Arte Sella es una exposición internacional de arte contemporáneo, fundado en 1986, que se celebra al aire libre en la hierba, en los bosques de Val di Sella (La ciudad de Borgo Valsugana provincia de Trento).

Desde 1996, el proyecto Arte Sella se ha desarrollado siguiendo un camino forestal en la ladera sur del monte Armentera ha establecido una llamada ruta ideal ArteNatura lo largo del cual el visitante puede ver las obras y, al mismo tiempo disfrutar del entorno especial del lugar ( diferentes tipos de bosques, la presencia de, monumentales árboles rocosas ...)

Nel bosco della Val di Sella il visitatore può apprezzare un itinerario raro e gratificante: il PERCORSO ARTENATURA. Si tratta di un sentiero che si allontana dalle tradizionali classificazioni escursionistiche, ma che non mancherà di far vivere a chi lo percorre un viaggio indimenticabile attraverso la natura ed i suoi rumori, attraverso l’arte ed i suoi colori.

La scoperta di un bosco vivo e non contaminato, di pietre odorose di muschio e di alberi maestosi, vi faranno assaporare ancora di più il fascino e l’armonia delle opere che dal 1986 nascono, vivono e muoiono in questi luoghi di incontestabile bellezza.

La partenza del percorso ARTENATURA si trova vicino al ponte della Strobela, sul torrente Moggio.

Le opere si trovano lungo un sentiero forestale che si estende per circa due chilometri sul versante sud del monte Armentera.

Camminando lungo una stradina sterrata, il visitatore può ammirare sia delle installazioni lungo il sentiero che delle opere nascoste nelle meraviglie del bosco. Ed è sempre seguendo questo cammino che si arriva all’opera di Matilde Grau, “Intersticios”, che marca il cambiamento di percorso. Inoltrandosi dunque in una stretta via in terra battuta molto suggestiva si arriva al biotopo, che possiede un interessante stagno alpestre in cui spesso gli artisti di Arte Sella hanno lasciato la loro impronta.

Indice opere:

(1)
Sella DNA
Marco Nones, 2010
(2)
Il tempio dell’amore
Belle Shafir, 2002
(3)
Sezione dei tronchi d’abete rosso
Bob Vershueren, 2000
(4)
Colonna
Paul Feichter, 2002
(5)
Filo d’erba
Johann Feilacher, 2002
(6)
Nicchie ecologiche
Giuliano Orsingher, 2000
(7)
Germinazione
Gabriele Jardini, 2004
(8)
Flow
Armin Schubert, 2009
(9)
Rotazione
Paul Feichter, 2011


(10)
Fori elicoidali
Rinus Roelofs, 2010
(11)
In apparenza
Stuart Ian Frost, 2012
(12)
Spirale,
Alois Steger, 2011
(13)
Collana
Flora Viale, 1998
(14)
Corno verdeggiante
Johann Feilacher, 2002
(15)
Tu sei qui
Tim Curtis, 2004

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arte sella

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valle del po' mappa_thumb[1]_thumb_thumb_thumb_thumbAnche prima di affrontare la sua fortunata avventura televisiva, Soldati “operava” a stretto contatto con il territorio. Quando qualcosa lo sorprendeva, lo appassionava, rispecchiava la sua visione del mondo, ne faceva un racconto.

Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]_thumb_thumb_thumb_thumbFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Quinta Puntata

Sedicesima tappa: Sulpiano.

   Il triangolo vercellese Sulpiano-Veneria-Crescentino permette a Soldati di parlare ancora di vino, ma naturalmente anche di riso e di pesce d’acqua dolce. A Sulpiano lo scrittore incontra un certo professor Brusa, al quale fa una domanda forse un po’ naif: “Qual è la differenza tra il Barolo e il Barbaresco?”. L’altro nicchia, dice che nel Barbaresco si riscontra una forza arcaica, bruta, mentre il Barolo ha un sapore più morbido, più rotondo, più classico. Poi si lancia in una metafora particolarmente ardita: “Il Barbaresco lo paragonerei a una colonna dorica, come quelle del tempio di Agrigento, mentre il Barolo è una colonna dorica”.

   Tornato in studio, Soldati mostra alla lavagna i profili di otto bicchieri ideali per il vino, il cognac, la grappa. Dopodiché è la volta dei cavatappi, di diverse fogge e qualità: “Il vino è come il piacere, più è grande e più è difficile da ottenere”, dice Soldati, che nella sua vita non ha mai nascosto la sua natura di libertino e di grande amatore (celebre, ad esempio, la sua “cotta” per Alida Valli, che nel ’41 diresse nel film “Piccolo Mondo Antico”). Secondo Soldati, dunque, il vino è buono quando il tappo chiude bene e quindi la bottiglia è più difficile da aprire. All’uopo ha invitato un muscoloso calciatore dell’epoca, Maurizio Olivieri, che apre senza fatica le bottiglie con il cavaturaccioli giudicato più adatto al vino: quello semplice (senza le alette) che costringe a tenere stretta la bottiglia tra le gambe. Il migliore in assoluto, tuttavia, è il cavatappi a muro che si vedeva spesso nelle case di campagna.

Diciassettesima tappa: Veneria.

Parco.Delta.Po

   Il consueto basco in testa, Soldati vaga a questo punto tra le risaie. Prima, però, visita le stalle della Cascina Veneria di proprietà del dottor Furno, che lo accompagna a vedere i tori da monta. Il campione, di razza olandese, è un toro che, non per niente, si chiama Verga. L’azienda di Furno, dove ci sono vacche da latte e vitelli da macello è molto grande e pulita: “Questa stalla è una delle più belle che io abbia mai visto – dice Soldati – e il mio amore per il genuino e l’autentico non arriva a farmi preferire le stalle sporche a quelle pulite”. Le otto stalle e gli stabilimenti sono tagliate da un viale lungo il quale ci sono anche 16 casette, che – come spiega Furno – sono le abitazioni dei salariati fissi. Il discorso più interessante per i telespettatori che conoscono le risaie soltanto grazie al film “Riso Amaro”, girato proprio nella Cascina Veneria e con Silvana Mangano nei panni di una mondina, è quello che riguarda, appunto, la produzione del riso. Apprendiamo, dunque, che l’acqua d’irrigazione dei campi viene immessa verso il 7-8 aprile. La semina nell’acqua va fatta entro il 7-8 maggio. I campi restano allagati da metà aprile a metà agosto, dopodichè i campi vengono prosciugati. La raccolta del riso si comincia verso metà settembre per finire entro la metà di ottobre.

   La curiosità di Soldati, finalizzata all’interesse del telespettatore, non dà tregua a Furno. Al quale dapprima chiede che cosa sia il “riso selvatico”, poi la ricetta della “paniscia”. Il riso selvatico è il riso al quale viene tolta soltanto la prima delle tre vesti, dunque il riso appena sgusciato. La “paniscia” è, invece, un primo piatto, specialità vercellese (ce n’è anche una versione novarese, che si differenzia per la presenza della verza). Come si fa? Dunque, si prende un salame tenuto sotto grasso da almeno 4-5 mesi, gli si toglie la pelle e lo si fa friggere in una padella dove già si è fatto friggere olio burro e lardo. Quando il tutto ha assunto un colore rosa, quasi dorato, si aggiungono riso e fagioli nella proporzione di otto unità di riso e due unità di fagioli e lentamente si lascia evaporare il brodo rilasciato dal riso e dai fagioli stessi. Quando il riso raggiunge una densità tale che si ha la possibilità di piantare il cucchiaio senza che questo cada vuol dire che la “paniscia” è pronta. La tappa a Veneria si conclude con una notizia di storia: il riso è stato portato nel Vercellese e nella Lomellina dagli spagnoli, che l’avevano a loro volta importato dalla Cina. Soldati chiede se sia la verità e il suo interlocutore non può che fare segno di sì con la testa.

Diciottesima tappa: Crescentino.

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   L’ultima tappa del “Viaggio nella valle del Po”, limitatamente al territorio piemontese, è tra le meno interessanti. Si vedono lunghe immagini di pescatori che si muovono su delle canoe lungo il Po, tra Crescentino e Verrua Savoia. Soldati, sulla riva, urla domande ai pescatori. Uno di loro si chiama “Secco della montagna” e ha sempre fatto il pescatore. Il nome gli viene dal padre, dice, che aveva una voce talmente potente da attraversare le montagne. I pescatori tirano su le reti e gli ami. Con le prime prendono trote e tinche, con gli ami le anguille. Quella zona è anche zona di cacciagione, lepri, fagiani, anitre di passaggio, pernici. L’anguilla marinata Soldati e la sua troupe vanno a mangiarsela alla Trattoria delle Alpi, che ha un’insegna “bombata” come quelle di una volta (a Torino, ad esempio, ne ha ancora una simile il ristorante “Forni e Goffi” di corso Casale). La proprietaria del ristorante assicura che la ricetta è semplice, ma non vuole rivelarla in tv. Ci pensa Soldati: l’anguilla va cotta nel suo grasso naturale e nell’aceto, che raffreddandosi diventa gelatina. Fuori dal ristorante la troupe incontra uno strano e anziano lattaio in moto, che ogni tanto scende a bersi un “cicchetto” nei bar del paese. La telecamera lo sorprende mentre estrae, tra le bottiglie di latte nel carretto attaccato alla moto, una bottiglia di vino, che poi porta alla bocca. È il momento del commiato: “E mentre il vecchietto si allontana diamo l’addio al Piemonte – dice Soldati in primo piano – diamo l’addio a Torino. Ciau Turin! Ci rivedremo l’anno venturo, nel ’58, in Lombardia. Tanti auguri a tutti!”.

   Sono trascorsi cinquant’anni dal “Viaggio nella valle del Po”. Oggi quei luoghi sono completamente cambiati, i cibi non sono più genuini, frutta e verdura sono spesso insapori, il vino – sovraccarico di solfiti – non è più quello di una volta. Anche la gente è cambiata, non ha più l’umanità di quegli anni, si è fatta diffidente, razzista. Il candido Soldati, che negli ultimi anni si era rifugiato a Tellaro, vicino a Lerici, forse proprio alla ricerca di un posto a misura d’uomo, dovette farsene una ragione. Vi morì il 19 giugno 1999.

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di Riccardo De Gennaro

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valle del po' mappa_thumb[1]_thumb_thumb_thumbAnche prima di affrontare la sua fortunata avventura televisiva, Soldati “operava” a stretto contatto con il territorio. Quando qualcosa lo sorprendeva, lo appassionava, rispecchiava la sua visione del mondo, ne faceva un racconto.

Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]_thumb_thumb_thumbFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Quarta Puntata

Tredicesima tappa: Govone.

Barbera, Bonarda, Dolcetto, Nebbiolo, Arneis. Il comune di Govone, che si trova esattamente al confine tra le Langhe e il Monferrato, è conosciuto per la produzione di questi vini, ma soprattutto per il castello (oggi arricchito da uno splendido roseto), dove nel 1730 soggiornò Jean Jacques Rousseau, che era al servizio del conte Solaro. Soldati s’intrattiene con il professor Dalmasso, il quale gli dice di aver trovato un contratto del secolo IX in cui già siDolcetto parlava delle vigne di Govone. Dalmasso racconta poi che pochi mesi prima, durante un convegno sul vino, aveva avuto un battibecco con un economista convinto che l’industria enologica fosse ormai “un’industria crepuscolare”. Era il 1957. In quell’anno cominciano a spuntare le prime cantine sociali. Soldati dichiara immediatamente di non essere favorevole, nonostante gli spieghino che servono per abbassare il prezzo del vino da tavola alla bottiglia e remunerare adeguatamente i contadini. Glielo dice un certo geometra Bianco, nativo di Calosso, amico anch’egli di Pavese, nonché il parroco di Covone, il quale prevede che “un giorno saranno soddisfatti della cantina sociale anche coloro che oggi sono diffidenti”. Ma questo non è sufficiente: “Io non sono del tutto d’accordo”, dice sommessamente Soldati, che si proclamava socialista, ma che avendo studiato dai gesuiti ebbe sempre un certo timore reverenziale verso gli uomini di Chiesa.

Quattordicesima tappa: Alba.

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   Nell’ambito del suo breve tour enologico, Soldati non poteva non tornare ad Alba, capitale del tartufo, ma anche del protagonista di molti racconti dell’altro grande “cantore” delle Langhe e della Resistenza, Beppe Fenoglio, che dopo la guerra fu procuratore per un’azienda vinicola albese. Città antichissima, pre-romana, Alba diede i natali, oltre che all’autore del “Partigiano Johnny”, anche a Pinot Gallizio, grande artista, principale esponente italiano del movimento situazionista fondato da Guy Debord. Com’era accaduto per i vitelli a Fossano e per il tartufo, Mario Soldati s’intromette a suo modo nelle fasi di compravendita del vino che si svolgono in un vecchio caffè della piazza centrale. Da una parte ci sono i commercianti al minuto, dall’altra i produttori. In mezzo i mediatori e gli assaggiatori. Quasi tutti piangono miseria e parlano di crisi del vino, i commercianti indossano il cappello anche all’interno del locale. Le facce sono facce di piemontesi che la sanno lunga, ce n’è uno con i capelli impomatati divisi da una riga e i baffetti alla Fred Buscaglione, un altro, tal Mentini, soprannominato “il gangster”. “Che cosa faccio? Una volta ero mediatore, adesso pago le imposte da commerciante”, dice. L’atmosfera sembra gioviale, ma c’è tensione, forse a causa della tv.

   Soldati si fa mostrare come si assaggia il vino, c’è chi lo fa girare e chi, dopo aver tappato con la mano il bicchiere, lo sbatte perché faccia la schiuma. Gli esperti non sbagliano mai la gradazione ed è interessante notare che a quel tempo i negozianti assaggiavano essi stessi i prodotti che acquistavano. L’elenco dei vini piemontesi è interminabile (da queste parti si dice che “la vite è la vita”, come recita lo stemma del comune di Santo Stefano Belbo). Soldati ne dice almeno una ventina. Poi racconta un aneddoto divertente: che quand’era più giovane si era divertito con gli amici a scrivere una formazione di calcio fatta non con i nomi dei calciatori, ma con i vini piemontesi. Il Caluso era finito in porta, perché il passito si beve alla fine, la coppia dei terzini era costituita da Barbera e Barbaresco, mentre il Barolo, il Gattinara e il Chiomonte, “anziani e potenti”, formavano la linea mediana. In attacco Grignolino, Freisa, Nebiolo, Dolcetto e Brachetto, “veloci, frizzanti, spumeggianti”. Le riserve erano il Lessona (portiere), il Carema, il Ghemme, la Bonarda. Una squadra formidabile senza “stranieri”.

Quindicesima tappa: Pessione.

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   “Il Piemonte è celebre in Italia per i vini, ma è famoso nel mondo per i vermouth”, esordisce Soldati. Non a caso, in Francia, racconta, si dice “donnez-moi un Turin”, che vuol dire mi dia un vermouth. Il telespettatore apprende che il vermouth è “un infuso di erbe aromatiche nel vino”. Si chiama così perché l’erba principale è il vermouth, una parola dialettale che proviene dal tedesco vermut e che significa “assenzio”, in latino artemisia absinthium, Soldati sostiene che il vermouth è solo piemontese e che l’erba si trova nelle Prealpi intorno a Torino. Sarebbe stato inventato nel 1786 a Torino da Antonio Benedetto Carpano, ma qualcuno sostiene che il primo a realizzare un liquore a base di vino e assenzio fu addirittura Ippocrate. Per raccontare il vermouth Soldati si reca a Pessione, oggi sede del Museo Martini. Con che cosa si cuociono vino ed erbe? Con il vapore. L’infuso sale e scende lungo un labirinto di tubi e poi torna nella vasca. Le macchine, poi, fanno correre le bottiglie, avvitano i tappi, applicano le etichette, quella piccola superiore, quella grande inferiore, quella sul retro.

di Riccardo De Gennaro

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Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]_thumb_thumbFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Terza Puntata

Decima tappa: Canelli.

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   Il vino è il protagonista della terza e della quarta puntata del “Viaggio”, in onda rispettivamente il 17 e il 24 dicembre 1957. La troupe della Rai fa tappa a Canelli, La Morra, Fontanafredda, Govone, Alba e Pessione. Canelli è importante per lo spumante. La prima inquadratura è dedicata a un carretto trainato da un cavallo che trasporta tre botti. La seconda è per un operaio che, a mano, scuote e gira di qualche grado le bottiglie di spumante infilate in appositi cavalletti (detti “pupitre”), affinché i residui della fermentazione (fecce) scendano verso il turacciolo. Immagini di altri tempi. Oggi il “remuage” è stato meccanizzato, sebbene il lavoro a mano sopravviva in molte piccole aziende. Soldati chiede all’operaio da quanto tempo fa quel lavoro così scomodo e lui, preciso, risponde: “Da cinquantun’anni e mezzo”. Aggiunge che un bravo operatore riesce a “girare” 40mila bottiglie in otto ore, ma mediamente se ne fanno 30-35mila. Il problema è che lo spumante deve essere assolutamente limpido e non può permettersi di avere il fondo come il vino rosso. Come abbiamo detto, il “Viaggio nella Valle del Po” non è soltanto una ricerca dei cibi genuini, ma anche un documentario sulle tecniche produttive e l’introduzione delle macchine, alle quali peraltro Soldati si mostra un po’ allergico.

   Dopo la lunga fase di “manipolazione” delle bottiglie, che dura 4-5 anni, si passa alla fase della sboccatura per eliminare proprio quei residui della fermentazione vicino al tappo: la bottiglia viene stappata, sboccata di un certo quantitativo di liquido, che viene immediatamente ripristinato con l’aggiunta del cosiddetto “liquore” o sciroppo di dosaggio, fatto di zucchero candito sciolto in vino invecchiato (qualcuno ci aggiunge anche un po’ di cognac), adatto a rendere amabile lo spumante. Fino ad alcuni anni fa, l’operazione di sboccatura veniva eseguita manualmente (ma l’operaio doveva essere molto bravo a ritappare in tempo per non perdere troppo liquido e gas), oggi è meccanizzata. Soldati passa poi a mostrare la fase della “tappatura” finale, completamente meccanica. Il padrone della fabbrica ammette che qualche volta le bottiglie scoppiano (la pressione interna dell’anidride carbonica dovuta alla fermentazione raggiunge le 6-7 atmosfere) e che è pericoloso per gli occhi. Soldati si sofferma però sul processo produttivo: “Mi rattrista un pochino la meccanizzazione”. Sembra quasi che per lui il lavoro dovrebbe essere sempre manuale e faticoso. A quel punto il proprietario lo porta da un operaio, che fa un lavoro oggi fortunatamente estinto: deve passare tutte le bottiglie, una per una, sulla luce di una candela. Se la luce e il contorno delle dita attraverso il vetro risultano netti vuol dire che lo spumante è limpidissimo, se invece c’è un po’ di velatura il vino non è limpido e la bottiglia va dunque soppressa. Lo spumante viene fatto con uve pinot, i cui vitigni sono stati importati dalla Francia nel secondo decennio del Novecento.

   “Non ero mai stato a Canelli – dirà Soldati alla fine – eppure l’ho riconosciuta subito. La conoscevo dalle opere di Cesare Pavese, che era di Santo Stefano Belbo. Questo prova che lo scrittore quando è bravo coglie la realtà nel vivo meglio di qualunque fotografia, di qualsiasi operatore o regista cinematografico”. Soldati era amico di Pavese, lo scrittore che si suicidò in un hotel di Torino in piazza Carlo Felice il giorno di Ferragosto del ’50. In uno dei suoi romanzi più belli, “La luna e i falò”, Pavese definì Canelli “la porta del mondo”. Il protagonista si chiamava Nuto, ma il suo vero nome era Pinolo Scaglione, un amico di Pavese: la sua falegameria è diventata un museo di memorie pavesiane.

Undicesima tappa: La Morra.

    “In un angolo della piazzetta della Morra c’è una trattoria dove si mangia come in famiglia”, racconta Soldati. È qui che la troupe Rai, composta da 15 persone, fa una sosta ristoratrice, dopo aver filmato i vigneti, tema della puntata, la torre, il monumento al soldato, il campanaro. La tappa è breve. Alla fine del pranzo, Soldati si affaccia in cucina e, forse per suscitare l’invidia dei telespettatori, fa dire alla cuoca, la signora Roggero, che cosa gli ha servito. Apprendiamo così che Soldati e i suoi collaboratori hanno mangiato insalata capricciosa, involtini di prosciutto, brasato al barolo, fagiano al salmì e una panna cotta superlativa.

Dodicesima tappa: Fontanafredda.

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   Per dimostrare “la potenza di fuoco” del Piemonte sul fronte dei vini, la troupe capitanata da Soldati si sposta nelle Langhe e precisamente a Serralunga d’Alba, nella vecchia tenuta Fontanafredda, circondata da settanta ettari di vigneti. Qui lo scrittore-regista incontra il signor Ferro, il quale gli racconta che la tenuta apparteneva al re Vittorio Emanuele II. Fu però il figlio Emanuele di Mirafiori, nato dalla sua unione con la Bela Rosin (Rosa Vercellana) ad avviare l’azienda vitivinicola. Le botti in rovere di Slavonia sono ancora quelle originali con lo stemma di Emanuele. Ferro spiega che le botti per i vini nobili come il barolo devono essere rigorosamente di rovere. Queste qui contengono 150 ettolitri, ma la tenuta ne possiede anche di capienza pari a 320 ettolitri. Le botti in cemento (vetro all’interno) servono invece per la conservazione dei vini bianchi, in particolare il moscato. La carrellata della telecamera mostra botti piene di barbera, barolo, barbaresco, freisa, grignolino. Dopo la visita alla tenuta, che ha diverse cantine sovrapposte, Soldati insiste per vedere la casa di caccia dove viveva la Bela Rosin, figlia di un ufficiale delle guardie del re Carlo Alberto, amante e poi moglie morganatica di Vittorio Emanuele II. L’amore sbocciò quando lei aveva 14 anni (lui 27) e durò molto più a lungo di tutti gli amori del re d’Italia, che procreava a destra e a manca chiamando i figli avuti dai rapporti con le sue amanti tutti con il cognome Guerriero o Guerrieri

di Riccardo De Gennaro

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Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]_thumbFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Seconda Puntata

Quarta tappa: Cherasco.

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    Qui si parla di carne, la carne del Piemonte, regno del bollito, ma anche del vitello tonnato e del brasato. Per affrontare un tema così importante, Soldati sceglie Cherasco, piazzaforte militare del XIII secolo, situata alla confluenza tra il Tanaro e lo Stura. Gina Lagorio, che ha vissuto qui a lungo, ha ambientato a Cherasco un romanzo intitolato “Tra le mura stellate”. Mentre si avvia sotto i portici, diretto al caffè Umberto, Soldati – che non poteva conoscere il romanzo della Lagorio, pubblicato nel ’91 – presenta Cherasco con queste parole: la città di una pace (quella del 1631) e di un armistizio (firmato il 28 aprile 1796 tra Napoleone e Vittorio Amedeo III e con il quale la Francia ottenne Nizza, Tenda e la Savoia). Cherasco è apprezzata per il suo clima e la sua posizione isolata, racconta Soldati, che nel ’57 poteva dire: “E’ rimasta intatta, com’era una volta, i portici, le botteghe, i caffè”. Oggi è così soltanto in parte, la città è cresciuta e si è modernizzata. Il caffè Umberto, la più vecchia osteria di Cherasco, c’è ancora. All’interno Soldati trova i vecchi arredi, tavoli di legno, sedie impagliate. Oltre al padrone ci sono alcuni anziani che parlano tra loro. Uno dice di essere di Torino, “sfollato a Cherasco” per l’aria buona, che definisce “la specialità del posto”. Tra gli avventori c’è anche un macellaio, che non si fa pregare per dire che “qui ci sono le carni, le più buone di tutta Italia e del mondo”. Si ottengono dal vitello a groppa di cavallo, cioè il vitello da fassone, che ha i quarti posteriori raddoppiati. È con la sua carne che si fa il vitello tonnato e il brasato, mentre per il bollito alla piemontese, sempre più raro oggi, ci vuole il bue grasso (ci sono fiere a Moncalvo, Carrù, Cuneo, Carmagnola). Cherasco è anche un importante centro per l’allevamento delle lumache, che qui si possono degustare in mille modi diversi.

Quinta tappa: Fossano.

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      Soldati è curioso di conoscere dal vivo il vitello a groppa di cavallo, “che mangia anche 5-6 uova al giorno”. Decide quindi di seguire il consiglio del macellaio e spostarsi al mercato di Fossano, dove assiste alla compravendita dei vitelli. “Ci siamo dovuti alzare alle tre del mattino, perché voi sapete che i mercati cominciano alle prime luci dell’alba”, dice Soldati ai telespettatori. La telecamera, intanto, inquadra tre personaggi dietro a un paio di vitelli. Sono il compratore, il venditore e il mediatore. Il prezzo è al chilo e a peso vivo. Quando l’accordo è raggiunto, compratore e venditore si stringono vigorosamente la mano. A quel punto il mediatore taglia un ciuffo di peli sulla groppa del vitello, che avrà così il segno del compratore. Dopodichè si passa alla pesa, dove i contraenti ricevono le bollette con il peso. Infine c’è il pagamento. Soldati fa notare ai telespettatori che è immediato e in contanti: “Mi rincresce per i miei amici banchieri, ma i contadini non si fidano degli assegni. Poche storie! Vogliono i bei bigliettoni da 10mila”. Nel ’57, i biglietti da diecimila lire erano quelle banconote grandi come lenzuoli che quasi non entravano nel portafoglio. Il mercato è vivo, gremito di gente, i vitelli ricevono continue pacche sulla groppa, le operazioni sono veloci e condotte con un linguaggio e una gestualità incomprensibili come il baseball se non se ne conoscono il codice e le regole. Oggi si possono vivere analoghe sensazioni nei giorni della Fiera del vitello grasso, che si tiene a Fossano.    

Sesta tappa: Torino.

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   Siccome nel “Viaggio lungo la valle del Po”, una tappa tira l’altra, Soldati ricorda di aver sentito parlare per la prima volta del vitello da fassone al Cambio di Torino, che presenta come “il più antico ristorante d’Italia”. Le telecamere entrano nel ristorante di piazza Carignano, vivo e vegeto ancora oggi, dove nell’Ottocento andava a mangiare Camillo Benso di Cavour (c’è ancora una targhetta che ne indica il posto preferito, come per Hemingway al Floridita di Cuba, locale famoso per il daiquiri, un cocktail a base di rhum). Soldati sollecita l’operatore a spingersi anche nelle cucine, dove si vedono centinaia di bottiglie di vino sugli scaffali alle pareti. Poi spiega che la gastronomia piemontese deriva da quella francese, fatta di carni, cacciagione, salse elaborate. Il tutto è accompagnato con robusti vini rossi. Lo scrittore ricorda che suo padre fece al Cambio un pranzo completo a base di tartufi: “Tartufo sugli antipasti, sul risotto, sullo stufato, sulla cacciagione, insalata di funghi e tartufi e persino il dolce era a base di tartufi”. A quanto ammontò il conto, però, non lo dice.

   A Torino la troupe Rai ci torna, sempre nella seconda puntata del programma, per un’altra specialità: il grissino, il famoso rubatà. “Perché il grissino fatto a Torino è il migliore di qualunque altro al mondo”, sottolinea Soldati. Non sarà un caso che nel suo unico romanzo ambientato a Torino, Emilio Salgari chiamerà il capoluogo subalpino “Grissinopoli” (il romanzo è “La bohème italiana”). Secondo Mario Soldati, il segreto del grissino torinese sta in due fattori: l’acqua di montagna e il modo di lavorarlo. “Vedete – indica – con quale tocco leggero, naturale, semplice lavorano la pasta, che viene allungata e posata sulla teglia un attimo prima che si rompa”. Per essere genuino, tuttavia, il grissino deve essere fatto a mano: “Questo è l’unico buono, non c’è paragone con il grissino fabbricato a macchina”. È questa la filosofia che guida Soldati nel suo “Viaggio”: l’industria toglie sapore al cibo, lo snatura. Spesso, anche nelle puntate successive, lo scrittore si scaglierà contro il processo di industrializzazione del paese. La telecamera inquadra le pale che infornano i grissini, poi un panettiere che ne porta un grosso pacco fuori dal grissinificio e lo dà a un ciclista per la consegna a domicilio. Questi inforca la bicicletta e si avvia per le strade del centro di Torino, la città natale di Soldati, che allo scrittore Davide Lajolo un giorno dirà: “Chi l’ama legge, nel nome Torino, la presenza di un colore squillante che non si avverte subito, il rosso. Ecco, per me Torino è qualcosa di rosso che ride”.

Settima tappa: Alba.

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   Il tartufo l’avevamo lasciato al Cambio, ma lo ritroviamo tra le mani di un “trifulau” nella campagna di Alba. Soldati si è spostato qui per scoprire i trucchi del mestiere. Lo accompagnano il signor Mora e un cane da tartufo, che a un certo punto fa uno scatto bruciante e, in un campicello adatto alla crescita del tartufo (in latino “Tuber magnatum pico”), comincia a scavare freneticamente con le zampe. Il telespettatore nazionale, che molto probabilmente non ha mai visto un tartufo e, meno ancora, ne ha mai sentito l’inconfondibile profumo, apprende a questo punto che il piccolo tesoro scoperto dal cane è un fungo sotterraneo, che può nascere anche a un metro di profondità nel terreno. “Sono gli alberi che fanno i tartufi”, dice il “trifulau”. I migliori sono quelli intorno alle querce, ma sono ottimi anche quelli che nascono sotto i pioppi e i salici. Il tartufo bianco, il più costoso e pregiato, si trova a settembre e ottobre, mentre il tartufo nero si trova soprattutto in dicembre. Quello rinvenuto dal cane è il classico tartufo del Perigord, il “Tuber melanosporum”. Si distingue dal tartufo bianco per il colore (quello bianco è di color legno di faggio) e per l’uso: il tartufo nero, molto meno profumato, si usa solo per le guarniture dei piatti  e per il foie gras. Soldati domanda al “trifulau” come si addestra il cane da tartufo: “Si fa come si fa con i bambini a scuola, ci vuole il maestro, il cane impara poco per volta”.

   Come per i vitelli di Fossano, Soldati va a curiosare anche al mercato di Alba, dove si fa la compravendita dei tartufi. “Voi sapete, cari telespettatori – dice – che il tartufo è l’alimento, in tutto il mondo, che a parità di peso costa di più”. Più del caviale, più delle ostriche. Il commerciante pesa i tartufi sulla vecchia bilancia da mercato, la stadera, consegna il prodotto e riceve anche qui in cambio un bel mazzo di bigliettoni da 10mila. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, il tartufo viene sigillato ed esportato in tutto il mondo, evidentemente senza perdere il suo aroma: la telecamera Rai di cinquant’anni fa inquadra i cartoni con le etichette di Londra, New York, Bruxelles, Parigi. Gioacchino Rossini definì il tartufo “il Mozart dei funghi”. Oggi qualcuno lo chiama “l’oro bianco dei boschi”.

Ottava tappa: Carmagnola.

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   Come per Maometto e la montagna, questa volta non è Soldati che va a cercare il prodotto genuino, ma è il prodotto genuino che va da Soldati. Non avendo potuto passare per Carmagnola, Soldati ha chiesto all’amico Richelmy di portargli una cassetta di peperoni nello studio Rai di Roma. Sono belli, lucidi, sodi, esattamente come quelli che si possono trovare ancora oggi alla Sagra del Peperone. Il programma è ancora in bianco e nero, ma ce li possiamo facilmente immaginare rossi, verdi, gialli. Richelmy ne ha portate 4-5 qualità di forme diverse. “Dicono siano i migliori del mondo”, fa Soldati. C’è anche un premio internazionale: “Sì, premiano non i più grossi, ma il più resistente e il più pesante”, sottolinea Richelmy. La stagione dei peperoni (oggi è particolarmente apprezzato anche il peperone quadrato Igp della Motta, frazione di Costigliole d’Asti) va da agosto ad ottobre. C’è “il lungo”, che dà anche origine allo “spagnolino”, c’è “il pomodoro”, per la forma tonda. Il telespettatore apprende poi che “quello a quattro punte è il peperone perfetto” e che “il peperone non va tagliato con il coltello, ma aperto con le mani”. Lo si può mangiare cotto, crudo, alla brace, con la bagna caôda, con le acciughe intere, in composta, dice Richelmy. Ma anche con la fonduta. La fonduta? Mai sentito. Il fatto è che Soldati ha invitato in studio anche una contessa che dovrà preparare la fonduta valdostana. Nei suoi giri lungo il Po, Soldati non è infatti riuscito a fare conoscere questo piatto prelibato al suo pubblico di estimatori, pubblico che cresce di numero ad ogni puntata e segue i consigli di uno scrittore che potrebbe essere uno zio, lo zio Mario.

   Ora questo pubblico, avrà anche la ricetta della fonduta. E non solo: le ricette dei migliori piatti saranno il punto di forza della trasmissione. La più famosa sarà quella della “salama da sugo”, che Soldati sarà spesso costretto a ripetere anche in altre trasmissioni e, in privato, agli amici più attenti. Ma torniamo alla ricetta della fonduta. Si fa con fontina d’Aosta, burro, latte e rosso d’uovo. Tutto qui. La contessa precisa che il formaggio si chiama Cervinia, perché “oggi ci sono anche fontine molto economiche che non hanno sufficiente grasso affinché la fonduta riesca”. Sempre attento ai cibi genuini, questa volta Soldati non è d’accordo: “Va bene dire semplicemente fontina”, puntualizza. La donna si mette a preparare la fonduta nello studio Rai, tagliando a cubetti fini la fontina. Il formaggio è poi messo a macerare in latte e acqua per almeno 5-6 ore. Niente sale, niente pepe. Al formaggio, dopo le sei ore, vengono aggiunte le uova a freddo: due uova (solo i rossi) e una noce di burro ogni 100 grammi di fontina (la razione per una persona). Poi si mette il tutto a scaldare a bagno maria e lo si frulla vigorosamente affinché non fili. La cottura deve durare 20-25 minuti, durante i quali l’uovo si rassoda e la fontina si scioglie. Ne esce una crema, che andrebbe completata, per chi ne avesse le possibilità, da una bella grattata di tartufo bianco. Soldati, guarda caso, ne ha uno e se lo fa servire: “Eh, cari telespettatori, l’odore del tartufo e della fontina ha per i torinesi qualcosa di poetico ed evocativo. Quanti ricordi!”

Nona tappa: Villarfocchiardo.

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   Uno dei ricordi di Soldati è un pranzo che fece molti anni prima  a Villarfocchiardo, un paese situato a metà strada tra Rivoli e Susa. Il ristorante, dove torna con l’intera troupe, si chiama Giaconera. Ci andavano quasi a sbattere contro coloro che la domenica tornavano a Torino da Bardonecchia ai tempi in cui non c’era l’autostrada. Quello di Soldati, in questo caso, è un po’ uno spot pubblicitario del ristorante, che era gestito dal signor Cattaneo. La specialità che mostra in tv è, infatti, un banalissimo “pollo alla babi”. Si prende il pollo, gli si apre il petto e lo si schiaccia fino a farlo diventare brutto come un “babi” (rospo in piemontese). Poi lo si mette a cuocere sul fuoco vivo all’interno una doppia griglia. “Come cent’anni fa”, spiega Cattaneo. Poi lo si gira e lo si rigira per una ventina di minuti. Va accompagnato da un vino Carema, o da un Gattinara. Ma di vini Soldati parlerà nelle due puntate successive e approfondirà poi il tema enologico durante un altro viaggio, fatto in compagnia di suo figlio Volfango dodici anni dopo, nel ’69.

   Da quel viaggio nacque un libro pubblicato dalla Mondadori che s’intitolava, non a caso, “Vino al vino. Alla ricerca dei vini genuini”. Soldati risaliva la penisola, a partire dalla Sicilia, per finire in Piemonte. Qui, con il figlio, che all’epoca era fotografo, si spingeva nelle terre dove si producevano il Carema, il Passito e l’Erbaluce di Caluso, il Lessona Sella, il Bramaterra, il Mesolone, oltre al Bianco di Morgex e lo Chambave della valle d’Aosta. Alla fine del libro Soldati concludeva con una massima: “Meglio un vino qualunque, bevibile naturalmente, in compagnia di un amico che un Romane-Conti da centinaia di nuovi franchi la bottiglia bevuto da solo. Che cos’è un vino senza gli amici? Poco più di niente”. Allo stesso modo Soldati termina la puntata dedicata alle carni, al tartufo, ai grissini, alla fonduta, al pollo e ai peperoni con l’elogio della bruschetta: “Ho mangiato qualche volta in casa di miliardari e ho mangiato male. Ho mangiato a casa di povera gente e ho mangiato magnificamente. Talvolta un pezzo di pane abbrustolito con l’aglio sfregato sopra, olio e sale diventa una cosa squisita. Che cosa vuol dire questo? Che il segreto della buona cucina è tutto qui, sta nella semplicità e nella genuinità degli alimenti. La buona cucina è uguale per tutti”.

di Riccardo De Gennaro

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valle del po' mappa_thumb[1]Anche prima di affrontare la sua fortunata avventura televisiva, Soldati “operava” a stretto contatto con il territorio. Quando qualcosa lo sorprendeva, lo appassionava, rispecchiava la sua visione del mondo, ne faceva un racconto.

Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]Fidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Prima tappa: Crissolo.

   Nelle giornate in cui il cielo è terso, i torinesi possono vedere nitidamente il Monviso, la montagna piemontese da cui nasce il Po. “La si vede bene non tanto perché è la più alta, quanto perché è isolata”, spiega Soldati. Il quale informa i telespettatori che finalmente può esaudire un suo antico desiderio, quello di andare alla sorgente del Po. È come risalire alle origini. Quando è nato il Po? La ricerca dei cibi genuini coincide con una sorta di ricerca della natura non contaminata, là dove termina l’asfalto, le strade sono polverose, gli automezzi della Rai arrancano. Come se il bitume fosse, oltre che un segno di alterazione del paesaggio naturale, anche la prova di una presunta sofisticazione dei cibi. Che cosa trova Soldati alle pendici del Monviso? Niente più di un simpatico ruscello e un pescatore solitario. Ecco, dunque, che la trota sarà il suo primo “trofeo”. Soldati, con l’inconfondibile basco nero, tesse l’elogio della trota di montagna, la trota “fario”, che vive nei torrenti ed è più buona e pregiata di quella di lago o di quella di fiume. È un pesce in grado di risalire la corrente con balzi di 2-3 metri. Il signor Mattio il pescatore, ne prende un chilo, un chilo e mezzo a giornata. È la sua passione, ma lavora anche la terra e ha una vacca tutta sua. Lo spunto di una trota che guizza nel torrente è sufficiente per dare vita a un filone del discorso che lo scrittore seguirà fino a quando non arriverà al delta del Po, quello sulle tecniche di allevamento degli animali, la conservazione e la preparazione dei cibi.

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Soldati si sposta con la troupe in un vivaio e si fa spiegare, e spiega a sua volta ai telespettatori con parole semplici, il metodo di allevamento delle trote, attraverso la fecondazione artificiale delle uova. Ogni femmina, dice, “dà fino a 2.500 uova per ogni chilo di peso”. Soldati mostra le vasche con le uova, poi le bacinelle con gli avannotti, pesciolini non più grandi di un mignolo che, dopo essere gettati in grandi vasche di cemento, diventeranno trote vere e proprie, “più grosse, ma molto meno buone di quelle di torrente”, precisa Soldati. La trasmissione sarà un viaggio nella cultura di un popolo, il popolo che ha sempre vissuto sulle sponde del Po. Grazie a un atteggiamento di curiosità e modestia di fronte a gente che può insegnargli cose che non sa, Soldati informa e insegna a sua volta, chiedendo la complicità del cameraman e, spesso, degli stessi telespettatori. Non si preoccupa di passare per un incompetente o uno sprovveduto, anzi. Sono caratteristiche che assume volentieri per rendere più simpatico il personaggio, spesso leggermente teatrale, del conduttore televisivo. Soldati curiosa, chiede e indaga, s’interessa dei ritmi di lavoro, della scansione della giornata, delle tecniche produttive e, in questo modo, porta direttamente nelle città, attraverso un mezzo innovativo come  la televisione, il sapere delle campagne. Come spiega bene Emiliano Morreale nella biografia dello scrittore (“Le carriere di un libertino”, Le Mani, Genova, 2006), “Soldati crede davvero che sia possibile venire a capo dei destini umani con una ragione empatica e caritatevole, che coincide, in definitiva con la narrazione”.

Crissolo__Po_in_piena_2008

Seconda tappa: Andezeno (Chieri)

   C’è una verdura di cui si parla raramente. Eppure è una verdura unica, rara, che cresce soltanto nella Valle del Po, forse soltanto in Piemonte. È il cardo, un prodotto della terra poco importante, ma dal quale non si può prescindere per gustare una vera bagna caòda. Il cardo che arriva in tavola sembra un lontanissimo parente del prodotto coltivato, che può essere alto anche più di un metro e mezzo. Soldati decide di farlo conoscere in tutta Italia: “Il centro della coltivazione del cardo è a Chieri – dice – nella collina torinese, sulla riva destra del Po”. Il cardo “gobbo”, ancora oggi, si coltiva invece a Nizza Monferrato, Castelnuovo Belbo e Incisa Scapaccino. Chieri è la patria dei grissini, ma quello che conta ora è la bagna caòda. Soldati mostra ai telespettatori come si fa: burro, acciughe, olio in abbondanza: “Ma attenzione: le acciughe non devono essere lavate dal sale, lasciatelo tutto”, avverte Soldati. Poi la cuoca prende dell’aglio e lo taglia fine fine. Tutto questo deve cuocere prima e durante il pranzo, perché “la salsa d’acciughe è buona quando è calda”. Qui le telecamere inquadrano un esercito di scaldini, “sciufìn” in piemontese, per il mantenimento a temperatura dell’intingolo.

   Bisogna però spostarsi dal ristorante ai campi per avere le informazioni sulla semina e sulla crescita dei cardi. Qui c’è un contadino che li coltiva da una vita. Si chiama Oreste. Spiega che si seminano in aprile e si raccolgono tra la fine di agosto e dicembre. Soldati domanda perché questa verdura deve stare interamente interrata. La spiegazione è banale: altrimenti il cardo non rimarrebbe bianco. L’interramento ha una durata variabile mese per mese, il che significa un gran lavoraccio per il contadino. Ma alla fine, nei mesi di novembre e dicembre, il vecchio Oreste scende a Torino per vendere i suoi cardi al mercato.

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   “Ma lei ne mangia?”, chiede Soldati.

    “Sì, qualche volta, con la bagna caòda, ma anche bolliti”.

    “Li cucina sua moglie?”

    “Sì”.

    “E come le fa sapere che è pronto?”

    “Ah, non c’è problema. Quando il campanile suona mezzogiorno ci fermiamo e andiamo a casa”.

Soldati sottolinea la cosa: “Io la ringrazio per questo che mi ha detto, una cosa che mi ha commosso. Tutti qui, quando è mezzogiorno, lasciano il lavoro e vanno a tavola. Questa è una bella tradizione e io credo che questa tradizione sia il principio primo della genuina gastronomia, una tradizione che si sta perdendo. Purtroppo la vita della città ci obbliga ad andare a tavola anche all’una, alle due, senza una regola, variando continuamente”. A quel punto racconta al contadino e ai telespettatori un aneddoto che ha per protagonisti Giolitti e il duca d’Aosta. Il primo stava uscendo dal Viminale quando vede arrivare il duca d’Aosta che doveva parlargli. Ma Giolitti lo ferma e gli dice: “No, mi rincresce, altezza, ma quando è mezzogiorno tutti devono andare a tavola”. Scriverà giustamente il critico cinematografico Paolo Gobetti, il figlio di Piero Gobetti, sul numero del 1° gennaio ’58 di “Cinema nuovo”: “Il Viaggio nella valle del Po, muovendo dal dato di partenza un po’ banale costituito dalla ricerca delle specialità culinarie delle varie zone, allarga il suo discorso alla vita degli uomini che vivono in quelle zone. E le specialità gastronomiche diventano un riflesso, non banale, di un modo di vita, o addirittura una determinata civiltà”.

Terza tappa: Ponti

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  L’ultima tappa della prima puntata (le trasmissioni duravano circa tre quarti d’ora) si fa a Ponti, un paesino della Val Bormida di Spigno. Il cibo è la polenta, che alcuni anni dopo Soldati celebrerà in uno dei suoi “Racconti del maresciallo” (per l’esattezza “I bei denti del sciur Dino”, che comincia con l’attesa che la polenta venga portata a tavola), storie poi raccolte in volume nel ’67 e che daranno vita a una serie di sceneggiati televisivi, protagonista Turi Ferro. Qui l’occasione per raccontare la polenta è data dalla Festa del Polentone che peraltro non si celebra soltanto a Ponti, ma in molti altri paesi piemontesi, come ad esempio Roccaverano e Bubbio. Ponti è conosciuta anche grazie al romanzo di Augusto Monti, intitolato “I Sanssôssi”, una saga che copre due secoli di storia piemontese, dall’occupazione napoleonica alle prime lotte operaie del Novecento. C’è un lungo capitolo, intitolato “Il campanile di Ponti”, che ha come protagonista un prete, parente di Bartômlìn Monti, il padre di Augusto. Purtroppo, nelle immagini dedicate a Ponti, Mario Soldati non c’è o non si fa vedere, mancano quindi le discussioni, le sue domande su come si fa la polenta, da dove viene la materia prima, i risvolti storico-letterari. A parlare sono solo le immagini e la colonna sonora della festa, che rievoca un atto di generosità del conte del Carretto, il quale – nel 1650 – diede da mangiare a un gruppo di calderai calabresi (in dialetto piemontese “magnani” o “magnini”) in cerca di lavoro al Nord. Il rito della festa prevede che degli uomini vestiti da calderai domandino al conte ospitalità. Il conte gli risponde che sarà felice di allestire una tavola per loro e che avranno polenta, merluzzo e uova, ché “al mondo non si trova boccone più squisito”. Gli anziani cantano, una banda suona chitarre e fisarmoniche, i giovani sbattono le uova e girano la polenta con i bastoni. Poi grossi pentoloni di polenta calda e morbida vengono rovesciati su grandi tavole di legno all’aperto. Sullo sfondo c’è una giostra che gira, quel tipo di giostra con singoli seggiolini agganciati a lunghe catene, dove – grazie alla velocità – i passeggeri possono attaccarsi l’uno all’altro. Il cibo è genuino, la felicità di quegli anni anche.

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di Riccardo De Gennaro

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valle del po' mappaAnche prima di affrontare la sua fortunata avventura televisiva, Soldati “operava” a stretto contatto con il territorio. Quando qualcosa lo sorprendeva, lo appassionava, rispecchiava la sua visione del mondo, ne faceva un racconto.

Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panoramaFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Qualcuno ha detto infatti, senza andare lontano dal vero, che Soldati era un uomo vecchio stile. Per eleganza, modi, scrittura. Molti, tuttavia, hanno riconosciuto che nessuno è stato pronto quanto lui ad abbracciare il nuovo e più potente strumento mediatico del Novecento, la televisione. Lo scrittore torinese sale sopra a questo mezzo come a un cavallo e – senza macchia né paura – parte all’assalto della realtà contadina come se dovesse partire per un’avventura donchisciottesca: vi faccio vedere io che, a dispetto dell’industrializzazione, i cibi genuini esistono ancora.

La sua “cavalcata” attraverso la Valle del Po non può che cominciare a Crissolo, alle pendici del Monviso, là dove il Po nasce e per lunghi tratti mantiene ancora la dimensione del torrente. Le tappe piemontesi del “Viaggio” saranno diciotto, suddivise in cinque puntate televisive. Il Po non è paragonato a un dio pagano, ma è semplicemente lo spunto per poter osservare da vicino la vita della gente più umile, per conversare di letteratura, per documentare tradizioni che, nella fase di passaggio dalla civiltà contadina all’economia industriale, rischiano di scomparire. La buona tavola “è semplicemente un mezzo per sviluppare la fantasia e darle sfogo”, scrisse Soldati nel febbraio ’64 nella rubrica che aveva sul quotidiano “Il Giorno”. Un pretesto, insomma.

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E allora che cos’è questo “Viaggio” che vogliamo ripercorrere? È uno spaccato storico-antropologico, come l’ha definito Carlo Petrini, fondatore di “Slow Food”? Soldati fa questo preambolo: “In questo viaggio non sarò né sistematico, né esauriente”. Andrà, possiamo dire, dove lo porta il fiuto. Prima della sua partenza, l’avvocato Agnelli gli scrive: “Se viene nel Vercellese si fermi nella mia campagna, io ho un cuoco francese e potremo bere insieme vino Bordeaux”. Soldati non si fa incantare e gli risponde: “No, niente contaminazioni straniere. Voglio mangiare e bere prodotti della valle del Po”.

Il Po era stato protagonista di un film che aveva girato due anni prima, nel ’55, e che s’intitolava “La donna del fiume”, protagonista Sophia Loren. Ma era soprattutto un simbolo della sua giovinezza: il 17 marzo 1922 vi si tuffò senza nemmeno togliersi le scarpe per salvare l’amico Lello Richelmy, che stava per annegare davanti al pontile della Canottieri Ermida. Soldati aveva 15 anni. Il gesto gli valse la medaglia d’oro al valor civile, che porta la data del 28 ottobre 1922, giorno della marcia su Roma, come fece lui stesso notare molti anni dopo. Ironia della sorte, uno dei collaboratori al “Viaggio nella Valle del Po” sarà il fratello di Lello, il poeta Tino Richelmy. La prima puntata andò in onda il 3 dicembre 1957, esattamente cinquant’anni fa.

valle del po panorama

di Riccardo De Gennaro

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