Viaggio nella Valle del Po: quinta (ultima) puntata.

valle del po' mappa_thumb[1]_thumb_thumb_thumb_thumbAnche prima di affrontare la sua fortunata avventura televisiva, Soldati “operava” a stretto contatto con il territorio. Quando qualcosa lo sorprendeva, lo appassionava, rispecchiava la sua visione del mondo, ne faceva un racconto.

Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]_thumb_thumb_thumb_thumbFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Quinta Puntata

Sedicesima tappa: Sulpiano.

   Il triangolo vercellese Sulpiano-Veneria-Crescentino permette a Soldati di parlare ancora di vino, ma naturalmente anche di riso e di pesce d’acqua dolce. A Sulpiano lo scrittore incontra un certo professor Brusa, al quale fa una domanda forse un po’ naif: “Qual è la differenza tra il Barolo e il Barbaresco?”. L’altro nicchia, dice che nel Barbaresco si riscontra una forza arcaica, bruta, mentre il Barolo ha un sapore più morbido, più rotondo, più classico. Poi si lancia in una metafora particolarmente ardita: “Il Barbaresco lo paragonerei a una colonna dorica, come quelle del tempio di Agrigento, mentre il Barolo è una colonna dorica”.

   Tornato in studio, Soldati mostra alla lavagna i profili di otto bicchieri ideali per il vino, il cognac, la grappa. Dopodiché è la volta dei cavatappi, di diverse fogge e qualità: “Il vino è come il piacere, più è grande e più è difficile da ottenere”, dice Soldati, che nella sua vita non ha mai nascosto la sua natura di libertino e di grande amatore (celebre, ad esempio, la sua “cotta” per Alida Valli, che nel ’41 diresse nel film “Piccolo Mondo Antico”). Secondo Soldati, dunque, il vino è buono quando il tappo chiude bene e quindi la bottiglia è più difficile da aprire. All’uopo ha invitato un muscoloso calciatore dell’epoca, Maurizio Olivieri, che apre senza fatica le bottiglie con il cavaturaccioli giudicato più adatto al vino: quello semplice (senza le alette) che costringe a tenere stretta la bottiglia tra le gambe. Il migliore in assoluto, tuttavia, è il cavatappi a muro che si vedeva spesso nelle case di campagna.

Diciassettesima tappa: Veneria.

Parco.Delta.Po

   Il consueto basco in testa, Soldati vaga a questo punto tra le risaie. Prima, però, visita le stalle della Cascina Veneria di proprietà del dottor Furno, che lo accompagna a vedere i tori da monta. Il campione, di razza olandese, è un toro che, non per niente, si chiama Verga. L’azienda di Furno, dove ci sono vacche da latte e vitelli da macello è molto grande e pulita: “Questa stalla è una delle più belle che io abbia mai visto – dice Soldati – e il mio amore per il genuino e l’autentico non arriva a farmi preferire le stalle sporche a quelle pulite”. Le otto stalle e gli stabilimenti sono tagliate da un viale lungo il quale ci sono anche 16 casette, che – come spiega Furno – sono le abitazioni dei salariati fissi. Il discorso più interessante per i telespettatori che conoscono le risaie soltanto grazie al film “Riso Amaro”, girato proprio nella Cascina Veneria e con Silvana Mangano nei panni di una mondina, è quello che riguarda, appunto, la produzione del riso. Apprendiamo, dunque, che l’acqua d’irrigazione dei campi viene immessa verso il 7-8 aprile. La semina nell’acqua va fatta entro il 7-8 maggio. I campi restano allagati da metà aprile a metà agosto, dopodichè i campi vengono prosciugati. La raccolta del riso si comincia verso metà settembre per finire entro la metà di ottobre.

   La curiosità di Soldati, finalizzata all’interesse del telespettatore, non dà tregua a Furno. Al quale dapprima chiede che cosa sia il “riso selvatico”, poi la ricetta della “paniscia”. Il riso selvatico è il riso al quale viene tolta soltanto la prima delle tre vesti, dunque il riso appena sgusciato. La “paniscia” è, invece, un primo piatto, specialità vercellese (ce n’è anche una versione novarese, che si differenzia per la presenza della verza). Come si fa? Dunque, si prende un salame tenuto sotto grasso da almeno 4-5 mesi, gli si toglie la pelle e lo si fa friggere in una padella dove già si è fatto friggere olio burro e lardo. Quando il tutto ha assunto un colore rosa, quasi dorato, si aggiungono riso e fagioli nella proporzione di otto unità di riso e due unità di fagioli e lentamente si lascia evaporare il brodo rilasciato dal riso e dai fagioli stessi. Quando il riso raggiunge una densità tale che si ha la possibilità di piantare il cucchiaio senza che questo cada vuol dire che la “paniscia” è pronta. La tappa a Veneria si conclude con una notizia di storia: il riso è stato portato nel Vercellese e nella Lomellina dagli spagnoli, che l’avevano a loro volta importato dalla Cina. Soldati chiede se sia la verità e il suo interlocutore non può che fare segno di sì con la testa.

Diciottesima tappa: Crescentino.

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   L’ultima tappa del “Viaggio nella valle del Po”, limitatamente al territorio piemontese, è tra le meno interessanti. Si vedono lunghe immagini di pescatori che si muovono su delle canoe lungo il Po, tra Crescentino e Verrua Savoia. Soldati, sulla riva, urla domande ai pescatori. Uno di loro si chiama “Secco della montagna” e ha sempre fatto il pescatore. Il nome gli viene dal padre, dice, che aveva una voce talmente potente da attraversare le montagne. I pescatori tirano su le reti e gli ami. Con le prime prendono trote e tinche, con gli ami le anguille. Quella zona è anche zona di cacciagione, lepri, fagiani, anitre di passaggio, pernici. L’anguilla marinata Soldati e la sua troupe vanno a mangiarsela alla Trattoria delle Alpi, che ha un’insegna “bombata” come quelle di una volta (a Torino, ad esempio, ne ha ancora una simile il ristorante “Forni e Goffi” di corso Casale). La proprietaria del ristorante assicura che la ricetta è semplice, ma non vuole rivelarla in tv. Ci pensa Soldati: l’anguilla va cotta nel suo grasso naturale e nell’aceto, che raffreddandosi diventa gelatina. Fuori dal ristorante la troupe incontra uno strano e anziano lattaio in moto, che ogni tanto scende a bersi un “cicchetto” nei bar del paese. La telecamera lo sorprende mentre estrae, tra le bottiglie di latte nel carretto attaccato alla moto, una bottiglia di vino, che poi porta alla bocca. È il momento del commiato: “E mentre il vecchietto si allontana diamo l’addio al Piemonte – dice Soldati in primo piano – diamo l’addio a Torino. Ciau Turin! Ci rivedremo l’anno venturo, nel ’58, in Lombardia. Tanti auguri a tutti!”.

   Sono trascorsi cinquant’anni dal “Viaggio nella valle del Po”. Oggi quei luoghi sono completamente cambiati, i cibi non sono più genuini, frutta e verdura sono spesso insapori, il vino – sovraccarico di solfiti – non è più quello di una volta. Anche la gente è cambiata, non ha più l’umanità di quegli anni, si è fatta diffidente, razzista. Il candido Soldati, che negli ultimi anni si era rifugiato a Tellaro, vicino a Lerici, forse proprio alla ricerca di un posto a misura d’uomo, dovette farsene una ragione. Vi morì il 19 giugno 1999.

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di Riccardo De Gennaro

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