa, dove si trovano i ruderi di una imponente fortificazione. Quindi si scende lungo il sentiero Gta al rifugio Arlaud, e si continua lungo la Gta fino alla stazione di Salbertrand, effettuando così un mini trekking con 1650 metri di dislivello e un tracciato a forma di 8.

Arrivare in treno.


Si raggiunge la stazione di Salbertrand con la ferrovia che collega la stazione di Torino Porta Nuova a Bardonecchia. Ci sono treni ogni ora nei giorni feriali e ogni 2 ore nei festivi, che da Porta Nuova arrivano a Salbertrand in poco più di un'ora (66-70 min. se puntuali), con un costo di 5,90 € (11,80 € a/r).


Arrivare in auto.


Si percorre la A32 fino all'uscita di Susa e poi la SR 24 che risale la valle fino a Salbertrand: alle prime case si svolta a sinistra in discesa e con un ponte si attraversano ferrovia e Dora Riparia (oppure si esce a Oulx est e si percorre la SR 24 in direzione di Salbertrand, andando a destra al cartello che indica la stazione). Si va a destra su via Rey, si passa sotto l'autostrada e si prosegue su uno sterrato, seguendo i cartelli segnavia e la descrizione dell'itinerario pedonale, fino al parcheggio di Pinea.

L'escursione di giornata.


Usciti dalla stazione di Salbertrand (1000 m) si va a sinistra due volte, prendendo via Arlaud che scavalca la ferrovia e la Dora Riparia e giunge subito a un trivio. Seguendo i cartelli segnavia per Pinea e della Gta, si va a destra su via Rey, si passa sotto l'autostrada, si lascia a sinistra via Fontan (dove c'è la sede del Parco) e si prosegue sullo sterrato verso il bosco. 

Al margine del bosco si lascia a sinistra il sentiero Gta (che si percorrerà al ritorno), poi a destra uno stradello e il Sentiero dei Franchi, arrivando al parcheggio dell'area attrezzata Pinea (1050 m, 0.20 ore; fin qui si arriva anche in auto).

Sulla destra del parcheggio si segue la stradina vietata ai mezzi motorizzati trovando subito un bivio con cartelli camera-2112207 960 720: si va a destra,seguendo la vecchia strada militare per Monfol. 

Dopo 200 metri si trova a sinistra l'inizio del sentiero 1 (detto "tagliacurve"), che si segue salendo a lievi svolte nel fitto bosco di conifere. Il sentiero sfiora 3 tornanti della strada e arriva al viottolo per Bouissoniere: si va a destra e dopo pochi passi si trova la strada militare. Il sentiero incrocia per altre 5 volte questa stradina tagliandone i tornanti e giunge a un bivio: lasciato a destra il ramo per Sersaret, si va diritto in diagonale nella fitta abetaia, giungendo su una pista forestale (1500 m circa, 1.15 ore).

La Fontana del Fanja.


Qui c'è la Fontana del Fanja, a fianco della quale il sentiero 1 sale ripido a lievi svolte tra bosco e radure. Poi la pendenza si addolcisce e il sentiero poggia a sinistra entrando in un valloncello, attraversa un rio e a mezza costa supera altri ruscelli, prosegue con lievi saliscendi e con un paio di svolte confluisce sul viottolo indicato dal segnavia 2 (1790 m). Seguendolo si va in lieve salita e con un'ampia curva a destra si esce sulla stradina camera-2112207 960 720 che collega Montagne Seu a Monfol (1870 m, 1 ora).

Si va a sinistra, percorrendo questa piacevole strada - chiusa al transito dei mezzi non autorizzati - che va in piano per 2 km nel lariceto e poi tra i pascoli, fino a Montagne Seu (1770 m, 0.25 ore).

Nel bel villaggio, con case restaurate e una cappella camera-2112207 960 720, si trova l'antica baita che ospita il rifugio Arlaud, dove si può sostare per il pranzo (indispensabile prenotare).

Tornare a valle.


Per tornare a valle, sulla sinistra del rifugio si trova la mulattiera Gta che scende tra prati e poi nel bosco di conifere, quindi attraversa la radura con i ruderi delle grange Berge o Bercia (1531 m) presso cui si vedono vecchi tralicci in legno della teleferica che in passato permetteva di portare a valle legna e fieno. 

La mulattiera prosegue tra i pascoli, con tratti ancora selciati e altri un po' rovinati, arrivando in vista delle grange d'Himbert (1392 m) che lascia a sinistra. La mulattiera Gta rientra nel bosco camera-2112207 960 720 e va in lieve discesa a mezza costa fino ai ruderi delle grange Pineis, dove svolta a sinistra e scende più decisa nel fitto lariceto. 

Ormai prossimi al fondovalle si lascia a destra il Sentiero dei Franchi e si esce sullo sterrato percorso all'inizio del giro (1054 m, 1.30 ore): andando a sinistra si arriva subito al parcheggio tra gli alberi di Pinea camera-2112207 960 720, mentre chi ha scelto il treno deve andare destra, ripercorrendo a ritroso la strada che porta alla stazione di Salbertrand (0.15 ore).

Fonte.

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martedì 6 aprile 2021

Turismo in Emilia Romagna: Riserva naturale Rupe di Campotrera, nelle terre della 'Gran Contessa'.

Paesaggi lunari all'ombra dei castelli, nel cuore dell'Emilia Romagna; dai fasti dei Canossa alle memorie dei minatori fino alla tutela della biodiversità: questa è la Riserva naturale Rupe di Campotrera.

Il direttore dell'Ente parchi Emilia Centrale, Valerio Fioravanti: "Dalla Regione Emilia Romagna, quasi 4 milioni di euro per il Programma di investimenti per i parchi e le aree protette. In arrivo anche per Campotrera fondi per progetti su biodiversità e fruizione".

Turismo in Emilia Romagna: Riserva naturale Rupe di Campotrera.

Memorie di antichi oceani e vulcani s'intrecciano alle insegne medioevali della casata dei Canossa, alla vita di borghi in pietra assiepati ai piedi dei castelli, al sudore dei minatori che, nell'Italia rurale della provincia, ancora fino a una quarantina di anni fa strappavano alla terra il basalto rosso cupo per farne il fondale di strade e ferrovie. Siamo a Canossa, comune collinare della provincia reggiana a 26 chilometri dal capoluogo, nella Riserva naturale Rupe di Campotrera: 42 ettari di territorio punteggiato di affioramenti ofiolitici, dura roccia lavica che si eleva fino a 446 metri su una scenografia di morbidi calanchi argillosi da cui il nome di "isole nella terraferma".

Un'oasi selvaggia di basalto rosso cupo.


Il perimetro della Riserva, istituita nel 1999 e inclusa nel Paesaggio naturale e seminaturale protetto Colline Reggiane-Terre di Matilde, così come nella lista dei siti d'interesse comunitario dell'Unione Europea, è compreso tra il rio Cerezzola, affluente del Torrente Enza che nella sua corsa verso il Po divide le province di Reggio Emilia e Parma, e il castello di Rossena, il bastione difensivo meglio conservato dell'epoca matildica che si staglia severo sulla roccia bruno-rossastra da cui prende il nome.
Rossena e Canossa, destini diversi

Proprio il basalto, resistente all'erosione, gli ha garantito l'ottimo stato di conservazione di cui gode insieme all'antistante torre di guardia Rossenella; sorte ben diversa da quella occorsa al più noto castello di Canossa, costruito su terreno argilloso e in larga parte perduto ma visibile da lì in un colpo d'occhio grandioso. 

Tra boschi di querce (soprattutto di roverella) e arbusteti, Campotrera è un'oasi nettamente distinta dal resto del territorio con le sue pareti laviche vecchie di 170 milioni di anni, scenografia severa per sentieri solitari che in primavera si colorano di orchidee e gladioli selvatici.

Punti d'accesso della Riserva.

Testimone dell'orogenesi appenninica, unica zona di affioramenti ofiolitici in Emilia Romagna a essere caratterizzata dal basalto, Campotrera è principalmente accessibile da Rossena (sulla SP 54), alle spalle della Guardiola di Rossenella, e dal borgo di Cerezzola, fitto nucleo di case rurali raccolte intorno a una tipica casa a torre che conta un'ottantina di abitanti. 

Proprio dall'abitato di Cerezzola è ben visibile la parte più alta della Rupe, coi suoi cuscini di lava oggi tutelata ma fino a qualche decennio fa meta di minatori che in zona aprirono vari fronti di scavo, attratti dalla resistenza di quella roccia scura e unica.

Itinerari di visita tra storia e attualità.


Che cosa significasse lavorare nella cava e che vita facessero i minatori oggi è storia che rivive ogni anno grazie dall'Associazione Amici di Cerezzola promotrice del "sentiero dei minatori", iniziativa che trasforma le vecchie cave in teatro a cielo aperto di vissuti e memorie collettive.

La Riserva è percorribile a piedi in diversi modi, tutti adatti anche alle famiglie, con dislivelli modesti e nessuna difficoltà: dal sentiero sommitale al Sentiero geologico del Rio della Fornace, al percorso perimetrale, gli itinerari sono ben segnalati da una cartellonistica che accompagna il visitatore alla scoperta delle particolarità della zona, dalla flora con le sue piante tipiche degli ambienti rupicoli, alla fauna e avifauna, alla presenza di minerali rari (esposizione permanente all'interno della Torre di Rossenella). Percorrere questi sentieri in solitaria, nel silenzio, è come immergersi in un mondo altro, una pagina di storia del pianeta disponibile al racconto.

Le iniziative del Comune di Canossa e il futuro della riserva.


Ma se la storia è antica, la Riserva non smette di guardare al futuro, tanto più adesso che il turismo di prossimità, dopo la pandemia, sta vivendo una stagione d'oro. Lo confermano le numerose iniziative messe in cantiere dal Comune di Canossa e dall'assessore all'Ambiente, Mara Gombi. Ultima in ordine cronologico, una camminata nella Riserva alla scoperta delle orchidee, mentre il 29 maggio sarà la volta delle farfalle con una giornata loro dedicata promossa dall'Ente Parchi Emilia Centrale in occasione della settimana dei parchi.

"La Nostra Riserva è un aula didattica all'aperto- spiega l'assessore Mara Gombi - Luogo ideale per visite volte all'educazione ambientale per le scuole dalle primarie alle superiori. E' uno scrigno di Biodiversità che, attraverso visite guidate, cerchiamo di far conoscere imparando a rispettarlo. Vi sono sentieri di lieve e media difficoltà per chi vuole scoprire la natura a due passi da casa".

Dalla battaglia contro le specie alloctone all'interramento della rete elettrica.


A conferma del ruolo centrale del sistema parchi e dell'ambiente, la Regione Emilia Romagna ha appena stanziato sul punto quasi 4 milioni di euro per i prossimi tre anni. "Circa 700 mila euro sono destinati alla macro area Emilia Centrale e, di questi, un terzo andranno su progetti di tutela della biodiversità – ci spiega via Lifesize Valerio Fioravanti, direttore dell'Ente parchi Emilia Centrale.

Le idee per Campotrera non mancano, dalla lotta alle specie alloctone come il fico d'India nano che oggi ha ampiamente colonizzato le pareti rocciose del sentiero che sale a Rossena fino al progetto, ancora futuristico, di interramento delle reti elettriche per migliorare il paesaggio.

"Stiamo ragionando con il Comune e con tutti i soggetti coinvolti perché parliamo di interventi complessi che coinvolgono anche il privato e che richiedono la massima concertazione", precisa Fioravanti. Quanto alla fruizione, "stiamo lavorando per il potenziamento della segnaletica", prosegue il direttore che rilancia sulla necessità di campagne educative per il rispetto delle aree protette. "Con l'aumento delle presenze nei Parchi e nelle Riserve, abbiamo assistito anche all'aumento di comportamenti scorretti come l'abbandono di rifiuti".

Ma la Riserva è una delle perle di un territorio ricco di storia che oltre ai Castelli matildici conta, nel raggio di pochi chilometri, testimonianze di passaggi illustri come quello del Patrarca nella vicina località di Selvapiana o l'antico Borgo di Votigno, completamente ristrutturato e adibito a Casa della Cultura del Tibet, simbolo di pace tra i popoli come nella miglior accezione del termine "canossano".

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mercoledì 20 gennaio 2021

Turismo in Piemonte: dalle Alpi al mare passando per le colline a piedi e su due ruote.

 

Turismo in Piemonte: dalle Alpi al mare .

Paesaggi sognati, giochi di luce tra cime maestose, laghetti color cobalto o morbide colline cangianti. Spazi aperti dove il respiro si fa più libero e profondo e dove i percorsi incontrano paesaggi diversi e ambienti incontaminati. 

Una vera miniera di idee per le attività outdoor.

Il Piemonte è una vera miniera di idee per le attività outdoor e per incontri con la natura, il buon cibo, il patrimonio culturale e le tradizioni: dal Monte Rosa alle creste dell’Ossola e del Biellese, dalle alte cime del Torinese a quelle del Cuneese col Monviso e fino ai rilievi collinari dell’Alta Langa e agli Appennini, dove già si sente il profumo del mare, è un mondo di facili escursioni o trekking più impegnativi, tracciati per le due ruote.

In particolare, la fascia transfrontaliera tra Piemonte e Francia, è ricca di proposte che uniscono allo sport esperienze a tutto tondo. Sulla Via Francigena della Valle di Susa, a piedi o su due ruote ci si può immedesimare nei pellegrini che in epoca medievale si spostavano per raggiungere Roma o Santiago de Compostela, nel territorio della mitica “repubblica” trecentesca degli Escarton o ai piedi della Sacra di San Michele, monumento simbolo della Regione Piemonte. 

Il Giro dei 5 rifugi nel Parco Orsiera-Rocciavrè.

Un tour più impegnativo ma affascinante è il Giro dei 5 rifugi nel Parco Orsiera-Rocciavrè, che tocca tre valli alle porte di Torino. Tra quest’ultima provincia e quella di Vercelli, il Sentiero delle Pietre Bianche si sviluppa su un itinerario principale composto da anelli connessi tra loro che toccano 11 comuni: in bicicletta o e-bike è possibile prenotare un tour guidato tra laghi, canali, castelli e le colline del vino Erbaluce. 

Decisamente impegnativa, quindi per escursionisti esperti, è il trekking ad anello del Giro di Viso con salita al Buco di Viso, tra paesaggi aspri e severi e ardite pareti rocciose del Monviso che ha come punti di appoggio alcuni rifugi costruiti attorno alla cima più alta delle Alpi Cozie. 

Sempre nel Cuneese, la Via del Sale è una delle classiche per bikers esperti: un percorso dalle vedute e dagli ambienti spettacolari che, in una delle sue varianti, da Limone raggiunge Ventimiglia sulle orme dei commercianti di acciughe che si spostavano tra Liguria e Piemonte.

L'Alta Langa.

 In Alta Langa, un bel percorso adatto a tutti, specie se in sella a una e-bike è il “Tour del gusto”, anello immerso nella natura fattibile anche in versione trekking: il tracciato, a pochi chilometri da Alba, fa parte della Grande Traversata delle Langhe e attraversa luoghi famosi soprattutto per formaggi, nocciole, castelli e borghi autentici rimasti uguali nel tempo.

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martedì 17 ottobre 2017

Scoperte culinarie ed appuntamenti eno-gastronomici lungo i sentieri nella Valle Isarco.

Lungo questi sentieri della Valle Isarco, gli escursionisti possono essere sicuri di trovare osterie con vere prelibatezze culinarie.

L’esperienza gastronomica sta al centro di queste passeggiate.

In Valle Isarco, la valle dei percorsi, trovate moltissime opportunità per escursioni con ogni livello di difficoltà: dalle comode passeggiate o piccole escursioni adatte alla famiglie con bambini, fino ai percorsi più impegnativi d’alta montagna, vie ferrate incluse.
Tornano-le-Settimane-della-buona-cucina-In-Valle-Isarco-tutto-il-sapore-delle-tipicita-mappa

Scoperte culinarie, il piacere lungo i sentieri.

Sentieri didattici attraverso la natura, sentieri tematici o percorsi culturali guidano gli ospiti e le loro famiglie sulle tracce dei prodotti regionali e dei monumenti da visitare.

A Schluppes al maso Ungererhof.

Da Casateia attraverso il Giogo di Costa e il Platschjoch fino al maso Ungerer presso Schluppes

Escursione da Prati di Vizze a Tulves.

Escursione a «Tulvares», il piccolo borgo che viene citato già nell'anno 827

Alla malga Geisler Alm.

L'escursione alla malga Geisler Alm conduce l'escursionista nella splendida zona al di sotto del gruppo delle Odle

Ai rifugi Schatzer e Genziana.

Facile escursione familiare passando per il rifugio Schatzer fino al rifugio Genziana con vista sul Sasso Putia

Verso S. Maurizio.

L'escursione circolare conduce da Villandro sul sentiero del castagno fino a S. maurizio e sul sentiero "Kirchsteig" si ritorna al punto di partenza

Sul monte del Passo.

Dal Kaseregg attraverso il Kesselbild sul panoramico monte del Passo in alto sopra Lazfons

Da Lazfons sul monte del Pascolo.

Splendida escursione sul monte del Pascolo e al Lago di Rodella sulla malga di Lazfons. Con vista grandiosa.

Appuntamenti eno-gastronomici.

Con tanto gusto.

Mele, speck, vino, yogurt, castagne, pane sono solo alcuni dei prodotti tipici della Valle Isarco. In occasione di particolari manifestazioni, feste e rassegne gastronomiche le specialità regionali diventano protagonisti d'eccezione.
Leggi anche: La Valle Isarco è un colossale diorama verde in continua e affascinante mutazione.
LUGLIO.

Il percorso dei sapori.

dal luglio al novembre 2017
Luoghi: In tutta la Valle Isarco
I pacchetti legati a temi enogastronomici ed il programma attivo di “Il percorso dei sapori” regalano uno scorcio sulle ricchezze culturali della regione. La Valle Isarco e i suoi sapori più tradizionali vi aspettano: venite a conoscerli.

SETTEMBRE.

Festa dei masi a Fundres.

10 settembre 2017
Luogo: Fundres
Terza edizione della "Festa dei masi", con mercatino contadino, escursioni guidate, visite ai masi, piatti tipici della cucina contadina e musica tradizionale.

Specialità d’agnello del „Villnösser Brillenschaf“.

dal 28 settembre al 9 ottobre 2017
Luogo: Val di Funes e nei ristoranti di amici del “Villnösser Brillenschaf” in tutto Alto Adige
Gli esercizi aderenti all’iniziativa vizieranno i propri ospiti con piatti raffinati preparati con la pregiata carne del “Villnösser Brillenschaf”, la “pecora con gli occhiali della Val di Funes”.

Mercato del pane e dello strudel.

dal 29 settembre al 1 ottobre 2017
Luogo: Bressanone
C‘è pane e pane – lo dimostrano i panificatori presenti al mercato del pane e dello strudel in Piazza Duomo a Bressanone. Al centro della manifestazione, che dura tre giorni, ci
sono gli svariati tipi di pane con il marchio di qualità altoatesino.



Accanto a specialità gastronomiche, al mercato si possono raccogliere informazioni sulla storia e la preparazione del pane dell’Alto Adige. Giornalmente i panificatori mostrano come fare tutti i tipi di pane. Un percorso storico apre una finestra sul passato e sull’importanza del pane nel corso dei secoli.

Festa dello speck.

il 30 settembre e il 1 ottobre 2017
Luogo: Val di Funes
La produzione di speck è una delle tradizioni più sentite in Alto Adige. In Val di Funes un weekend è dedicato a questo importante prodotto di qualità.
Ulteriori informazioni

OTTOBRE.

Törggelen Originale.

ottobre 2017
Il falò delle castagne, il "Keschtnfeuer", avvamperà in tutti i Buschenschänke che partecipano all'evento, dando così inizio all’iniziativa
"Törggelen originale".

16° Settimane delle castagne della Valle Isarco.

dal 14 ottobre al 5 novembre 2017
Luogo: Valle Isarco

I gastronomi che vi partecipano, da Varna al Renon, proporranno alla gente del paese e ai turisti, le loro delizie a base di castagna. Anche quest’anno ci sarà l’imbarazzo della scelta tra le più vaste specialità alla castagna: dagli antipasti saporiti ai pranzi appetitosi fino ai dessert raffinati.

21° Keschtnigl a Velturno.

dal 14 ottobre al 05 novembre 2017
Luogo: Velturno
Festa e cultura attorna la castagna: escursioni guidate, mercati, intrattenimenti musicali, vecchi attrezzi
contadini.

Festa del contadino a Tiso.

15 ottobre 2017
La festa del contadino a Tiso è una delle feste più tradizionali di tutto l’Alto Adige e un vero viaggio alla scoperta dell’artigianato e delle tradizioni della Val di Funes.

Scoperte culinarie ed appuntamenti eno-gastronomici lungo i sentieri nella Valle Isarco.Twitta
LUGLIO 2018.

Giornate dello yogurt a Vipiteno.

dal 7 al 15 luglio 2018
In collaborazione con la Latteria Vipiteno, uno dei produttori di yogurt più noti d’Italia, vari ristoranti e alberghi di Vipiteno e nelle sue vallate preparano piatti tradizionali e di nuova creazione, tutti rigorosamente a base dello squisito yogurt.

Festa delle malghe di Racines.

8 luglio 2018
Nelle malghe della Val Racines si trovano specialità altoatesine e musica folcloristica dal vivo.

Cucina di strada in Valle Isarco.

da metà luglio a fine agosto 2018
Luoghi: Vipiteno, Rio Pusteria, Bressanone, Chiusa, Naz, Velturno
Ambienti affascinanti e prelibatezze gastronomiche animano le serate estive in Valle Isarco.

AGOSTO 2018.

Festa della polenta.

15 agosto 2018
Luogo: Naz
Vengono serviti diversi piatti di polenta con funghi e gulasch - Con intrattenimento musicale.

SETTEMBRE 2018.

Settimane delle prugne e festa delle prugne a Barbiano.

dal 1 al 16 settembre 2018

La prugna è parte integrante della cucina, della pasticceria e delle distillerie di Barbiano. È così che nel paesino "della torre storta" si dedica due intere settimane a questo frutto autunnale.

Ristoranti di Barbiano servono piatti a base di prugne autoctone, nei negozi si vendono prodotti tipici come il pane alle prugne, la marmellata alle prugne ed anche prugne secche. Domenica grande festa con musica dal vivo e specialità gastronomiche a base di prugne.

Sagra dei canederli a Vipiteno.

9 settembre 2018
Il “Knödel” (canederlo) è uno dei piatti più tradizionali dell’Alto Adige. La 2a domenica di settembre questa pietanza è la grande protagonista della festa nell’antica città mineraria.

Su una tavolata lunga 300 metri, allestita tra la Città Nuova e la Città Vecchia, i ristoratori di tutto il circondario propongono settanta tipi diversi di canederli, a cominciare da quelli tradizionali allo speck per finire con quelli agli asparagi e alle rape rosse.
La sagra dei canederli, a Vipiteno è uno degli appuntamenti più attesi e costituisce per così dire il coronamento dell'estate Vipitenese. Domenica, 11 settembre, su una tavolata lunga 400 metri, verranno serviti ca. 70 specialità di canederli diversi in Città Nuova come in Città Vecchia e naturalmente in Piazza Città: nel menu i tradizionali canederli allo speck, canederli magri, raffinati canederli al fegato, canederli al pane nero e canederli dolci in diverse varianti. 

A queste ghiottonerie culinarie, domenica faranno da contorno raffinate esibizioni musicali. Questa festa è ideata e organizzata dall‘Associazione Turistica di Vipiteno e dai ristoratori che Vi partecipano.




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Come scoprire un'antica tradizione autunnale nella Valle d'Isarco: il Percorso dei Sapori.

Il buon cibo è uno dei piaceri della vita. Ed è proprio con questa filosofia che la Valle Isarco conquista i propri ospiti amanti della buona cucina.

Qui troverete luoghi, locali e persone pronti ad offrire e far conoscere i sapori tradizionali legati alla propria terra.

Escursioni guidate e visite con sosta e degustazione sono il modo migliore per conoscere questo straordinario mondo: venite a vedere, toccare e soprattutto assaporare numerose ricette a base di mele altoatesine, scoprite con che spirito i viticoltori altoatesini si impegnano perché i loro vini diventino sempre migliori e valutate voi stessi come la cucina contadina abbia varcato da tempo la soglia della haute cuisine.
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Il percorso dei sapori in autunno.

Qui troverete luoghi, locali e persone pronti ad offrire e far conoscere i sapori tradizionali legati alla propria terra.

Mela - la tentazioni sana.

Eva tentò Adamo con una mela, il prelibato frutto che troviamo nello strudel, nei canederli e nei risotti. A livello mondiale, una mela su dieci proviene dall’Alto Adige. Un’escursione sull’altopiano delle mele di Naz-Sciaves porta a visitare i melicoltori di questa zona, alla scoperta delle mele più sode e succose.
Leggi anche: La Valle Isarco è un colossale diorama verde in continua e affascinante mutazione.
Durante la visita vengono fornite informazioni interessanti sulla coltivazione e la conservazione e non mancano ovviamente i momenti di degustazione di questa prelibata bomba di vitamine. Infine, un breve corso svela.

tutti i segreti su come utilizzare al meglio il pregiato frutto in cucina.
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Latte e derivati - L'oro bianco.

Quali erbe piacciono particolarmente alle mucche? Perché il latte d’alta quota è così buono? E perché alcune varietà di formaggio presentano uno strato di muffa?

Il latte crudo o lavorato per produrre yogurt, burro o formaggio dà un tocco in più in cucina, non solo nelle malghe.

Da tempo infatti, l’oro bianco è diventato un ingrediente irrinunciabile anche nell’alta gastronomia. Un viaggio da non perdere all’insegna delle escursioni e della buona cucina.

Uno scorcio verticale sul vino.

Nella regione vinicola più a nord d’Italia, la posizione dei terreni da coltivare rappresenta la sfida maggiore per i viticoltori. Ma forse è proprio per la pendenza del terreno e per le giornate calde e le notti fredde che qui crescono alcuni dei migliori vini bianchi d’Italia.

Come scoprire un'antica tradizione autunnale nella Valle d'Isarco: il Percorso dei Sapori.Twitta
Visitando questi vigneti dalla forte pendenza si capisce la grande passione dei vignaioli altoatesini. Il contatto diretto con queste persone e le degustazioni rivelano l’essenza del vino e della sua terra.
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Le prugne di Barbiano.

Questi frutti dolci e ricchi di vitamine e minerali sono la base per diverse delizie culinarie: sia come marmellata, nel risotto o servito con petto d'anatra, o molto amato in dessert come gnocchi di prugne e strudel di prugne - l'aroma delicato rende le prugne di Barbiano ricche di sapori.

Frutti speciali, che si possono imparare a conoscere durante un'escursione lungo le pendenze
assolate di Barbiano.

Miele - il dolce rimedio.

I fiori alpini donano al miele dell'Alto Adige un sapore intenso. In tal modo, si producono varietà infinite di sapori, dolci per il palato e allo stesso tempo rimedi calmanti. Le “escursioni guidate del miele” forniranno importanti informazioni sulla produzione del miele e sulla vita delle api.

La castagna.

Un'escursione autunnale è collegata alla castagna così come il vino al Törggelen. E' dolce, sana, a basso contenuto di calorie e non ha solo un sapore eccellente quando è arrostita, ma è raffinata in molti piatti. Non può mancare la passeggiata delle castagne con degustazione di piatti a base di castagne accompagnati con il vino.
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Erbe – cure naturali e aromatiche.

Erbe medicinali ed aromatiche, coltivate secondo le norme di produzione biologica, possono essere utilizzate in modo corretto per portare all'equilibrio il corpo e la mente. Attraverso passeggiate guidate, si conoscono quali erbe crescono in Valle Isarco e si sperimentano i loro effetti.


La cucina contadina e i prodotti agricoli locali.

A stretto contatto con la loro terra, i contadini hanno creato una cucina tradizionale molto legata al territorio che conquista anche i palati più esigenti. Un’escursione tra vigneti ripidi, immersi nei meleti o lungo le mulattiere, mostra al meglio come i contadini vivano i loro prodotti.

A fare da sfondo spesso sono le maestose Dolomiti, su una terra che fu teatro di importanti eventi storici.
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La Valle Isarco è un colossale diorama verde in continua e affascinante mutazione.

Che sia sul versante di Novacella, con le vigne pettinate a festa, che sia sul versante di Barbiano, dove caparbi agricoltori artigiani recuperano antiche sementi per le moderne cucine della valle negli orti a quasi mille metri d’altitudine, la Valle Isarco è un colossale diorama verde in continua mutazione. Le stagioni passano come velature di colore mutando le sfumature, ma il dinamismo della natura e dei coltivi risalta nelle giornate di sole abbagliante come una miniera di smeraldo.

La naturale prosperità di queste terre scomode ma ubertose, unita alla notoria operosità dei valligiani, offre una scelta infinita di prodotti enogastronomici, che solo nominare richiederebbe intere pagine. Segnaliamo allora alcuni interessanti percorsi che possono offrire momenti di svago e pause di ristoro in egual misura, approfondendo la conoscenza di questo fortunato territorio.
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Alla scoperta della Valle Isarco.

La valle produce eccezionali vini bianchi. Sfruttando le differenze altimetriche e i particolari microclimi i vignaiuoli ottengono una grande varietà di prodotti che sanno incontrare l’appassionato e il curioso ma anche il consumatore attento. E’ in Valle Isarco il vigneto più a Nord d’Italia.
Vale la pena di ricordare tra i tanti non meno interessanti produttori la millenaria Abbazia di Novacella, che produce vini accurati con i vitigni tradizionali: Mueller Thurgau, Kerner, Sylvaner, Gewürztraminer, meta interessante anche per una gita.
Leggi anche: Scoperte culinarie ed appuntamenti eno-gastronomici lungo i sentieri nella Valle Isarco.
Non meno vasta la produzione della Cantina Valle Isarco, formidabile esempio di enologia cooperativa, mentre si potranno risalire i fianchi opposti della montagna per assaggiare i Sylvaner d’alta quota di Taschlerhof o gli eleganti, espressivi bianchi di Peter Pliger dalle cantine Kuenhof.
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Due passi in città.

Due passi in città, per le meraviglie vescovili di Bressanone, oppure nella “via città nuova” di Vipiteno, capitale dello yoghurt. Non si perderà l’occasione per cercare anche l’aromatico, profondo Graukäse, il “formaggio grigio” della Valle Isarco, un prodotto antico di poverissima origine.

Si tratta di un formaggio molto magro, non cagliato ma inacidito e affinato grazie al lavoro di muffe nobili che lo rendono particolarmente seducente al sapore. Ne esistono infinite versioni anche perché viene prodotto a mano nelle malghe d’alpeggio, e quindi subisce l’influenza dell’alimentazione delle vacche e della zona di pascolo.

Il figlio prediletto di queste valli è l’agnello Brillenschaf: quasi perduto per la sua rusticità e per la micragnosità riproduttiva, è stato ora recuperato per la qualità della sua lana e delle carni, delicate e nello stesso tempo decise, con un non celato aspetto silvestre che dona carattere ai piatti.
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La cultura del benessere dello spirito.

Si può terminare con una sosta nelle gastronomie del centro di Chiusa, dove al risuonare delle acqua dell’Isarco che lambiscono la città si possono esaudire le più diverse ricerche di golosità tipiche.

La Valle Isarco è un colossale diorama verde in continua e affascinante mutazione.Twitta

In Valle Isarco si unisce la cultura del benessere dello spirito con la cura della forma fisica: passeggiate interessanti alla portata di tutti, ma con importanti spunti storici e gastronomici attorno a due dei prodotti fondamentali della valle: il sentiero delle mele, un percorso di poco più di sette chilometri attorno a Naz-Sciaves, ricca di segnalazioni sulle coltivazioni e sui luoghi attraversati.
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Il sentiero delle castagne.

Più impegnativo, 60km da percorrere in più giorni, il sentiero delle castagne – il “Kastanienweg” -  dedicato all’economia strettamente montana di questo prodotto che nei secoli è stato fonte di vita e di salvezza e che è usato anche per la produzione di alcune birre artigianali particolarissime; sentiero che conduce da Bolzano a Bressanone attraverso i boschi a stretto contatto con la natura e le storie dell’uomo che ne fa parte.

Più arcano il sentiero delle castagne, dedicato all’economia strettamente montana di questo prodotto che nei secoli è stato fonte di vita e di salvezza. Oltre che in gastronomia è usato anche per la produzione di alcune birre artigianali particolarissime.
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venerdì 28 luglio 2017

Una gita alla scoperta delle Orobie, escursioni tra natura e benessere: Rifugio Passo San Marco.

Le escursioni possono durare da mattina a sera come protrarsi per due o tre giorni: la scelta è davvero ampia.

Le Alpi Orobie (o, più semplicemente Orobie) sono una sottosezione delle Alpi e Prealpi Bergamasche. La vetta più alta è il Pizzo Coca che raggiunge i 3.052 m s.l.m.

Sono limitate a nord dalla sponda meridionale della Valtellina inferiore che dal passo dell'Aprica si spinge in direzione ovest sino all'insenatura di Piona, all'estremità settentrionale del lago di Como.

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Una gita alla scoperta delle Orobie.

Rifugio Passo San Marco 1810 m.

Questo moderno rifugio, a pochi passi dalla storica Casa Cantoniera, è stato costruito per sopperire alla mancanza di un punto di appoggio durante il periodo di ristrutturazione della Casa Cantoniera stessa.

Ora rappresenta senz'altro una soluzione più adeguata ai tempi moderni.

• Telefono: 0345/86020
• Proprietà: Privato
• Posti Letto: 50
• Sala da Pranzo: 110
• Locale Invernale: No
• Gestore: Claudio Balicco (tel. 0345/86017)
• Apertura: tutto l'anno.

Come arrivare.

Il rifugio San Marco 2000 è raggiungibile direttamente in automobile sia dalla Valtellina che dalla Val Brembana percorrendo la strada carrozzabile del passo San Marco (aperta solo nei mesi estivi).

Il Lago del Pescegallo e il Monte Ponteranica.

Difficoltà: E, Escursionistica fino al lago; EE, per Escursionisti Esperti la salita in vetta;

Dislivello: 800 m;

Segnavia: 161 fino al lago del Pescegallo;
Leggi anche: Viaggio alla scoperta della Valle dell'Aniene un territorio ricco di storia e cultura.
Attrezzatura: Scarponcini.


Dalla Cà San Marco si prende in direzione Est il Sentiero delle Orobie Occidentali in direzione del rifugio Benigni (segnavia 101): il sentiero è ampio e pianeggiante e, procedendo a mezza costa, punta all’ampia sella del passo del Verrobbio, ben visibile al culmine della valle.


Quando si raggiunge la zona del pianoro dell’acqua nera, una conca paludosa anticamente occupata da un laghetto, il Sentiero delle Orobie abbandona il tracciato principale per iniziare una breve discesa che conduce sul bordo del pianoro; trascurando questa deviazione, si continua invece seguendo il segnavia 161 e dopo una breve salita si arriva al passo del Verrobbio, nei cui pressi sono presenti alcuni resti di postazioni militari della prima guerra mondiale.

Dal passo si scende sull’opposto versante e, con alcuni saliscendi a mezza costa, si punta all’imbocco di un evidente canale: qui i numerosi segnavia indicano il percorso migliore e così senza alcun problema si riesce allo stretto intaglio del Forcellino, proprio a picco sul sottostante lago artificiale del Pescegallo. Con attenzione si percorre l’aereo sentiero che con numerose svolte scende sino alla sponda occidentale del bacino.

Da questo punto in poi segue la parte tecnicamente più impegnativa della gita, riservata solo ad escursionisti esperti e con un buon senso dell’orientamento. Abbandonato quindi il sentiero segnalato, si raggiunge la riva meridionale del lago posta esattamente all’imbocco del selvaggio vallone Nord del Ponteranica.

Una gita alla scoperta delle Orobie, escursioni tra natura e benessere: Rifugio Passo San Marco.Twitta

Senza percorso obbligato si risale il vallone: la pendenza non è eccessiva ma, nonostante ci si trovi ad una quota relativamente bassa, l’ambiente è senz’altro dei più selvaggi e suggestivi. Una volta raggiunta la testata della valle, si piega verso sinistra e, scegliendo il punto più facile, si sale alla cresta spartiacque, dalla quale è possibile godere di un interessante colpo d’occhio sull’opposto versante dominato dalla solenne parete del monte Valletto.

Procedendo ora in direzione Ovest, si supera una breve altura sormontata da un ometto in pietra e con un ultima breve salita si guadagna la vetta del monte Ponteranica Centrale.

Per la discesa è possibile seguire fedelmente il percorso fatto all’andata, tuttavia è molto più consigliabile compiere un itinerario ad anello passando per la conca dei laghi di Ponteranica. Seguendo questa seconda soluzione, dalla vetta si torna all’anticima sormontata dall’omento e, abbandonando la cresta, si piega a destra (Sud) tagliando a zigzag il ripido pendio meridionale del Ponteranica fino a raggiungere una conca alla base del monte Valletto. Seguendo anche l’andamento del pendio, con un giro a Sud-Est si perviene al sottostante pianoro dei laghi di Ponteranica e da qui, tagliando in piano su un sentiero che costeggia i pendii del Triomen, si arriva al colletto ad Ovest del Triomen dove passa il Sentiero delle Orobie Occidentali.



Seguendo questo sentiero (segnavia 101) si scende nella valletta sottostante, si supera una baita e dopo aver aggirato i versanti orientali del monte Colombarolo, si scende al pianoro dell’acqua nera. Qui, con una breve salita sul pendio opposto, si sale al sentiero che conduce al passo del Verrobbio e già percorso all’andata.

Il Monte Valletto (Canale Est).

Difficoltà: F, Alpinistica Facile (passaggi di II);

Dislivello: 600 m;
Segnavia: 101 fino al colle Est del Triomen;
Attrezzatura: Scarponi e Casco.


Dalla Cà San Marco si prende in direzione Est il Sentiero delle Orobie Occidentali in direzione del rifugio Benigni (segnavia 101): il percorso è ampio e pianeggiante e, procedendo a mezza costa, punta all’ampia sella del passo del Verrobbio, ben visibile al culmine della valle. Non appena si raggiungono i pressi del caratteristico Pianoro dell’Acqua Nera, il Sentiero delle Orobie abbandona la traccia diretta al passo e, piegando a sinistra, scende alla conca acquitrinosa e la attraversa aggirandola verso Ovest.

Procedendo ora in lieve pendenza, si costeggiano i pendii orientali del monte Colombarolo e si arriva nel solco della valle Ponteranica. Superate le baite Ponteranica e la baita Foppa, senza troppa fatica si perviene alla verde piana superiore dalla quale è già ben visibile la scaglia di roccia che costituisce la vetta del monte Valletto. Con un breve strappo un po’ più ripido, il sentiero sale al colle immediatamente ad Est del Triomen: qui si deve abbandonare la traccia del Sentiero delle Orobie in favore del facile percorso che dal colle, procedendo in piano verso Nord-Ovest, arriva direttamente alla bellissima conca dei laghi dei Ponteranica.

Dal maggiore dei due laghi si continua verso Ovest senza percorso obbligato puntando alla caratteristica parete del monte Valletto. Su terreno in parte erboso, in parte di sfasciumi, si supera una breve conca superiore e si arriva allo sbocco del canale che separa la vetta vera e propria dal torrione che si innalza verso Sud. Prestando attenzione alla roccia non sempre solidissima si risale il canale (a tratti passaggi di II) fino a sbucare alla forcella nei pressi della cima dove passa anche la via normale.

Seguendo le tracce ben evidenti in pochi minuti si arriva con tutta facilità alla panoramica vetta.

La discesa si svolge lungo l’itinerario di salita, oppure lungo la via normale che però conduce nella zona del passo di Salmurano (da qui si può tornare al passo S. Marco utilizzando il Sentiero delle Orobie).



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