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mercoledì 22 dicembre 2021

Il Parco del Ticino e Lago Maggiore, aree prottete di un parco in soccorso della biodiversità.

Il Parco del Ticino e Lago Maggiore.

Che cosa hanno in comune le pecore Saltasassi e Savoiarda con le capre Sempione e Vallesana? E cosa c'entra con loro il Parco del Ticino e Lago Maggiore? Andiamo alla scoperta di un ambizioso progetto ideato dall'Ente parco che si propone di salvaguardare la sopravvivenza delle razze autoctone altrimenti minacciate di estinzion.

Lo scorso 5 agosto l'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore ha pubblicato un avviso per la ricerca di un potenziale gestore di aree e immobili presso la tenuta Montelame, sita nel Comune di Pombia (NO). Obiettivo principale dell'Ente Parco è la creazione di un centro per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia di razze italiane rare in via di estinzione, il primo in Italia all'interno di un Parco Naturale Regionale.

Salvare le razze in pericolo tutelando il territorio.

 La salvaguardia della biodiversità genetica è uno degli scopi istitutivi delle aree protette. In Italia l'esempio realizzato più noto è quello del Parco Nazionale dell'Asinara, che ha tra i suoi obiettivi la salvaguardia della locale razza di Asino albino. Attraverso progetti specifici i parchi possono dunque contribuire a salvare le razze locali a limitata diffusione e, contemporaneamente, possono gestire ambienti naturali di grande interesse grazie al pascolamento degli animali domestici. Le strategie di conservazione messe in atto sinora non sono però risultate sempre efficaci nel rallentare l'estinzione delle razze autoctone che, a livello mondiale, stanno scomparendo al ritmo di due alla settimana (dati FAO 2011). 

Le tecniche di conservazione delle razze a rischio possono essere in situ (allevamento di una razza a fini produttivi nel suo agro-ecosistema di origine) ed ex situ (gli animali sono allevati in aree diverse da quelle tipiche). Le tecniche ex situ sono uno strumento potente e sicuro soprattutto per la salvaguardia delle risorse genetiche animali a forte rischio di estinzione, o per le quali non sussistono momentaneamente le condizioni per una loro salvaguardia nell'area di origine.
Il progetto Centro Razze

"In Italia esistono allevamenti di razze autoctone che hanno finalità sia produttive che di salvaguardia ma non esistono ancora strutture pubbliche con finalità assimilabili a quelle del Centro Razze che si vorrebbe creare presso la Cascina Montelame, cioè dedicate esclusivamente alla selezione, riproduzione e restituzione agli allevatori di animali appartenenti a razze autoctone italiane a rischio di estinzione" spiega Riccardo Fortina, Professore presso il DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell'Università degli Studi di Torino) e Consigliere dell'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore. 

Il progetto.

"Il progetto – prosegue Fortina - intende contemperare la conservazione della biodiversità zootecnica con la ricerca scientifica e le finalità educative, ed era già stato oggetto di un avviso pubblicato dalla precedente amministrazione che non aveva però trovato grande riscontro, forse anche per via delle condizioni inizialmente richieste."

"L'avviso attuale sta invece avendo positivi riscontri" conferma Monica Perroni, responsabile del Settore Tecnico dell'Ente di gestione delle Aree protette del Ticino e del Lago Maggiore. "Ad oggi sono diverse le manifestazioni di interesse, pervenute prevalentemente da aziende ed associazioni: un ottimo risultato se si pensa che la scadenza ultima era stata fissata al 1° ottobre, tanto che  l'Ente è intenzionato a prorogare il termine al fine di poter coordinare e meglio organizzare i sopralluoghi, le cui richieste ad oggi superano la trentina, e che riguardano tutta la zona oggetto dell'avviso, vale a dire - oltre alla Cascina Montelame - anche 200 ettari circa di terreni a carattere boschivo e agricolo. Inoltre ci piacerebbe recuperare in futuro altri due immobili, la Cascina Casone e il Mulino Simonetta, che versano però in condizioni degradate e dunque richiedono importanti lavori di ripristino".

"Tra gli aspetti del progetto che sono stati approfonditi c'è quello della autosostenibilità finanziaria" prosegue ancora Fortina. "E' previsto che i futuri gestori potranno svolgere altre attività che producano utili, come un maneggio ippico o l'allevamento di bestiame a scopo commerciale. La finalità principale del Centro Razze, è bene specificarlo, non è infatti quella di generare guadagni ma piuttosto di garantire la conservazione del germoplasma animale. In quest'ottica è ipotizzabile, ad esempio, che la restituzione agli allevatori dei riproduttori delle razze conservate potrà avvenire a titolo gratuito" .

I gestori.


I gestori avranno inoltre la possibilità di svolgere attività agricola, coltivando e conducendo i terreni in conformità alle regole del Parco, utilizzando le materie prime del luogo, anche per prodotti tipici dell'area, con la possibilità di mettere in campo buone pratiche agricole e modelli virtuosi. L'area è particolarmente adatta all'allevamento di cavalli e asini - può contare su alcune strutture già esistenti e destinabili a scuderie, maneggio e ricovero - e alla promozione di attività educative e di ippoterapia.

Sul sito del parco, oltre al testo dell'avviso e ai relativi allegati - come cartografie e foto della zona in oggetto – è disponibile un dettagliatissimo studio di prefattibilità realizzato dalla Cooperativa Eliante Onlus con cui si prefigurano gli scenari futuri, gli aspetti economici e il cronoprogramma, e si fornisce ogni altra indicazione utile per lo sviluppo del progetto.
Le razze a rischio che potranno essere ospitate

Nella fase di avviamento del Centro Razze, a seconda delle caratteristiche del conduttore che si aggiudicherà l'incarico, si prevede l'allevamento di piccoli ruminanti (capre e pecore), che sono di più facile gestione rispetto ai bovini e ai suini, oppure di asini e cavalli. I terreni e le strutture, tuttavia, potranno essere destinate in futuro anche ad altre specie, adottando idonee tecniche di allevamento nel rispetto dei limiti e dei vincoli imposti dalla normativa vigente e dagli obiettivi di conservazione dell'Ente Parco.

"Inizialmente il progetto ipotizza l'allevamento di 4/5 razze italiane di asini o cavalli a limitata diffiusione, o il recupero di un 5/6 razze ovi-caprine che abbiano una consistenza numerica critica o minacciata secondo la classificazione FAO e che provengano dal Piemonte o da altre regioni del Nord Italia" spiega ancora Fortina. "Tra quelle piemontesi ci sono la pecora Savoiarda camera-2112207 960 720 con circa 100 capi superstiti - e la Saltasassi camera-2112207 960 720, di cui restano circa 30 capi nelle province di Novara e Verbania. Fra le capre, la Sempione camera-2112207 960 720, con una trentina di esemplari, e la Vallesana camera-2112207 960 720, di cui vivono ancora poche decine di capi. Fra quelle di altre regioni vi sono la pecora lombarda Ciuta camera-2112207 960 720, che costituisce la più piccola razza ovina dell'arco alpino, e la Capra Orobica camera-2112207 960 720, proveniente dalle Alpi Orobiche, dove ne vivono ancora poche centinaia di capi" conclude Fortina.

A Cascina Montelame verranno ospitati, nel caso dei piccoli ruminanti, fino a 10 capi per ciascuna razza (possibilmente 2 maschi e 8 femmine). OItre a preservare e a incrementare il numero di riproduttori puri, il Centro Razze svogerà anche il compito di fare attività di selezione e di recupero delle caratteristiche originarie delle popolazioni meticciate, grazie al sostegno e al supporto scientifico e tecnico di ricercatori universitari e di personale specializzato.

In futuro potranno essere ospitate anche altre razze autoctone, come il Cavallino di Monterufoli, il Bardigiano, il Murgese o il Pony di Esperia, o razze di asini come l'Amiatino e il Ragusano, o altre pecore, come la rarissima Garessina, o le capre Fiurinà, Frisa e Bionda dell'Adamello.
 
Per quanto riguarda il futuro maneggio, infine, lo studio di prefattibilità immagina che possa ospitare cavalli sportivi "non DPA" (cioè non Destinati alla Produzione di Alimenti), vale a dire animali al termine della loro carriera agonistica. La loro gestione, infatti, è uno dei maggiori problemi che investe i proprietari, che devono farsi carico degli animali garantendo loro una dignitosa pensione. Anche in questo caso, quindi il parco svolgerebbe una funzione utile che ben si inserisce nelle sue finalità.

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venerdì 15 ottobre 2021

Parco naturale di Marcarolo, conosciamo meglio il Rinolofo maggiore simbolo della conservazione delle ex miniere d'oro.

 


Conosciamo meglio il Rinolofo maggiore, pipistrello simbolo della conservazione delle ex miniere d'oro del Parco capanne di Marcarolo. 

Un massimo di 14 individui nella Miniera d'oro M2 in Valle Moncallero. Questi i dati raccolti, lo scorso inverno, dai guardiaparco del Parco naturale di Marcarolo sul Rinolofo maggiore o ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum): una specie di pipistrello, dunque, diffusa seppure non abbondantissima, per questa area naturale.

Rinofolo maggiore è il più grande rappresentante della famiglia dei Rhinolophidae con un lunghezza testa-corpo di 56-71 mm, un'apertura alare che può arrivare a 40 cm e un peso fino a 34 grammi. E' un animale sedentario tanto che la distanza tra il rifugio estivo e quello invernale solitamente è compresa tra i 20 e i 30 chilometri.

La caratteristica della specie sono le orecchie grandi con apice acuto e l'assenza del trago, la sporgenza che delimita il foro auricolare opposta al padiglione.

La peculiarità dei Rinolofi però è sicuramente la complessa struttura nasale a forma di violino nella quale sono presenti tre parti distinte: una inferiore, a forma di ferro di cavallo, dalla quale deriva il nome scientifico, che copre il labbro superiore e circonda le narici; una superiore appuntita, detta lancetta, attaccata soltanto alla sua base ed appiattita frontalmente e una intermedia, detta sella. E' dal naso che emette gli ultrasuoni per localizzare le prede e orientarsi nel buio più assoluto. I suoi caratteristici impulsi sonori sono a lunga durata e frequenza costante di 77-83 kHz.

Il Rinolofo maggiore ha una colorazione variabile ma generalmente è marrone chiaro sul dorso e più chiaro sul ventre.

La riproduzione avviene nel periodo dalla fine dell'estate alla primavera dell'anno successivo in territori riproduttivi adatti. Tra giugno e luglio la femmina, dopo una gestazione di 72 giorni, partorisce un solo cucciolo inetto (raramente due) che pesa circa 5-6 grammi; il piccolo aprirà gli occhi dopo 7 giorni di vita, imparerà a volare dopo 4 settimane e sarà indipendente a 7-8 settimane.

Negli spostamenti all'interno del rifugio i piccoli rimangono aggrappati al corpo della madre. Una curiosità è la presenza nelle femmine di due false mammelle, situate nella parte bassa del ventre, le quali servono al giovane per attaccarsi fortemente alla mamma; quando invece gli adulti vanno all'esterno per la caccia, i piccoli rimangono appesi al soffitto.

Durante le fasi di riposo i rinolofi infatti si appendono nella classica posizione a testa in giù avvolgendosi più o meno completamente nella membrana alare con la coda ripiegata sul dorso.

Il Rinolofo maggiore predilige le zone calde e aperte con alberi e cespugli prossime ad acque ferme o correnti, anche in prossimità di insediamenti umani; trova rifugio estivo in fessure dei muri, alberi cavi e grotte ma svernano in cavità sotterranee con temperature tra i 7°C e 12°C.

Le aree di alimentazione sono situate anche in zone con copertura arborea e arbustiva e l'individuazione della preda può avvenire, oltre che in volo, anche da terra a discapito di Lepidotteri, Coleotteri ed altri invertebrati.

Lascia i rifugi all'imbrunire per cacciare con volo "farfalleggiante", piuttosto lento e solitamente basso (da 30 cm a 6 metri dal suolo).

Studiare i chirotteri in miniera

Le abitudini notturne, la difficile individuazione dei posatoi, la difficoltà di determinazione delle specie e la loro ampia diffusione, rende difficile ogni operazione di monitoraggio di questi animali. Inoltre, le loro vocalizzazioni, non percettibili dall'orecchio umano, sono identificabili solo con appositi strumenti, i bat-detector.

L'Ente di gestione delle Aree protette dell'Appennino piemontese ha inoltre intrapreso concrete azioni di conservazione rivolte agli ambienti sotterranei che ospitano le specie di chirotteri di maggior valore conservazionistico a livello europeo. Nel 2019 sono state messe in sicurezza quatto miniere nella Valle del Gorzente, all'interno del Parco naturale di Capanne di Marcarolo, mediante l'installazione di appositi cancelli a barre orizzontali che consentono l'accesso ai chirotteri e ad altra fauna troglofila (es. Geotritone Speleomantes strinatii, anch'essa specie protetta la cui conservazione richiede l'istituzione di Zone Speciali di Conservazione).

Nel 2019 ha poi recuperato e messo in sicurezza le Miniere M1, M2, M3 e M13 situate nella Valle del Gorzente, all'interno del Parco naturale di Capanne di Marcarolo, mediante l'installazione di appositi cancelli a barre orizzontali che consentono l'accesso ai chirotteri e ad altra fauna troglofila (es. Geotritone Speleomantes strinatii, anch'essa specie protetta la cui conservazione richiede l'istituzione di Zone Speciali di Conservazione).

Le miniere "M1" e "M13" sono state messe in sicurezza nella parte iniziale del loro sviluppo nell'ambito del Progetto di valorizzazione e gestione dei siti Minerari che ha previsto anche la possibilità di accesso ai visitatori secondo un protocollo di fruizione che tiene conto scrupolosamente degli obblighi comunitari in materia di conservazione delle specie e degli habitat: l'accesso a scopo didattico – fruitivo, pertanto, è possibile unicamente dal 15 aprile al 15 ottobre di ciascun anno su prenotazione, con accompagnamento obbligatorio di una Guida autorizzata dall'Ente parco.

 
La conservazione della specie

Come per tutti i chirotteri, anche per il Rinofolo maggiore, la conservazione passa inequivocabilmente per la protezione dei loro rifugi riproduttivi, quelli di svernamento e degli habitat nei quali esse vivono. Persino luoghi di modesta estensione e dalla natura molto particolare come grotte e miniere, sono indispensabili alla sopravvivenza di molte specie tra cui i pipistrelli, troppo spesso misconosciuti e bistrattati ma il cui ruolo è vitale per la salute degli ecosistemi.

Il Rinolofo maggiore è specie inserita negli allegati II e IV della Direttiva Habitat (Dir. 92/43/CEE) "Specie di interesse comunitario che richiede una protezione rigorosa" e "Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione". È inoltre inserita nell'Allegato II alla Convenzione di Bonn (resa esecutiva in Italia con la Legge 42/1983) che comprende le specie migratrici considerate in cattivo stato di conservazione, per la cui tutela le Parti contraenti s'impegnano a concludere accordi ai fini di conservazione e gestione. La specie è altresì inclusa nel cosiddetto Bat Agreement o Accordo sulla Conservazione dei Pipistrelli in Europa (ratificata in Italia con Legge 104/2005). È infine incluso nell'Allegato II "Specie particolarmente protette" della Convenzione di Berna (ratificata in Italia con Legge 503/1981).

Complessivamente lo status di conservazione a livello europeo non appare favorevole. Le cause principali sono imputate all'utilizzo di sostanze tossiche nelle opere di ristrutturazione, al disturbo arrecato alle colonie o alla completa distruzione dei rifugi, all'avvelenamento da parte dei pesticidi utilizzati in agricoltura, nonché alle alterazioni degli habitat di foraggiamento.

Attualmente gli interventi di conservazione dovrebbero prevedere innanzitutto una migliore definizione dello status di conservazione della specie con l'identificazione del maggior numero di siti di rifugio. La protezione delle nursery (colonie riproduttive) e dei siti di svernamento, anche ospitanti pochi individui, è una delle azioni più importanti da intraprendere (particolare attenzione va posta alle ristrutturazione degli edifici e ad eventuali posizionamenti di grate di chiusura alle cavità naturali e artificiali). In secondo luogo è necessario adottare misure di gestione del paesaggio che consentano il mantenimento di ambienti naturali e seminaturali diversificati. Come per tutte le altre specie di Chirotteri risulta estremamente importante una corretta educazione e divulgazione relativa alla "convivenza" con questa specie.

Chirotteri in numeri

Delle 97 specie di mammiferi terrestri presenti in Italia, 35 appartengono all'ordine dei Chirotteri (dal greco keir, mano e pteron, ala, letteralmente "mano alata"). La loro prerogativa è quella di volare grazie a un adattamento della mano. Ad esclusione del pollice le altre dita sono particolarmente allungate e unite da una sottilissima membrana di pelle, il patagio, leggera ed elastica, che consente il volo.

In Piemonte le specie di pipistrelli attualmente note sono 28 e di queste ben 19 sono presenti anche Parco naturale regionale delle Capanne di Marcarolo; ognuna di queste ha abitudini ecologiche differenziate sia nella scelta dei rifugi (cavità di alberi, sottotetti di case, ponti, grotte), sia negli ambienti di caccia (boschi, radure, zone umide, giardini, edificati).

Nell'ambito della biodiversità quindi, i pipistrelli giocano un ruolo essenziale ma, è bene ricordarlo sempre, svolgono anche un importantissimo servizio ecosistemico mangiando una enorme quantità di insetti effettivamente o potenzialmente nocivi alla salute umana, ai coltivi e ai boschi.

A partire dal 2000, il parco ha avviato un programma a lungo termine di studi denominato "Progetto di studio e gestione della biodiversità in ambiente appenninico", che ha consentito nel tempo di arrivare a dati fondamentali sulle specie e gli habitat dell'Area protetta, in particolare presenza/assenza di specie protette, stato di conservazione, vocazionalità ambientale. Questa mole di dati ha portato nel dicembre 2009 alla redazione del Piano di gestione del Sito di Importanza Comunitaria "Capanne di Marcarolo", che comprende 3 Piani di Azione, i primi redatti e approvati in Piemonte. Quello sui chirotteri è stato elaborato con la collaborazione del chirotterologo Roberto Toffoli, esperto nello studio di questi animali in Italia e all'estero. Nel 2009 è stato approvato inoltre il "Piano stralcio delle aree aurifodine" con due finalità: una, prioritaria, di carattere conservazionistico delle peculiarità biologiche del contesto territoriale sul quale insistono le ex miniere, l'altra culturale e socio economica, finalizzata alla valorizzazione del patrimonio realizzato tramite il lavoro quotidiano e l'esperienza delle genti del territorio e alla promozione di uno sviluppo economico sostenibile a favore delle comunità locali, creando nel tempo nuove opportunità di impiego, soprattutto nel campo del turismo naturalistico.

Attualmente gli studi scientifici a scopo gestionale e i monitoraggi previsti dalla normativa comunitaria e nazionale, comprendono tutte le Aree Protette dell'Appennino Piemontese e i Siti della Rete Natura 2000 gestiti dall'ente gestore.

fonte: http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/parchi-piemontesi/item/4769-quel-pipistrello-dalle-grandi-orecchie-che-ama-l-appennino

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venerdì 3 settembre 2021

Turismo in Piemonte: Parco del Po piemontese, un laboratorio per l'ambiente.

In occasione della presentazione del progetto di Foresta condivisa del Po piemontese, riproponiamo un articolo dal nostro archivio che racconta una lunga storia di tutela del Grande Fiume e l'evoluzione dell'area naturale che lo accoglie, attraverso le parole di Dario Zocco, da 38 anni alla direzione delle Aree protette del Po, e oggi in pensione.

Il progetto della Foresta condivisa verrà illustrato in una conferenza stampa giovedì prossimo, 11 novembre, nella sede della Regione Piemonte, in piazza Castello (nel rispetto delle norme anti-Covid). 

Turismo in Piemonte: Parco del Po.

l terminale di una rete: nel bacino idrografico i corsi d'acqua assomigliano alle innervazioni di una foglia e il Po, dove sono convogliati tutti i messaggi che provengono dal territorio, dalle Alpi, dalle colline, dalla pianura, è un po' la colonna vertebrale del Piemonte". Parole espresse da Dario Zocco, una storia lunga 38 anni di direzione delle aree protette del Po - le Aree protette del Po vercellese-alessandrino e torinese, diventate diventate Aree protette del Po piemontese dal 1 gennaio 2021, in pensione da qualche giorno soltanto. Oggi il direttore (ad interim) è Daniele Piazza.

Il sogno di riportare il Fiume Po e i terreni che lo fiancheggiano al loro ruolo originario è nato tanti anni fa (nei primi Anni '80 del secolo scorso) nelle stanze della Regione Piemonte, ma ha avuto fin da subito una spinta altrettanto forte da parte di cittadini, esperti, professionisti e amministratori pubblici del territorio interessato.

Fin da allora era chiaro che un fiume in condizioni ottimali avrebbe rappresentato un vantaggio, sia per i suoi abitanti (umani e non) sia per i suoi fruitori, ma solo da pochi anni si è cominciato a parlare di servizi ecosistemici, intesi come "benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano". Per citarne alcuni: il mantenimento della biodiversità, l'autodepurazione delle acque, la ricarica delle falde, il trasporto dei sedimenti, la mitigazione dei rischi alluvionali, la modellazione del paesaggio. Stanno tutti alla base dell'economia, anche se a volte a nostra insaputa, e spesso non rientrano ancora, a pieno titolo, nel valore monetario del prodotto di mercato che sono in grado di generare.

Ma le parole di Dario Zocco sono anche pure immagini di natura. "La Regione Piemonte è l'unica ad aver tutelato il Fiume Po nel suo insieme ed è la sola ad aver dato una pianificazione all'intero suo tratto, lungo 235 chilometri", spiega. "Nel 1990, quindi più di 30 anni fa, fu istituito un sistema di aree protette fatto di pezzi, di parti, di riserve naturali, collegati tra loro da una zona di salvaguardia avente funzione di raccordo; da qualche anno quella che si chiamava zona di salvaguardia ha preso il nome di area contigua, in sintonia con quanto previsto dalla legislazione nazionale". Poi il 1 gennaio del 2021 è nato il Parco naturale del Po piemontese, asse portante delle Aree protette del Po piemontese; raduna tutte le attuali riserve naturali presenti lungo il corso del fiume Po, con significativi ampliamenti della superficie tutelata, risalendo dal confine con la Lombardia fino a Chivasso senza sostanziale soluzione di continuità, per poi proseguire in modo intermittente fino a quello con la provincia di Cuneo, dove si raccorda con il Parco del Monviso: un corridoio ecologico che si estende per circa 200 km.

La foresta condivisa del Po piemontese.

Progetto cardine del Parco naturale del Po piemontese è la costruzione di una foresta condivisa del Po piemontese, un percorso iniziato trent'anni fa e in forte sviluppo, che consiste nella messa a dimora di migliaia di alberi e arbusti locali e nella riqualificazione ambientale di centinaia di ettari di terreni, in gran parte pubblici.

Questa foresta è stata definita "condivisa" proprio perché tutti possono contribuire a costruirla, diventandone partner, a partire dalle Istituzioni sino al semplice cittadino, dalle aziende agricole, alle imprese private, alle associazioni.

Ed è proprio "condivisione" la parola più giusta da usare per arrivare a connettere una realtà così complessa e frammentata: c'è bisogno di tutti, dei Comuni, delle associazioni, ma anche degli operatori economici e dei singoli: solo così si può ricostruire la natura e dare nuova vita a specie animali e vegetali utili all'ecosistema.

Il supporto del territorio è assolutamente fondamentale.


Per Roberto Saini, Presidente dell'Ente di gestione delle Aree protette del Po torinese: "Le azioni che si intendono porre in essere vedono nel nascente Ente di gestione delle Aree protette del piemontese un attore fondamentale per mettere a sistema quanto viene fatto in materia di tutela ambientale e di sviluppo sostenibile, sia a livello locale, sia in quanto parte integrante della Riserva MAB (Man and Biosphere) CollinaPo, riconosciuta dall'UNESCO, che può facilitare il collegamento con il territorio e con le azioni avviate e realizzate dai Comuni interessati".

Un parco visto dal satellite.


Facendo un confronto, pure molto divertente, fra le tante foto satellitari oggi rintracciabili su internet riferite ad anni diversi, si possono facilmente osservare i cambiamenti importanti del Po avvenuti nel tempo. Se poi si osservano le carte storiche, dal confronto, diventa ancora più evidente quanto i corsi d'acqua, in generale, siano stati quasi tutti ristretti e semplificati nel loro percorso. I dati parlano chiaro: in un secolo e mezzo, da metà '800 alla fine del '900, il Po in Piemonte è stato accorciato da interventi antropici di circa 12 chilometri su meno di 250 (attualmente sono 235). È evidente che questo facilita anche il verificarsi di eventi estremi: alluvioni e magre. Per questo: "Restituire al fiume spazi per la laminazione e lo smaltimento delle piene, ricostruendo ove possibile le condizioni per la divagazione fluviale, non solo è doveroso ma è sempre più urgente perché significa anche ridurre i rischi, in particolare oggi che gli eventi che estremi sono diventati sempre più frequenti", spiega Zocco.

Non solo. Il Po, come tutti i corsi d'acqua, è un importante mezzo di trasporto per tante specie: lungo quel corridoio si spostano non solo i pesci ma anche la vegetazione, che è ferma solo in apparenza; in realtà si muove anche di parecchio lungo le sponde, attraverso i semi portati dal vento o dagli animali o dall'acqua fluente, e in occasione delle alluvioni che li trasportano anche molto lontano.

La globalizzazione del commercio, con lo spostamento delle merci, ha agevolato anche la traslocazione (volontaria e involontaria) di specie animali e vegetali, che in alcuni casi sono state classificate come specie aliene invasive. Perciò dobbiamo fare i conti con: tartarughe, scoiattoli e gamberi del nord America, l'Ibis sacro africano, la nutria del sud America, il poligono del Giappone (Reynoutria japonica che, nonostante il nome, nulla ha a che fare con l'animale "nutria"), l'ailanto (che ad Alessandria cresce sui tetti della Cittadella, a testimoniare la sua capacità di colonizzazione ma anche l'amorfa (Amorpha fruticosa), il Sicyos angulatus (detto anche "zucca matta", importato in Italia proprio per il suo elevato potere tappezzante, che in tre mesi arriva a sommergere letteralmente piante ad alto fusto come i salici e i pioppi). Per non parlare dei pesci, a partire da quel formidabile predatore che è il siluro, al persico-trota, al lucioperca, al persico sole, al pesce gatto africano, al carassio, fino alla meno nota pseudorasbora, solo per citarne una piccola parte. Un elenco infinito di specie aliene che hanno invaso la fascia fluviale e un po' tutta la pianura padana. (A tale proposito, si veda il numero speciale: Pesci esotici, l'invasione silenziosa).

È proprio su questi temi che le aree protette, hanno un ruolo importantissimo da giocare: quello di fare sperimentazione sulla gestione dl specie e habitat, proprio puntando a ricostruire questi ultimi: "Si riduce l'invasività delle specie aliene (alloctone) e si aumentano le possibilità di vita di quelle originarie (autoctone), ricreando le condizione idonee per il loro ritorno, non riportando a forza qualche animale in un territorio che non ha più le caratteristiche per accoglierlo", dice Zocco con slancio.

Da fiume a laboratorio di sperimentazione.

Ogni specie è importante.

Ogni specie, per quanto piccola, ha un'importanza fondamentale nella rete che collega tutti gli esseri viventi, umani compresi e il modo per rendere il territorio in grado di resistere a traumi e imprevisti – oggi è di moda dire "resiliente" – è di dare loro un ambiente accogliente. Dal 2016 il Centro Emys, riconosciuto dalla Regione Piemonte, tutela la testuggine palustre europea "che si trova ad alto rischio di estinzione locale", racconta Riccardo Cavalcante, direttore del Centro che sorge su un appezzamento di terreno di oltre 3.000 m² a Livorno Ferraris, in provincia di Vercelli e ha un laboratorio complementare all'interno della Riserva naturale della Palude di San Genuario. "I pochi habitat che restano, sono alterati e inquinati non solo dalla chimica, ma anche dall'introduzione di specie esotiche e la frammentazione dei territori, impedendo lo scambio delle popolazioni, indebolisce il patrimonio genetico", continua. L'obiettivo è di ripopolare alcune zone delle Aree protette del Po ricostruendo ambienti idonei per il rilascio delle testuggini e favorendo lo scambio tra popolazioni vicine. Ogni piccolo è una nuova speranza per il Centro e quest'anno ne sono nati oltre venti (una trentina nel 2020).

Anche una torretta in cemento in disuso può diventare un'opportunità di studio e di rigenerazione: a Valenza, nel Bosco Musolino, è diventata un rifugio per i pipistrelli. Nei siti della Rete Natura 2000 di Fontana Gigante, di Ghiaia Grande e di Isola Sant'Antonio sono state installate casette in legno sostenute da alti pali, veri e propri condomini per i chirotteri (altro nome dei pipistrelli), che lì possono trovare un luogo idoneo per rifugiarsi in inverno o per riprodursi in estate. L'Ente parco ha avviato una collaborazione con l'Associazione Chirosphera e l'esperto Roberto Toffoli allo scopo di condurre ricerche sulle 15 specie di questi mammiferi volanti segnalate per il territorio di riferimento.

"Con i Comuni del parco ci si deve interfacciare per sensibilizzarli sulla necessità di puntare verso un'economia sostenibile e condivisa, ben sapendo che la sostenibilità si deve coniugare con i limiti dello sviluppo – sottolinea Zocco – a partire da zone come quelle con cui l'Ente parco si confronta quotidianamente, dove i numeri registrano una diminuzione degli occupati in settori tradizionali quali l'agricoltura e l'industria; si tratta dunque di pensare a diverse modalità di gestione delle attività tradizionali e ad altre attività economiche integrative, che siano in sintonia con l'ambiente in cui si svolgono".

La cura dell'ambiente quindi, non è una cosa astratta, ma ha un impatto forte, anche economico, sulla vita di ciascuno di noi ed è "solo grazie al lavoro degli studiosi del clima che possiamo comprendere gli scenari che ci aspettano, i feedback potenziali fra i vari ecosistemi, quantificando i rischi estremi e i costi dell'inazione – come ha mostrato brillantemente l'economista Martin Weitzman – e prevedendo le regioni e i settori produttivi maggiormente esposti, come ad esempio l'agricoltura, che in Italia e in molti Paesi verrà investita da eventi meteorologici sempre più difficili da gestire", disse Mario Draghi in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Economia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Solo così potremo continuare ad avere negli occhi le fioriture di Monet e le anse azzurre del Po tratteggiate dal pittore sansebastianese Alfonso Birolo.

Fonte.

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mercoledì 20 gennaio 2021

Turismo in Piemonte: dalle Alpi al mare passando per le colline a piedi e su due ruote.

 

Turismo in Piemonte: dalle Alpi al mare .

Paesaggi sognati, giochi di luce tra cime maestose, laghetti color cobalto o morbide colline cangianti. Spazi aperti dove il respiro si fa più libero e profondo e dove i percorsi incontrano paesaggi diversi e ambienti incontaminati. 

Una vera miniera di idee per le attività outdoor.

Il Piemonte è una vera miniera di idee per le attività outdoor e per incontri con la natura, il buon cibo, il patrimonio culturale e le tradizioni: dal Monte Rosa alle creste dell’Ossola e del Biellese, dalle alte cime del Torinese a quelle del Cuneese col Monviso e fino ai rilievi collinari dell’Alta Langa e agli Appennini, dove già si sente il profumo del mare, è un mondo di facili escursioni o trekking più impegnativi, tracciati per le due ruote.

In particolare, la fascia transfrontaliera tra Piemonte e Francia, è ricca di proposte che uniscono allo sport esperienze a tutto tondo. Sulla Via Francigena della Valle di Susa, a piedi o su due ruote ci si può immedesimare nei pellegrini che in epoca medievale si spostavano per raggiungere Roma o Santiago de Compostela, nel territorio della mitica “repubblica” trecentesca degli Escarton o ai piedi della Sacra di San Michele, monumento simbolo della Regione Piemonte. 

Il Giro dei 5 rifugi nel Parco Orsiera-Rocciavrè.

Un tour più impegnativo ma affascinante è il Giro dei 5 rifugi nel Parco Orsiera-Rocciavrè, che tocca tre valli alle porte di Torino. Tra quest’ultima provincia e quella di Vercelli, il Sentiero delle Pietre Bianche si sviluppa su un itinerario principale composto da anelli connessi tra loro che toccano 11 comuni: in bicicletta o e-bike è possibile prenotare un tour guidato tra laghi, canali, castelli e le colline del vino Erbaluce. 

Decisamente impegnativa, quindi per escursionisti esperti, è il trekking ad anello del Giro di Viso con salita al Buco di Viso, tra paesaggi aspri e severi e ardite pareti rocciose del Monviso che ha come punti di appoggio alcuni rifugi costruiti attorno alla cima più alta delle Alpi Cozie. 

Sempre nel Cuneese, la Via del Sale è una delle classiche per bikers esperti: un percorso dalle vedute e dagli ambienti spettacolari che, in una delle sue varianti, da Limone raggiunge Ventimiglia sulle orme dei commercianti di acciughe che si spostavano tra Liguria e Piemonte.

L'Alta Langa.

 In Alta Langa, un bel percorso adatto a tutti, specie se in sella a una e-bike è il “Tour del gusto”, anello immerso nella natura fattibile anche in versione trekking: il tracciato, a pochi chilometri da Alba, fa parte della Grande Traversata delle Langhe e attraversa luoghi famosi soprattutto per formaggi, nocciole, castelli e borghi autentici rimasti uguali nel tempo.

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venerdì 30 settembre 2016

Il turismo in Italia è cresciuto (Ma restiamo solo quinti).

Il turismo in Italia è cresciuto (Ma restiamo solo quinti).
L’aumento degli arrivi in Italia è stato inferiore rispetto al boom di Spagna, Grecia e Scandinavia. Nell’anno dell’Expo milanese siamo rimasti al quinto posto nella classifica mondiale stilata per numero di arrivi internazionali.

Bicchiere mezzo pieno: il turismo internazionale nel 2015 è cresciuto del 4,4%: cinque volte e mezza più del Pil italiano (+0,8). Evviva. Bicchiere mezzo vuoto: siamo sotto la media Ue e mediterranea. 

Nonostante l’Expo, per dirla con Renzi, fosse «un’opportunità straordinaria». Una delle due: o la grande giostra di Rho non ha portato affatto moltitudini di stranieri o il nostro turismo è così fragile da non tenere il passo del boom mondiale perfino nell’anno dei riflettori planetari. Per carità, lamentarsi soltanto sarebbe un delitto.
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Una crescita di quasi quattro punti e mezzo in un settore strategico, in questi anni, difficili tira su il morale. Ci sono momenti, però, in cui è un delitto perdere certi autobus. E il nuovo rapporto dell’Unwto (United Nations World Tourism Organization) con burocratica perfidia (poteva anche non farlo) ci ricorda appunto questo: era l’anno della Expo. Esibita, ricordiamo sommessamente, come un trionfo. Quanti sono stati gli stranieri arrivati a Rho? Inutile cercare nella Relazione sulla Gestione dell’esercizio al 31 dicembre 2015: il termine «stranieri» c’è due volte. Ma non riferito ai visitatori. Se fossero stati, come si stima, sei milioni cosa vorrebbe dire? Che senza l’Expo ne avremmo persi, rispetto al 2014, quattro milioni? In un anno di vacche grasse?
Leggi anche: Le città d'arte italiane rappresentano una delle mete più ambite del turismo culturale mondiale.
Il dossier.
Ricorda il dossier Unwto che nel 2015, a fronte delle difficoltà dell’Africa (-3,3% a causa probabilmente dei timori per la sicurezza sulle spiagge della Tunisia, del Mar Rosso, del Kenya…) gli arrivi di turisti internazionali sono passati da un miliardo e 134 milioni a uno e 186: 52 milioni in più. Con una crescita del 4,7 per cento in Europa (7,3% nei Paesi del Nord, 5% nell’area mediterranea), del 5,6 per cento in Asia, del 5,9 in America. Ancora più impressionante il confronto sui dati del 1990: quelli che potevano permettersi di andare in vacanza all’estero erano 435 milioni. Un botto, in tre lustri, del 172%. Eppure, anche se ce la tiriamo sul «Paese più bello del mondo», continuiamo a perder posizioni e quote. Lontani i tempi in cui eravamo primi (1970, davanti a Canada, Francia, Spagna e Stati Uniti) anche nel 2015 l’abbiamo sfangata restando al quinto posto con 50,7 milioni di arrivi internazionali dietro la Francia (84,5), gli Stati Uniti (77,5), la Spagna (68,2) e la Cina (56,9). Sugli incassi, siamo slittati al settimo posto dietro la Gran Bretagna, che ha un terzo dei nostri siti Unesco e non può manco infastidirci sul piano culturale, balneare ed enogastronomico, e perfino dietro la Thailandia. Che incassa dai visitatori stranieri cinque miliardi più di noi.

Le difficoltà.
Una tabella rielaborata dalla studiosa Silvia Angeloni su dati Unwto è chiara: pur restando «una superpotenza turistica culturale», per dirla col premier, le difficoltà rispetto ai principali concorrenti sono visibili. E non bastano gli esempi virtuosi sottolineati da Dario Franceschini, come «quello di Mantova Capitale Italiana della Cultura 2016 che nei primi tre mesi ha registrato una crescita del 39% dei turisti e del 42% degli ingressi nei musei», a spalancare scenari ottimistici. Se come dice il ministro della Cultura del turismo il suo è «il principale dicastero economico del Paese perché si occupa di un patrimonio unico, originale e inimitabile», l’Italia può dare e avere di più. Il mondo è cambiato e fatichiamo a competere nella chimica, nella siderurgia, nel gigantismo portuale e nella industria pesante? Almeno nel turismo, peraltro ignorato dai sindacati nonostante rappresenti il settore dalle prospettive più rosee al mondo (1,8 miliardi di arrivi internazionali previsti nel 2030) dobbiamo giocarcela meglio.

Il rapporto del Cnr.
Lo riconosce il recentissimo «Rapporto sul turismo italiano 2016» del Cnr coordinato da Emilio Becheri e Giulio Maggiore: «In 10 anni, dal 2004 al 2014, l’Italia, essenzialmente a causa dell’andamento del suo turismo interno, ha aumentato le proprie presenze complessive (straniere e nazionali) del 9,3 per cento, un valore nettamente inferiore rispetto a quello dell’Unione Europea (oltre il 20%), inferiore a molte zone tradizionalmente poco vocate al turismo ma emergenti quali la Scandinavia (es. Svezia +22,5% e Finlandia +19%, e fuori dall’EU la Norvegia +21,1% e l’Islanda che in 10 anni ha più che raddoppiato le proprie presenze turistiche) e soprattutto le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania, rispettivamente, +54,6%, + 101,3% e + 198,2%), ma anche inferiore a quello di Paesi comparabili e dal turismo consolidato come quelli dell’area mediterranea, Spagna (+17,3%), Portogallo (+31,8% ), Grecia (+81,0%)». Vale a dire tre Paesi in gravi difficoltà domestiche quanto noi. E lasciamo perdere la Francia dove il dato «è probabilmente distorto» da nuovi metodi di rilevamento. Per noi sarebbe umiliante: +42,2 per cento. Il quadruplo del nostro.
Leggi anche: Una terra da scoprire, dalle incisioni preistoriche al Parco dell'Adamello.
I rallentamenti del turismo interno.
Statistiche alla mano «la stagnazione del turismo in Italia è tutta da attribuirsi alla domanda interna che ha sofferto maggiormente rispetto a quella di altri Paesi, quali Francia ed anche Spagna». Eppure, sospira il dossier, lo stesso World Economic Forum, con il TTC Index del 2015, «ha riconosciuto al nostro Paese il primato mondiale sulla dotazione del patrimonio storico-culturale e l’eccellenza sul turismo naturalistico, secondo nel ranking». Stando a «Country Brand Index 2014-15», a dirla tutta, restiamo primi anche sul cibo. Allora? Com’è possibile che l’anno scorso (a dispetto di chi strilla contro i gommoni dei profughi «che rovinano il turismo») la Grecia invasa dai barconi dei siriani sia cresciuta del 7,1 per cento cioè molto ma molto più di noi? Non sarà perché, come ci rinfaccia lo stesso World Economic Forum, l’Italia ha «gravi lacune a livello di “business environment”» (il contesto ambientale per chi fa impresa, a causa dei lacciuoli giuridici, fiscali e amministrativi) al punto che siamo al 127° posto? O che sui prezzi siamo addirittura centotrentatreesimi e cioè inavvicinabili per tanti turisti internazionali che si «accontentano» di andare in Grecia, Spagna o Croazia perché meno care del nostro Mezzogiorno? Quanto allo spreco di Roma, ne parleremo la prossima volta.

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mercoledì 24 febbraio 2016

Guida turistica della Maremma: scopri la bellezza del territorio maremmano.

La guida turistica che ti farà conoscere approfonditamente la bellissima Maremma Toscana!
Navigando nelle nostre pagine potrai trovare tutti gli itinerari turistici di interesse legati al territorio, la storia di ogni città/paese, le migliori strutture di accoglienza turistica come agriturismi, hotel, bed and breakfast, residence, case vacanze, villaggi turistici, campeggi.. ecc. nelle quali potrai passare una meravigliosa vacanza.
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martedì 18 agosto 2015

La città di Sorrento tutta da scoprire grazie alle iniziative culturali con musei e chiese aperte.

Fondata dai Greci, secondo le fonti storiche più attendibili, Sorrento, grazie alla sua posizione strategica sul mare, è stata conquistata più volte  nella sua storia, subendo la dominazione di vari popoli dagli Etruschi ai Romani, fino ai Saraceni, in un continuo susseguirsi di vari corsi e ricorsi storici.

Tra le cose da vedere a Sorrento vi segnaliamo il duomo, con una splendida facciata neo gotica, e la chiesa di S. Francesco d’Assisi, caratterizzata da un chiostro del '300 con un portico arabeggiante di notevole bellezza.

sorrento

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Spendete una giornata tra Vietri e Cetara, anche questa è cultura.

Ed infine da qualche giorno anche a queste latitudini si è provveduto al cambio di stagione. E allora con giacconi e cappelli sarà tempo per scoprire prospettive sorprendenti della geografia costiera, magari quella amalfitana, spendendo una giornata tra Vietri e Cetara. Due comuni, due anime, due aspirazioni, un solo confine: il mare.

L’inverno con i suoi umori, infatti, regala dettagli, satura i colori, svela l’intimità nascosta di luoghi e genti violentati dal delirio estivo. Ora che le vie sono sgombre, che i cieli sono soffiati dalla tramontana, che i ritmi sono segnati dai passi lenti che risuonano tra le strade strette sarà vero viaggio.

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lunedì 16 giugno 2014

Una Gita Fuori Porta: i 10 post più cliccati nel mese di Maggio 2014.

Marsala, su un promontorio esposto al mare e al vento, sorge la città che i Fenici chiamavano Lilybeo.
Là ad occidente, dove finisce la Sicilia, su un promontorio esposto al mare e al vento, sorge la città che i Fenici chiamavano Lilybeo e che gli Arabi vollero rinominare Marsa Ali. Attorno ad un centro, piccolo ma intriso di arte e di storia, si apre un vasto territorio che comprende un’infinità di frazioni sparse, le cosiddette “contrade”. Nelle terre qui intorno, lontano dalla frenesia
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venerdì 11 aprile 2014

Una Gita Fuori Porta: i 10 post più cliccati nel mese di Marzo 2014.

Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna: Foreste millenarie ed ambienti naturali, scenario dell'antica presenza dell'uomo.
Il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è stato istituito nel 1993 ed è situato nell'Appennino tosco-romagnolo, tra le province di Forlì-Cesena, di Arezzo e di Firenze. Il Parco ha come elemento caratterizzante la dorsale appenninica ad andamento tendenzialmente nordovest/sud-est. Dal crinale, si sviluppano nel versante romagnolo, una serie di contrafforti
Il Padule di Fucecchio è la più estesa area paludosa interna presente in Italia.
Il Padule di Fucecchio ha un'estensione di circa 1800 ettari, divisi fra la Provincia di Pistoia e la Provincia di Firenze; se pur ampiamente ridotto rispetto all'antico lago-padule che un tempo occupava gran parte della Valdinievole meridionale, rappresenta tutt'ora la più grande palude interna italiana. Per la tutela delle emergenze naturalistiche, storiche ed ambientali del Padule di
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Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna: Foreste millenarie ed ambienti naturali, scenario dell'antica presenza dell'uomo.

Il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è stato istituito nel 1993 ed è situato nell'Appennino tosco-romagnolo, tra le province di Forlì-Cesena, di Arezzo e di Firenze.

Il Parco ha come elemento caratterizzante la dorsale appenninica ad andamento tendenzialmente nordovest/sud-est. Dal crinale, si sviluppano nel versante romagnolo, una serie di contrafforti secondari subparalleli che danno origine a diverse vallate laterali. Le quote del Parco variano da 400 a 1.658 metri: il Monte Falco (1.658 m) ed il Monte Falterona (1.654 m), da cui sorge il fiume Arno, sono le vette più alte.

La geologia del versante romagnolo è caratterizzata dalla presenza della formazione marnoso arenacea, costituita da sedimenti di ambiente marino profondo, con grandi banchi di arenaria intercalati a strati di sottili marne. Nella parte toscana il “macigno” costituito da banchi di roccia arenacea alternati a scisti argillosi e marne grigie, è la formazione geologica più presente.

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sabato 15 marzo 2014

Una Gita Fuori Porta: i 10 post più cliccati nel mese di Febbraio 2014.

 Lago Preola e Gorghi Tondi un tesoro nascosto da tutelare, valorizzare e promuovere.
Per trovare un tesoro bisogna cercarlo: se vuoi vedere la Riserva Naturale Integrale del Lago Preola e Gorghi Tondi, ti devi avvicinare. Quando meno te lo aspetti, immersa in una vallata che la sottrae ad occhi indiscreti, eccola apparire: una serie di piccoli laghi che complessivamente ricoprono un’area di 335 ettari che da Mazara del Vallo si spinge verso Torretta Granitola rimanendo
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venerdì 25 ottobre 2013

Una Gita Fuori Porta: i 10 post più cliccati nel mese di Settembre 2013.

Chi per colpa della crisi deve rinunciare alle vacanze, può comunque regalarsi un week-end o almeno una giornata di relax.

Che sia alle terme, in un centro benessere, in montagna e persino in città, ecco dieci idee per fare una gita di benessere senza allontanarsi troppo da casa e coinvolgendo tutta la famiglia.

La selezione effettuata dai nostri lettori nel mese di Settembre 2013.

Si tratta di gite a parchi naturali, facili escursioni in montagna, sciatine per principianti fatte perlopiu' in giornata, insomma piccole avventure mediamente poco faticose, alla portata di tutti.

1.- Itinerari pugliesi: Altamura città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura.

Altamura stradinaLa chiamano la Leonessa di Puglia: stiamo parlando di Altamura, città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura. Siamo a poco più di 40 km. da Bari e a 19 km. da Matera, quasi al confine della Puglia con la Basilicata. Questa è Altamura, città di storia e dal passato illustre. Il nome ricorda la mitica regina Altea, e nel passato prese anche il nome di Altilia, fiorente città dell'antica Peucezia. La presenza dell'uomo, ad Altamura, è antichissima, come i resti dell'Uomo di Altamura, vissuto all'incirca 400.000 anni fa nella grotta di Lamalunga, e i numerosi reperti recuperati negli scavi archeologici del territorio.
Cinquecento anni prima di Cristo, vennero elevate le poderose mura megalitiche, e da qui il nome di alte o meglio alta-mura. Col passare dei secoli arrivano i Saraceni, e poi i Franchi, ed infine, nel 1232, l'imperatore di Svevia, Federico II. La città rinasce: l'imperatore, per devozione verso la Madonna, fece costruire una grande Cattedrale, una delle quattro basiliche imperiali in Puglia. Federico II dichiarò Altamura ed il suo territorio, città libera, dipendente soltanto dal re. Accorsero allora molte genti, compresi greci, arabi ed ebrei, che andarono ad abitare i quartieri dell'antico borgo medievale, alternato con stradicciole e claustri, tipiche piazzette chiuse.

 

2.- Santa Maria di Ronzano a Castel Castagna é una delle più belle testimonianze storico-culturali che offre la provincia teramana.

Chiesa_di_Santa_Maria_di_Ronzano1Santa Maria di Ronzano é una delle più belle testimonianze  storico-culturali che offre la provincia teramana. Risalendo la Vallata del Vomano, da Roseto degli Abruzzi verso il Gran Sasso, si scopre l'Abbazia che troneggia imponente e ben conservata in mezzo alla campagna circostante l'abitato del comune di Castel Castagna, sulla sponda destra del Mavone.  La Chiesa, edificata nel 1171, é una meravigliosa combinazione di natura e di arte, con la sua facciata absidale e le celle campanarie dietro cui svetta il Corno Grande. E' uno scenario incantevole: siamo nel bel mezzo della Valle Siciliana dai greci chiamata la “Valle dei fichi e degli olivi”dove più di tremila anni fa vi abitavano i siculi, come riferisce lo storico Tucidide. 

 

3.- Castello De Cesaris a Spoltore, costruzione antica, la cui fondazione è avvolta nel mistero.

castello de cesarisQuando il padre le donò l’antico e malandato fabbricato, noto a Spoltore come “il castello”, la signora Luciana De Cesaris era una giovane donna che svolgeva a Roma l’attività di arredatrice e lì coltivava i suoi interessi. All’improvviso si ritrovò proprietaria del grande edificio che negli anni della sua infanzia aveva ospitato, oltre alla scuola e ad alcune botteghe di artigiani, anche la caserma dei carabinieri con le oscure prigioni, dove ancora ricorda di aver visto rinchiudere un ladro. La famiglia De Cesaris lo aveva acquistato nel 1935 da un ricco possidente di Spoltore insieme ad alcuni terreni ma non si era mai interessata troppo alla cadente costruzione da tempo data in affitto ai carabinieri. Anzi quando questi ultimi la abbandonarono considerandola inagibile, ci fu un tentativo, non riuscito, di venderla al Comune, che già possedeva un terzo dell’intero fabbricato.

4.- Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (2a parte).

villa-dragonetti-de-torres7_thumb[2]Qui la decorazione parietale ad affresco viene intervallata, in entrambi i lati, da nicchie che accolgono una serie di busti marmorei di epoca romana, reperti provenienti dal mercato antiquario da cui i Dragonetti attinsero e che contribuì ad arricchire l'ordine decorativo della villa.  Da questo stesso mercato è sicura la provenienza anche delle realizzazioni, di cui si trova traccia sul frontale principale, dei copisti dell'ottocento. Opere che riproducevano tipologie standard di sculture a rilievo desunte dalla produzione antica. Siano essi fregi o medaglioni ma, comunque, adatti a scandire, con la loro ritmia di posizione, le aperture di luce del piano nobile. Se queste aggiunte antiquarie per quel che riguarda l'architettura della villa -ancora immersa nel settecento- sono un'anticipazione dello stile neoclassico, quest'ultimo trova maggiore unitarietà ed espressività, moderna per i tempi, nella decorazione ossessiva e minuziosa dei siti abitativi interni che si susseguono, uno dopo l'altro, in cui si giunge a gustarne l'apoteosi della sua purezza stilistica. E' il caso, ad esempio, del grande salone che si affaccia, sulla destra, sul giardino all'italiana.

5.- Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (1a parte).

villa-dragonetti-de-torresL’incontro con la villa Dragonetti De Torres a Paganica, per chi vi é stato  sospinto dal suo richiamo, è improvviso. La prospettiva della facciata si mostra nella sua interezza subito dopo una doppia curva, che sfiora e subito abbandona il centro cittadino e costringe lo sguardo verso un punto di fuga che si posiziona alle falde, molto prossime, del Gran Sasso. 

Questo primo gioco ottico ci consegna subito una costante della conca aquilana, dove il massiccio montuoso gioca la sua predominanza e dona un significato particolare, nel rapporto segnico-spaziale, a tutto ciò che lo circonda. L'impressione che si riceve, sotto la regia di un tale denominatore/dominatore comune, va a rafforzare la funzione antica della villa, cioè quel rapporto segnicamente forte sui possedimenti terrieri dei Dragonetti De Torres nel territorio preurbano.

6.- San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati

san-gimignano1-620x462San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati. Quando il cielo prende il colore della pietra con la quale sono costruiti i palazzi, ma viene movimentato dalle variopinte bandiere delle sue contrade. Quando una certa bruma la avvolge, donandole quel fascino misterioso e schivo capace di trasportarti indietro nei secoli fino all’epoca medioevale. Quella delle lotta per le investiture, tra Guelfi e Ghibellini, qui rappresentati dagli Ardinghelli e dai Salvucci, quella delle botteghe e dei mercanti, quella delle famiglie benestanti che per ostentare al mondo il proprio potere economico e sociale ordinavano la costruzione di una torre. E se una avesse mai prevalso su un’altra, la rispettiva torre veniva rasa al suolo in segno di sconfitta.

7.- Capraia è un’isola di cui ci si innamora appena vi si poggiano gli occhi e si può iniziare a sognare.

capraia-03-620x462I greci la chiamarono Aigylion, poi i Romani Capraria, per la presenza di capre selvatiche, si dice, o per la sua roccia (Karpa) di origine vulcanica. Isola selvaggia, dove uomo e natura convivono in un equilibrio da copiare. Non è un’isola turistica, la stagione apre in primavera con il ‘Walking Festival’ e chiude a Novembre con la tradizionale ‘Sagra del Totano di Capraia’. In questi 5 mesi, tra un evento e l’altro, c’è da visitare. Escursioni a piedi, per i camminatori: un percorso ad anello di 10 km (impegnativo) che porta a Lo Stagnone, dove grazie a un microclima particolare diventa oasi naturale per molte specie di uccelli che vivono nell’isola.  L’occhio si perde tra le meraviglie della natura; mirto, elicriso, lentisco e rosmarino selvatico circondano i sentieri, macchia mediterranea su roccia vulcanica, quindi, niente ombra, niente alberi. Qualche muflone, qualche serpentello innocuo, nei pressi dello stagno. E poi mare. Mare di quel blu che sembra disegnato. Di quel blu che non è cielo, non è acqua, ma è mare, mare di Capraia.

8.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: Jovençan - Col de Vertosan.

Cartina del percorsoDescrizione del percorso:

Raggiunta la località di Jovençan, nel comune di Avise, proseguire sulla strada poderale e, dopo aver superato l‘Alpe Tronchey, raggiungere l‘imbocco del sentiero n° 30 indicato in loco dalla segnaletica verticale. Risalendo il versante, tra pascoli alpini e falde detritiche, si supera l‘alpeggio di Méanaz e si raggiunge il Col di Vertosan.

Periodo Consigliato: 1 Luglio - 30 Settembre Difficoltà:
E – Escursionistico Partenza: Jovençan (1868 mt.) Arrivo: Col de Vertosan (2698 mt.)   Dislivello:  830 m

 

9.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: Jovençan - Col de Citrin.

Gran Paradiso Jovençan - Col de Citrin

Descrizione del percorso:

Raggiunta la località di Jovençan, nel comune di Avise, proseguire sulla strada poderale fino a raggiungere, all‘altezza del tornante prima della località Rovine, l‘imbocco del sentiero n° 10 sulla destra della strada, indicato in loco dalla segnaletica verticale.

Risalendo la valle, tra pascoli alpini e falde detritiche, si giunge all‘alpe Sorace. Da qui seguendo il ramo di destra, con stessa numerazione, si perviene infine al Col de Flassin.

Periodo Consigliato: 1 Giugno - 30 Settembre  Difficoltà:  E – Escursionistico  Partenza:  Jovençan (1855 mt.)

 

10.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: La Ravoire–Lolair.

Gran Paradiso La Ravoire–Lolair

Descrizione del percorso:

Dal parcheggio a lato della strada regionale, all‘imbocco della Valgrisenche in loc. La Ravoire salire la stradina n.3 ad attraversare il centro abitato, per uscire su una pista erbosa e trascurare la diramazione a destra per Rochefort. Si raggiunge una poderale, da abbandonare per la mulattiera a sinistra che ripida incrocia la strada tra muretti e cespugli e, in seguito, vi finisce dentro all‘altezza di un tornante a sinistra. Continuare in salita e riprendere l‘antica via a destra, prima di un muro di contenimento, nel bosco misto di frassino, sorbo montano pino silvestre e roverella.  Un ultimo attraversamento e si giunge ad un bivio, alla base di un pronunciato roccione. Si va a sinistra su un percorso lastricato, poi tra terrazzamenti incolti sino alla sterrata che seguiamo a sinistra sino al termine, nelle vicinanze di un oratorio. Tralasciare la mulattiera a destra e, dopo le belle case in pietra, attraversare l‘ameno pianoro sino a giungere al laghetto di Lolair, circondato da un canneto.

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sabato 14 settembre 2013

Una Gita Fuori Porta: i 10 post più cliccati nel mese di Agosto 2013.

1.- Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (2a parte).

villa-dragonetti-de-torres7_thumb[2]Qui la decorazione parietale ad affresco viene intervallata, in entrambi i lati, da nicchie che accolgono una serie di busti marmorei di epoca romana, reperti provenienti dal mercato antiquario da cui i Dragonetti attinsero e che contribuì ad arricchire l'ordine decorativo della villa.  Da questo stesso mercato è sicura la provenienza anche delle realizzazioni, di cui si trova traccia sul frontale principale, dei copisti dell'ottocento. Opere che riproducevano tipologie standard di sculture a rilievo desunte dalla produzione antica. Siano essi fregi o medaglioni ma, comunque, adatti a scandire, con la loro ritmia di posizione, le aperture di luce del piano nobile. Se queste aggiunte antiquarie per quel che riguarda l'architettura della villa -ancora immersa nel settecento- sono un'anticipazione dello stile neoclassico, quest'ultimo trova maggiore unitarietà ed espressività, moderna per i tempi, nella decorazione ossessiva e minuziosa dei siti abitativi interni che si susseguono, uno dopo l'altro, in cui si giunge a gustarne l'apoteosi della sua purezza stilistica.

 

2.- Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (1a parte).

villa-dragonetti-de-torresL’incontro con la villa Dragonetti De Torres a Paganica, per chi vi é stato  sospinto dal suo richiamo, è improvviso. La prospettiva della facciata si mostra nella sua interezza subito dopo una doppia curva, che sfiora e subito abbandona il centro cittadino e costringe lo sguardo verso un punto di fuga che si posiziona alle falde, molto prossime, del Gran Sasso.Questo primo gioco ottico ci consegna subito una costante della conca aquilana, dove il massiccio montuoso gioca la sua predominanza e dona un significato particolare, nel rapporto segnico-spaziale, a tutto ciò che lo circonda. L'impressione che si riceve, sotto la regia di un tale denominatore/dominatore comune, va a rafforzare la funzione antica della villa, cioè quel rapporto segnicamente forte sui possedimenti terrieri dei Dragonetti De Torres nel territorio preurbano.

 

3.- San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati.

san-gimignano1-620x462San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati. Quando il cielo prende il colore della pietra con la quale sono costruiti i palazzi, ma viene movimentato dalle variopinte bandiere delle sue contrade. Quando una certa bruma la avvolge, donandole quel fascino misterioso e schivo capace di trasportarti indietro nei secoli fino all’epoca medioevale. Quella delle lotta per le investiture, tra Guelfi e Ghibellini, qui rappresentati dagli Ardinghelli e dai Salvucci, quella delle botteghe e dei mercanti, quella delle famiglie benestanti che per ostentare al mondo il proprio potere economico e sociale ordinavano la costruzione di una torre. E se una avesse mai prevalso su un’altra, la rispettiva torre veniva rasa al suolo in segno di sconfitta. Opere architettoniche che, non a caso, sono valse a definire questo borgo con l’appellativo di “città delle torri”. Nella San Gimignano del Trecento esse erano in numero assai maggiore rispetto ad oggi: 72 contro le attuali 15 (c’è chi indica anche 14 o addirittura 16).

 

4.- Capraia è un’isola di cui ci si innamora appena vi si poggiano gli occhi e si può iniziare a sognare.

capraia-03-620x462I greci la chiamarono Aigylion, poi i Romani Capraria, per la presenza di capre selvatiche, si dice, o per la sua roccia (Karpa) di origine vulcanica. Isola selvaggia, dove uomo e natura convivono in un equilibrio da copiare. Non è un’isola turistica, la stagione apre in primavera con il ‘Walking Festival’ e chiude a Novembre con la tradizionale ‘Sagra del Totano di Capraia’. In questi 5 mesi, tra un evento e l’altro, c’è da visitare. Escursioni a piedi, per i camminatori: un percorso ad anello di 10 km (impegnativo) che porta a Lo Stagnone, dove grazie a un microclima particolare diventa oasi naturale per molte specie di uccelli che vivono nell’isola.  L’occhio si perde tra le meraviglie della natura; mirto, elicriso, lentisco e rosmarino selvatico circondano i sentieri, macchia mediterranea su roccia vulcanica, quindi, niente ombra, niente alberi. Qualche muflone, qualche serpentello innocuo, nei pressi dello stagno. E poi mare. Mare di quel blu che sembra disegnato. Di quel blu che non è cielo, non è acqua, ma è mare, mare di Capraia.

 

5.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: Jovençan - Col de Vertosan.

Gran Paradiso Jovençan - Col de Vertosan

Descrizione del percorso:

Raggiunta la località di Jovençan, nel comune di Avise, proseguire sulla strada poderale e, dopo aver superato l‘Alpe Tronchey, raggiungere l‘imbocco del sentiero n° 30 indicato in loco dalla segnaletica verticale. Risalendo il versante, tra pascoli alpini e falde detritiche, si supera l‘alpeggio di Méanaz e si raggiunge il Col di Vertosan.

Periodo Consigliato:

1 Luglio - 30 Settembre

Difficoltà:
E - Escursionistico

 

6.- Escursionismo in Liguria: Colle della Melosa, Monte Toraggio e Monte Pietravecchia.

Si parte dal Rifugio Allavena al Colle della Melosa (1540) raggiungibile in 40 km da Arma di Taggia. Si segue la strada sterrata ex-militare fino al primo tornante dove si imbocca la mulattiera che si stacca sulla sinistra e che conduce all'inizio del "Sentiero degli Alpini".  Il Sentiero degli Alpini, in alcuni tratti scavato nella roccia, costeggia le pareti orientali del Monte Pietravecchia e raggiunge con un ripido zig-zag la Gola dell'Incisa (1685), stretto intaglio sullo spartiacque Roia-Nervia al confine tra Italia e Francia. Dopodichè prosegue a mezzacosta sotto il Toraggio fino ad incontrare l'Alta Via dei Monti Liguri (segnavia  ) risalente dalla Gola di Gouta.  Si svolta a destra e con una breve salita si guadagna il crinale al Passo di Fonte Dragurina (1810) alle pendici meridionali del Toraggio. Da qui si segue una labile traccia (EE, alcuni bolli rossi) fino in vetta al Monte Toraggio (1973).

 

7.-  Lago di Como, passeggiando o facendo un giro in battello è possibile godere di fantastici scorci e panorami.

lago di Como

Il lago di Como ha una superficie di 146 km quadrati e raggiunge 414 metri di profondità. E' il terzo lago italiano per estensione dopo quello di Garda e il Verbano. E' un lago stretto e lungo, dalla forma di Y rovesciata, con i due rami che vanno a sud verso Lecco e a sud-ovest verso Como. Nei Promessi Sposi il lago di Como viene decantato dal Manzoni con questi celebri versi: "Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno....".
Il bacino è composto da tre parti differenti: a sud-ovest il ramo di Como, a sud-est il ramo di Lecco e a nord il ramo di Colico (o "alto lago"), il più aperto dei tre. I fiordi meridionali rinserrano il montagnoso Triangolo Lariano. La divisione dei tre rami è ben visibile dal Sasso di San Martino, sopra Griante. Particolarmente tipica è la costa orientale del ramo comasco, impervia e ricoperta di boschi.

8.- Portofino è da sempre soprannominata la "Piazzetta" più bella del mondo.

Portofino è senza dubbio uno dei borghi marinari più belli e famosi del mondo. Negli anni 60' e 70', star come Ava Gardner, Frank Sinatra, Brigitte Bardot e Lauren Bacall, Humphrey Bogart, Elizabeth Taylor e Richard Burton, Clark Gable, Catherine Deneuve, Liza Minelli e Rex Harrison, frequentavano l'Italia per appassionanti incontri mondani pieni di suggestione.
I giornali di quell'epoca che si occupavano di mondanità, facevano a gara per raccontare nel mondo queste storie piene di fascino e di mistero che hanno reso celebre l'Italia, come simbolo della "Dolce Vita" Internazionale quando si animava in Via Veneto e Piazza di Spagna a Roma. Oggi è ancora luogo d’incontro del jet-set e turismo internazionale.

9.- Gli Itinerari nel Parco della Lessinia: percorsi di tipo naturalistico - ambientale, strutture museali e importanti siti archeologici.

lessinia parco fioreIl Parco Naturale della Lessinia occupa la parte sommitale dei Monti Lessini. Ha nelle particolarità geologiche e nei paesaggi che da esse conseguono la sua più forte connotazione: doline, grotte, ponti naturali, sono fenomeni di grande interesse scientifico che offrono al visitatore incantevoli visioni. Famosi sono i giacimenti fossiliferi di Bolca - Pesciara e Monte Postale, che hanno fornito reperti di specie vegetali ed animali degli ambienti lagunari e oceanici, oggi apprezzabili nel locale Museo dei Fossili. Di notevole interesse sono anche gli aspetti vegetazionali e faunistici visitabili nei Musei della Lessinia e nel Centro di educazione Ambientale di Malga Derocon.

10.- Bioparco di Roma, nel cuore di Villa Borghese, la natura vista da vicino.

Situato nel cuore di Villa Borghese, al centro di Roma, il Bioparco nasce nel 1911 ed è uno dei più antichi Giardini Zoologici d'Europa. Oggi ospita oltre 1.000 animali appartenenti a 200 specie tra mammiferi, rettili, uccelli e anfibi ed è inserito in un contesto botanico tra i più interessanti e suggestivi di Roma con più di 1.000 alberi, alcuni dei quali rari e centenari. Qual è il ruolo di uno zoo? Negli ultimi decenni l'antico concetto di zoo è cambiato radicalmente, passando da un luogo in cui si collezionavano animali rari ad una struttura attiva:
- nella conservazione delle specie minacciate di estinzione attraverso la partecipazione ai programmi internazionali di riproduzione in cattività;
- nell'educazione ambientale attraverso mostre, convegni, attività di sensibilizzazione per il pubblico, eventi mediatici e progetti didattici per le scuole.

5.- Il lago d'Orta o Cusio è un lago alpino del Piemonte collocato tra le province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola.

Il Lago d'Orta, che si trova ad ovest del Lago Maggiore, lascia il turista con una sensazione unica ed indimenticabile grazie ai suoi panorami mozzafiato, le sue vie strette e ciotolate e la sua vegetazione.
Ad est il monte Mottarone separa il lago d'Orta dal Lago Maggiore, mentre a ovest monti alti fino a 1300 metri separano lo specchio acqueo dalla Valsesia. È il più occidentale fra i laghi prealpini, originato dal fronte meridionale del ghiacciaio del Sempione. Contrariamente a quanto accade con molti laghi alpini, che hanno un emissario a sud, le acque del lago d'Orta escono dal lago a nord. Attraversano la città di Omegna dando vita al torrente Nigoglia che confluisce nello Strona che, a sua volta, sfocia nel Toce e quindi nel Lago Maggiore.

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