Offida, l’accento va sulla “i” come “vino”. Lo capisci sporgendoti dal parapetto dietro l’abside della chiesa millenaria di Santa Maria della Rocca, che questo è un luogo di-vino: la santità delle penombre di questo monolite della spiritualità, appena traforato da piccoli portici nani, graziosamente minimi, e la leggerezza delle vigne aggrappate ai pendii, là sotto. Il dirupo scende bianco e verticale, una parete calcarea sulla quale percola la luce mielata del pomeriggio offidano.

Una città che respira di una grandezza che pare appena passata: la popolazione attuale è poco più della metà di quella degli anni cinquanta. Ne resta la gloria, nell’immensa piazza in cui si specchia il Palazzo Comunale, un’antifona delle città di mattoni della Toscana interna. 
Nel silenzio paludato delle strade del centro solo con qualche sforzo riesci a sentire gli strepiti dei ferri e le urla dei feriti che da queste parti erano quotidiane al tempo delle guerre: Ascoli contro Fermo, Guelfi contro Ghibellini si scannavano come vitelli dimentichi delle meraviglie attorno. Un bicchiere di garrulo Pecorino – il bianco DOC di Offida – o di polpacciuto Rosso Piceno per comporre qualsiasi diatriba, magari alle tavole generose di questi luoghi.
Fermarsi sull’angolo di un crocicchio e ascoltare; fermi i rumori dei passi, ecco gorgogliare un ticchiettio frenetico, uno scampanellio di legni: allunghi il collo e vedi le donne sulle sedie, davanti le porte dei negozi: con dita agili e movimenti esattissimi muovono i fili dei ricami al tombolo, una specialità locale che ricordavi fin dai tempi delle scuole elementari. RIcordi? le fisarmoniche di Castelfidardo, le acciaierie di Terni, e i ricami al tombolo di Offida. Cose da un centimetro al giorno, e ne vedi lenzuolate.
Mentre volti le spalle ai reperti di mura, avanzi del tempo dei tempi, alzi gli occhi: Piazza delle Merlettaie. Ogni cosa torna al suo posto.

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Chi per colpa della crisi deve rinunciare alle vacanze, può comunque regalarsi un week-end o almeno una giornata di relax. 

Che sia alle terme, in un centro benessere, in montagna e persino in città, ecco dieci idee per fare una gita di benessere senza allontanarsi troppo da casa e coinvolgendo tutta la famiglia.
La selezione effettuata dai nostri lettori nel mese di Novembre 2013.

Si tratta di gite a parchi naturali, facili escursioni in montagna, sciatine per principianti fatte perlopiu' in giornata, insomma piccole avventure mediamente poco faticose, alla portata di tutti.

1.-Vita dal sapore mediterraneo e un paesaggio indimenticabile, questo è Caldaro.
Vita dal sapore mediterraneo e un paesaggio indimenticabile, questo è Caldaro. Distese di vigneti a perdita d'occhio. Cipressi, piante d'alloro e ulivi fanno parte del paesaggio. Edifici storici, costruiti nello stile tipico dell'Oltradige e appartenuti alle ricche famiglie della zona, costituiscono il fiore all'occhiello del paese. E poi c'è il Lago di Caldaro, il più caldo dei laghi della zona alpina, che è una meta molto amata da aprile a ottobre. "wein.kaltern" è l'associazione che raggruppa i viticoltori della zona e che ha lo scopo di controllare la qualità dei vini prodotti. Rigide regole che vanno dall'impianto fino all'immagazzinamento ed alla conservazione, sono garanzia di qualità superiore.

Riserva_Naturale_di_Monterano
Le Rocce Vulcaniche.
I terreni sedimentari di cui abbiamo parlato, in ampi tratti del comprensorio Sabatino-Tolfetano sono coperti da rocce vulcaniche appartenenti a due fasi eruttive differenti che danno luogo ad una forma di paesaggio dai toni “drammatici”, completamente diversa dalle dolci colline sedimentarie. E proprio da questi contrasti nasce la grande bellezza di questa Riserva Naturale. Una prima fase corrisponde alla formazione dai rilievi vulcanici a forma di “cupole”, costituiti da lave dure e compatte, che rientrano nel quadro di attività legate al vulcanismo Tolfetano - Cerite - Manziate di età Plio - Pleistocenica inferiore (tra 4 e 2 milioni di anni fa) e che costituivano proprio gli isolotti di cui parlavamo pocanzi.
Successivamente, dopo un lungo periodo di relativa calma, si è verificato un grande risveglio della attività vulcanica con la formazione dell’apparato Vicano a nord (zona di Vico-Cimini) e dell’apparato Sabatino a sud (zona tra Campagnano e Bracciano), a partire da 700.000 anni fa.


riserva naturale monterano
La Riserva Naturale Monterano, istituita nel 1988, tutela uno degli angoli più rappresentativi ed intatti della Tuscia Romana, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, tutelati da un’altra area protetta.La Riserva Naturale, oggi meta di migliaia di visitatori provenienti da tutta Italia e dall’Europa (attratti dai suoi paesaggi naturali e dalle rovine dell’antica Monterano in cui sono stati ambientati decine di film), dopo un ampliamento dei suoi confini nel 1993, copre oggi poco più di 1.000 ettari di terreno, che custodiscono una grande varietà di ambienti ed una esuberante biodiversità.Boschi collinari, forre vulcaniche con vegetazione tipica e felci rarissime, prato-pascoli con la loro tipica flora e fauna; il tutto attraversato da un corso d’acqua, il Fiume Mignone, incluso nei Siti di Interesse Comunitario che costituiscono patrimonio dell’intera Unione Europea nell’ambito della Rete Natura 2000.


Altamura stradinaChi per colpa della crisi deve rinunciare alle vacanze, può comunque regalarsi un week-end o almeno una giornata di relax.
Che sia alle terme, in un centro benessere, in montagna e persino in città, ecco dieci idee per fare una gita di benessere senza allontanarsi troppo da casa e coinvolgendo tutta la famiglia.
La selezione effettuata dai nostri lettori nel mese di Settembre 2013.
Si tratta di gite a parchi naturali, facili escursioni in montagna, sciatine per principianti fatte perlopiu' in giornata, insomma piccole avventure mediamente poco faticose, alla portata di tutti.
Itinerari pugliesi: Altamura città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura.
La chiamano la Leonessa di Puglia: stiamo parlando di Altamura, città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura. Siamo a poco più di 40 km. da Bari e a 19 km. da Matera, quasi al confine della Puglia con la Basilicata. Questa è Altamura, città di storia e dal passato illustre. Il nome ricorda la mitica regina Altea, e nel passato prese anche il nome di Altilia, fiorente città

5.- San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati
san-gimignano1-620x462San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati. Quando il cielo prende il colore della pietra con la quale sono costruiti i palazzi, ma viene movimentato dalle variopinte bandiere delle sue contrade. Quando una certa bruma la avvolge, donandole quel fascino misterioso e schivo capace di trasportarti indietro nei secoli fino all’epoca medioevale. Quella delle lotta per le investiture, tra Guelfi e Ghibellini, qui rappresentati dagli Ardinghelli e dai Salvucci, quella delle botteghe e dei mercanti, quella delle famiglie benestanti che per ostentare al mondo il proprio potere economico e sociale ordinavano la costruzione di una torre. E se una avesse mai prevalso su un’altra, la rispettiva torre veniva rasa al suolo in segno di sconfitta.

Chiesa_di_Santa_Maria_di_Ronzano1
Santa Maria di Ronzano é una delle più belle testimonianze  storico-culturali che offre la provincia teramana. Risalendo la Vallata del Vomano, da Roseto degli Abruzzi verso il Gran Sasso, si scopre l'Abbazia che troneggia imponente e ben conservata in mezzo alla campagna circostante l'abitato del comune di Castel Castagna, sulla sponda destra del Mavone. La Chiesa, edificata nel 1171, é una meravigliosa combinazione di natura e di arte, con la sua facciata absidale e le celle campanarie dietro cui svetta il Corno Grande.E' uno scenario incantevole: siamo nel bel mezzo della Valle Siciliana dai greci chiamata la “Valle dei fichi e degli olivi”dove più di tremila anni fa vi abitavano i siculi, come riferisce lo storico Tucidide. 

castello de cesaris
Quando il padre le donò l’antico e malandato fabbricato, noto a Spoltore come “il castello”, la signora Luciana De Cesaris era una giovane donna che svolgeva a Roma l’attività di arredatrice e lì coltivava i suoi interessi.All’improvviso si ritrovò proprietaria del grande edificio che negli anni della sua infanzia aveva ospitato, oltre alla scuola e ad alcune botteghe di artigiani, anche la caserma dei carabinieri con le oscure prigioni, dove ancora ricorda di aver visto rinchiudere un ladro.La famiglia De Cesaris lo aveva acquistato nel 1935 da un ricco possidente di Spoltore insieme ad alcuni terreni ma non si era mai interessata troppo alla cadente costruzione da tempo data in affitto ai carabinieri. Anzi quando questi ultimi la abbandonarono considerandola inagibile, ci fu un tentativo, non riuscito, di venderla al Comune, che già possedeva un terzo dell’intero fabbricato.

villa-dragonetti-de-torres7_thumb[2] Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (2a parte).
Qui la decorazione parietale ad affresco viene intervallata, in entrambi i lati, da nicchie che accolgono una serie di busti marmorei di epoca romana, reperti provenienti dal mercato antiquario da cui i Dragonetti attinsero e che contribuì ad arricchire l'ordine decorativo della villa.  Da questo stesso mercato è sicura la provenienza anche delle realizzazioni, di cui si trova traccia sul frontale principale, dei copisti dell'ottocento. Opere che riproducevano tipologie standard di sculture a rilievo desunte dalla produzione antica. Siano essi fregi o medaglioni ma, comunque, adatti a scandire, con la loro ritmia di posizione, le aperture di luce del piano nobile. Se queste aggiunte antiquarie per quel che riguarda l'architettura della villa -ancora immersa nel settecento- sono un'anticipazione dello stile neoclassico, quest'ultimo trova maggiore unitarietà ed espressività,

9.- Capraia è un’isola di cui ci si innamora appena vi si poggiano gli occhi e si può iniziare a sognare.


capraia-03-620x462I greci la chiamarono Aigylion, poi i Romani Capraria, per la presenza di capre selvatiche, si dice, o per la sua roccia (Karpa) di origine vulcanica. Isola selvaggia, dove uomo e natura convivono in un equilibrio da copiare. Non è un’isola turistica, la stagione apre in primavera con il ‘Walking Festival’ e chiude a Novembre con la tradizionale ‘Sagra del Totano di Capraia’. In questi 5 mesi, tra un evento e l’altro, c’è da visitare. Escursioni a piedi, per i camminatori: un percorso ad anello di 10 km (impegnativo) che porta a Lo Stagnone, dove grazie a un microclima particolare diventa oasi naturale per molte specie di uccelli che vivono nell’isola.  L’occhio si perde tra le meraviglie della natura; mirto, elicriso, lentisco e rosmarino selvatico circondano i sentieri, macchia mediterranea su roccia vulcanica, quindi, niente ombra, niente alberi. Qualche muflone, qualche serpentello innocuo, nei pressi dello stagno. E poi mare. Mare di quel blu che sembra disegnato. Di quel blu che non è cielo, non è acqua, ma è mare, mare di Capraia.

villa-dragonetti-de-torres
L’incontro con la villa Dragonetti De Torres a Paganica, per chi vi é stato  sospinto dal suo richiamo, è improvviso. La prospettiva della facciata si mostra nella sua interezza subito dopo una doppia curva, che sfiora e subito abbandona il centro cittadino e costringe lo sguardo verso un punto di fuga che si posiziona alle falde, molto prossime, del Gran Sasso. 
Questo primo gioco ottico ci consegna subito una costante della conca aquilana, dove il massiccio montuoso gioca la sua predominanza e dona un significato particolare, nel rapporto segnico-spaziale, a tutto ciò che lo circonda. L'impressione che si riceve, sotto la regia di un tale denominatore/dominatore comune, va a rafforzare la funzione antica della villa, cioè quel rapporto segnicamente forte sui possedimenti terrieri dei Dragonetti De Torres nel territorio preurbano.


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Vita dal sapore mediterraneo e un paesaggio indimenticabile, questo è Caldaro. Distese di vigneti a perdita d'occhio. Cipressi, piante d'alloro e ulivi fanno parte del paesaggio. Edifici storici, costruiti nello stile tipico dell'Oltradige e appartenuti alle ricche famiglie della zona, costituiscono il fiore all'occhiello del paese.

E poi c'è il Lago di Caldaro, il più caldo dei laghi della zona alpina, che è una meta molto amata da aprile a ottobre.

"wein.kaltern" è l'associazione che raggruppa i viticoltori della zona e che ha lo scopo di controllare la qualità dei vini prodotti. Rigide regole che vanno dall'impianto fino all'immagazzinamento ed alla conservazione, sono garanzia di qualità superiore.
Informazioni turistiche.
Associazione Turistica Caldaro-Raiffeisen
Piazza Principale 8
39052 Caldaro
Tel. 0471 963 169
Fax 0471 963 469
info@kaltern.com
www.kaltern.com
Percorsi enologici lungo la Strada del Vino
Percorrendo i sentieri enologici è possibile seguire individualmente o in compagnia di una guida tutte le fasi di produzione del vino dalla coltivazione della vite alla degustazione.
Di seguito un elenco dei percorsi e dei sentieri didattici lungo la Strada del Vino dell'Alto Adige:  
Percorso naturalistico di Cornaiano-Appiano. 
Natur- und Weinlehrpfad am "Hohen Weg"
Imparare passeggiando 15 cartelli informativi collocati lungo il sentiero introducono alla coltivazione della vite, al lavoro nelle vigne e alla cultura enologica sensibilizzando sull'importanza della cura della vite. Tempo di percorrenza: ca. 40 min. Info: Associazione Turistica Appiano, tel. 0471 662 206, info@eppan.com Percorso didattico sul vino di CortacciaKurtatscher Weinlehrpfad Un'esperienza olfattiva alla scoperta dei nostri vini Partendo dal centro del paese, si segue il cartello in legno che segnala l'inizio del sentiero didattico con l'indicazione "Saltner Pratze". Il percorso si snoda per circa 1,5 km attraverso una plaga viticola che passa in rassegna tutte le specialità tipiche locali e introduce ai diversi sistemi di coltivazione.

Anfore di terracotta contenenti le varie specialità enologiche invitano a cimentarsi in un "esame olfattivo" per imparare a riconoscere il bouquet dei vini. Tempo di percorrenza: ca. 50 minuti fino a Niclara, ca. 1 ora e 40 minuti fino a Magrè. Visita guidata con degustazione: ogni mercoledì alle 14, ca. 4 ore. Info e iscrizione: Associazione Bassa Atesina, tel. 0471 880 100, info@suedtiroler-unterland.it Sentiero enologico di Terlano
Terlaner WeinwegConoscere la storia e la cultura enologica di Terlano 

Partendo dalla Cantina di Terlano si seguono le indicazioni lungo il percorso che si snoda per circa ca. 3,5 km attraverso una plaga sulle alture che circondano Terlano. 20 cartelli informano sulla storia e la cultura enologica locale. E' disponibile un depliant sul sentiero. Tempo di percorrenza: ca. 1 ora e 30 minuti. Info: Associazione Turistica Terlano, tel. 0471 257 165, info@terlan.info Il "Sentiero del vino" di CaldaroWein.Weg in Kaltern

Attraverso i vigneti fino al Lago di Caldaro Attraverso plaghe e cantine vinicole, il Sentiero del Vino conduce al Lago di Caldaro snodandosi a forma di "otto" con il punto di intersezione in corrispondenza di Piazza Principale.

Le plaghe viticole sono evidenziate da inserti in metallo nel manto stradale. Il Sentiero del Vino serve da bussola di orientamento alla scoperta del territorio. Un'apposita cartina segna il percorso e i quattro punti di sosta panoramici con tavoli e panchine. Tempo di percorrenza: ca. 1 ora fino al lago di Caldaro, ca. 1 ora fino a Planizza di Sopra. Visite guidate con degustazione: in primavera e in estate ogni mercoledì alle 16.30, ca. 1 - 1 ora e 30 minuti. Info: wein.kaltern, tel. 0471 965 410, info@wein.kaltern.com
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Le Rocce Vulcaniche.

I terreni sedimentari di cui abbiamo parlato, in ampi tratti del comprensorio Sabatino-Tolfetano sono coperti da rocce vulcaniche appartenenti a due fasi eruttive differenti che danno luogo ad una forma di paesaggio dai toni “drammatici”, completamente diversa dalle dolci colline sedimentarie. E proprio da questi contrasti nasce la grande bellezza di questa Riserva Naturale.

Una prima fase corrisponde alla formazione dai rilievi vulcanici a forma di “cupole”, costituiti da lave dure e compatte, che rientrano nel quadro di attività legate al vulcanismo Tolfetano - Cerite - Manziate di età Plio - Pleistocenica inferiore (tra 4 e 2 milioni di anni fa) e che costituivano proprio gli isolotti di cui parlavamo pocanzi.
Successivamente, dopo un lungo periodo di relativa calma, si è verificato un grande risveglio della attività vulcanica con la formazione dell’apparato Vicano a nord (zona di Vico-Cimini) e dell’apparato Sabatino a sud (zona tra Campagnano e Bracciano), a partire da 700.000 anni fa.

Riserva_Naturale_di_Monterano

A differenza del Vulcano Vicano, un classico vulcano con cono principale centrale, quello Sabatino era costituito da numerosi centri eruttivi disposti in genere secondo linee corrispondenti a fratture della crosta terrestre da cui fuoriuscivano magma, vapore d’acqua, gas.

Rocce come i "Peperini listati" affioranti lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione, vennero originati da spaventose eruzioni di “nubi ardenti” o ignimbriti (il termine deriva dal latino e significa “pioggia di fuoco”), uno dei più spaventosi e distruttivi fenomeni della natura, costituito dalla fuoriuscita di una miscela ardente (oltre 800°C) di gas, vapor d’acqua, roccia fusa e massi incandescenti che poteva raggiungere una velocità di 250 Km/ora (a seconda della pendenza dei versanti), distruggendo tutto sul suo cammino. Al termine del fenomeno si aveva un tappeto (una “coltre”, in linguaggio geologico) di ceneri incandescenti che gradualmente si raffreddavano ed indurivano. Un fenomeno simile è stato riconosciuto dai geologi nella spaventosa distruzione della Città di St. Pierre, nella Martinica (Caraibi francesi), avvenuta nel 1902.

riserva-naturale-monterano

In sponda sinistra idrografica del Fiume Mignone affiorano in prevalenza rocce riferibili a colate laviche che hanno originato rocce dure e compatte, come i "Peperini listati" o il "Tufo rosso a scorie nere", quest’ultimo molto poroso e ricco di pomici nere o da banchi più teneri, pozzolanacei.

Vale la pena di ricordare il diffuso impiego delle rocce laviche dalle elevatissime qualità meccaniche sin dall’antichità per la realizzazione di manufatti particolarmente esposti ad azioni meccaniche prolungate o intense: è il caso dei "basoli" delle grandi opere viarie romane, dei più recenti acciottolati di “sanpietrini” e dei conci per la costruzione di opere di fortificazione, come il Castello Orsini di Bracciano.

Per la facile lavorabilità e le discrete qualità meccaniche i tufi sono stati molto utilizzati come materiali da costruzione (anche ricavandovi tombe o edifici sul posto, come nel caso delle sepolture etrusche) sin dall’antichità.

Nell’area della Riserva Naturale lungo la valle del Mignone, il fosso della Palombara e la valle del Bicione, le rocce vulcaniche sono profondamente alterate dall’azione dei solfuri e solfati originati dalla presenza di gas circolanti nel sottosuolo.

E’ soprattutto in corrispondenza delle zone maggiormente fratturate che si manifestano in superficie sorgenti e venute gassose di C02 e H2S a temperature più elevate della media locale; a queste acque si deve la genesi delle caratteristiche “Solfatare” dove talvolta gorgogliano acque color bianco latte e dove si può osservare la mineralizzazione per incrostazione delle rocce o di materiale organico e la presenza di ristagni con acque ferruginose (come quella del Fosso Rafanello, ancor oggi utilizzata dai locali) dove domina l’intensa colorazione rossastra dovuta alla forte mineralizzazione del sito.

Le rocce, soprattutto dove sono a contatto con acque mineralizzate e calde sono sottoposte ad un intenso processo di mineralizzazione: è questa l’origine della ricchezza di minerali del territorio Monteranese, estratti nel corso dei secoli, dalle miniere settecentesche di zolfo (la più importante è stata sicuramente la Miniera di zolfo del Fosso del Lupo o del Biscione di proprietà della famiglia Altieri che nel 1860 produceva 250 t di minerale) a quelle del manganese degli anni ‘30 per arrivare ai “saggi” per ricerche uranifere degli anni ‘60.

riserva-naturale-monterano fiume

Le rocce vulcaniche sono abbastanza permeabili e l’acqua riesce a raggiungere il sottosuolo e formare falde idriche abbastanza ricche e sfruttate da pozzi, spesso eroganti acque minerali.

Il piccolo altopiano tufaceo o “acrocoro” su cui sorge l’abitato di Monterano (vedi oltre) come quello dall’altra parte della valle del Fiume Bicione, costituito dalla sovrapposizione di diverse rocce vulcaniche (peperini listati del Mignone, Tufo rosso a scorie nere, frutti di diversi episodi eruttivi), è quello che resta dell’antica copertura di rocce vulcaniche, pressoché piatta (“tabulare”), che si formò alla fine delle emissioni di ceneri ed ignimbriti.

Il duro bancone vulcanico, inciso per millenni dai corsi d’acqua che hanno formato le valli strette ed incassate note come “forre” (uno degli ecosistemi più importanti dall’area protetta e del comprensorio), è interessato da fessurazioni che attraversano la massa rocciosa in tutti i sensi e si sta sfaldando per la progressiva separazione delle pareti in massi di diverse dimensioni.

Queste forme di paesaggio, note nel Viterbese come “castelline” perché somigliano ad abitati fortificati, sono tra le più effimere nel panorama geologico laziale e sono destinate a scomparire entro tempi geologicamente molto prossimi. Un masso rotola a valle e ci fa pensare al continuo divenire della Natura, al progressivo trasformarsi di questa nostra Terra.

Flora e Vegetazione.

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Anche a Monterano c’è un antico albero che forse non veniva adorato ma certamente costituiva il luogo dove si svolgevano importanti momenti di incontro della collettività, soprattutto durante il lavoro dei campi: si tratta della maestosa Quercia della Lega, che ha anche una compagna appena un poco più piccola ma altrettanto maestosa.

Il paesaggio vegetale della Riserva Naturale è assai ricco e variato, grazie agli effetti del clima locale; in particolare l’afflusso continuo di umidità dal mare abbassa i limiti altimetrici della vegetazione (cioè si trovano a quote più basse piante che dovrebbero stare in zone collinari più elevate o addirittura montane, come il faggio): questo insieme di fattori viene definito dai botanici come “effetto colchico”. Importante anche il peso delle caratteristiche microclimatiche, cioè al clima di singoli, limitati ambienti quali le forre, sul fondo delle quali, anche nelle estati più secche, troviamo aria fresca e un certo tasso di umidità grazie alla ricchezza di acqua, alla bassa insolazione e alla protezione dai venti. Per tutti questi motivi la Riserva naturale ospita, a stretto contatto, specie di ambiente appenninico quali il faggio e specie di ambito strettamente mediterraneo, come il leccio, specie di areale balcanico come il bagolaro e specie “africane”, come la tamerice.

Fauna.

La Riserva Naturale ospita una fauna ricca e varia che comprende ben 24 specie inserite nelle Liste Rosse (Libro Rosso degli animali d’Italia), nonché negli elenchi di interesse comunitario; essa ospita il 31% della fauna italiana e ben il 56% di quella laziale.

Complessivamente sono state censite 142 specie di vertebrati, con 24 specie inserite nella Lista Rossa (il 19% del totale), un valore assai elevato per un territorio di dimensioni limitate, a conferma della varietà degli habitat presenti e del loro buono stato di conservazione.

riserva-naturale-monterano fauna

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La Riserva Naturale Monterano, istituita nel 1988, tutela uno degli angoli più rappresentativi ed intatti della Tuscia Romana, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, tutelati da un’altra area protetta.

La Riserva Naturale, oggi meta di migliaia di visitatori provenienti da tutta Italia e dall’Europa (attratti dai suoi paesaggi naturali e dalle rovine dell’antica Monterano in cui sono stati ambientati decine di film), dopo un ampliamento dei suoi confini nel 1993, copre oggi poco più di 1.000 ettari di terreno, che custodiscono una grande varietà di ambienti ed una esuberante biodiversità.

Boschi collinari, forre vulcaniche con vegetazione tipica e felci rarissime, prato-pascoli con la loro tipica flora e fauna; il tutto attraversato da un corso d’acqua, il Fiume Mignone, incluso nei Siti di Interesse Comunitario che costituiscono patrimonio dell’intera Unione Europea nell’ambito della Rete Natura 2000.

riserva naturale monterano

Di grande interesse storico-archeologico, ma anche fonte di continue suggestioni panoramiche, la città “morta” di Monterano, con il suo palazzo ducale, l’acquedotto su ardite arcate, la splendida fontana berniniana del leone, il Convento di S. Bonaventura e il tessuto di edifici minori che spesso affondano le loro radici su antiche preesistenze etrusche. Oggi questo ricco patrimonio culturale, grazie alla presenza dell’area protetta, è oggetto di accurati restauri conservativi che contrastano l’incessante opera demolitrice del tempo.

Visitare la Riserva Naturale Monterano significa immergersi in un viaggio nel tempo: tempo dell’uomo con le sue vicende antiche di oltre 3.000 anni, ma anche i tempi molto più lunghi della Natura, che ha modellato questo paesaggio straordinario. Una visita che va fatta prendendosi il tempo dovuto, con calma, soffermandosi sugli spettacolari paesaggi ma anche su piccoli particolari: il volo di una libellula sull’acqua, il gorgogliare di una polla di acqua sulfurea nascosta nella vegetazione, il passaggio furtivo di un picchio o la ricerca, osservando il cielo soprattutto dopo il levarsi del vento, dei grandi rapaci in volo.

Prendetevi anche un momento per uno scambio di impressioni con uno dei tanti anziani di Canale che saranno ben lieti di rievocare fatti e vicende svoltesi in quel territorio a cui sentono, in modo così forte, di appartenere.

Il territorio monteranese si inserisce nel quadro geologico della più vasta regione tolfetano-sabatina, della quale custodisce aspetti rappresentativi. Sui sedimenti calcarei che formano la "base" della serie geologica locale, non affioranti nel territorio monteranese, si sovrappongono i ben noti "flysch" tolfetani. Si tratta di strati sovrapposti di marne (rocce a metà strada tra calcare ed argilla), argilliti (argille trasformate in roccia), arenarie (sabbie trasformate in roccia) e calcari, originatisi tra il Cretaceo ed il Paleogene (quindi tra 90 e 60 milioni di anni fa) nell’ambito dell’antico oceano Tetide.

Questi sedimenti sono poi stati "trasportati" a grande distanza dal luogo di sedimentazione, come dimostra il notevole stato di "disturbo" degli strati rocciosi (in origine orizzontali, oggi intensamente piegati e fratturati). Queste rocce di origine marina sono diffuse nel settore settentrionale ed occidentale della Riserva Naturale (zone della Bandita, Monte Angiano, Monte Ciriano). Al periodo Plio-pleistocenico (tra 5 e 1 milione di anni fa) risalgono sedimenti, anch’essi di origine marina costituiti da argille, argille sabbiose con frequente presenza di lenti e cristalli isolati di gesso, presenti in alcuni limitati settori della riserva (zona di Poggio li Cioccati). I terreni marini sopra descritti nella zona orientale dell’area protetta sono coperti da terreni vulcanici prodotti dall’antico apparato sabatino (zona di Bracciano).

riserva naturale monterano1

Tra questi i cosiddetti "peperini listati" affioranti lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione (formati da eruzioni circa 700.000 anni fa), tufi ("Tufo di Bracciano", "Tufo Rosso a scorie nere", visibile nella zona della Greppa dei Falchi), colate laviche come quella visibile presso il casale della Palombara. Le diverse rocce hanno dato luogo a varie forme di paesaggio: ondulazioni collinari con valli fluviali ampie, con versanti a declivio dolce dove sono presenti rocce sedimentarie; valli strette con pareti verticali, dove affiorano tufi e peperini. Numerose le aree interessate da ricerche minerarie (zolfo, manganese) e le emissioni di acque mineralizzate.

Le Rocce Sedimentarie.

Il paesaggio vulcanico e sedimentario che costituisce il comprensorio Tolfetano è modellato dal corso del Fiume Mignone e dei suoi affluenti. Il Mignone, nel suo tratto di media valle, attraversa la Riserva naturale Monterano per circa 8 Km, segnando abbastanza nettamente il confine tra il settore con rocce sedimentarie, sulla sua destra idrografica, e quello vulcanico, in sinistra. Le rocce sedimentarie sono quelle originate da processi erosivi e di disgregazione di rocce preesistenti ad opera del mare, dei corsi d’acqua, del ghiaccio, del vento o dalla successiva deposizione e consolidamento dei detriti, quasi sempre dopo una fase di trasporto da parte degli stessi agenti che abbiamo citato. I terreni di origine sedimentaria sono qui costituiti da “Unità alloctone” cioè da intere formazioni rocciose, spesse centinaia e centinaia di metri, originatesi molto lontano, sul fondo di antichi mari o in ambienti costieri, e “trasportate” per centinaia di chilometri da quelle forze interne al nostro Pianeta che hanno spostato interi continenti, innalzato catene montuose e creato nuovi mari. La più importante di queste formazioni è quella dei "Flysch tolfetani”. Questo strano nome di origine svizzero-tedesca indica rocce originate da enormi frane sottomarine createsi nell’intervallo tra il Cretaceo ed il Paleogene, cioè tra 65 e 23 milioni di anni fa. All’interno di questa formazione troviamo serie di rocce quali gli argilloscisti varicolori (Cretacico medio), costituiti da argille scistose (cioè formate da tanti “foglietti” di roccia argillosa sovrapposti) e la ben più dura e compatta Pietraforte (Cretaceo Superiore - Paleocene).

L’ambiente in cui si sono formati era quello di un mare temperato-caldo, non molto profondo e non lontano dalla costa e dalle foci di fiumi che trasportavano enormi quantità di sedimenti che, periodicamente, davano origine a gigantesche frane sottomarine. Il vero e proprio flysch argilloso - calcareo (Cretaceo superiore - Paleocene), costituito da argille e calcari marnosi (sono rocce calcaree “sporche” per la presenza di una cospicua componente di argilla), costituisce gran parte degli affioramenti sedimentari all’interno del territorio della Riserva Naturale (zone della Bandita, Monte Angiano, Monte Ciriano). Interessante la presenza di pietra paesina, una roccia assai decorativa formata da tante piccole fratture e settori di forma geometrica con diversa colorazione dovuta alla presenza di ossidi. Più limitati i settori con rocce argillose più recenti, formatesi sul fondo del mare pochi milioni di anni fa (ma rimaste sul posto, senza grandi spostamenti come avvenuto per i fondi dei mari più antichi), quando le uniche zone emerse di questo settore del futuro Lazio costiero era costituito da una serie di isolotti vulcanici. Oggi i rilievi dei Monti della Tolfa, di Monte Calvario, che svetta per 545 m s.l.m. sull’abitato di Canale Monterano, dei Monti Ceriti ci ricordano le isole sparse sull’antico mare, soprattutto quando, qualche giorno all’anno, in autunno, emergono dalla fitta nebbia di fondovalle.

Le rocce sedimentarie sono ricche, in questo territorio, di argille e ciò le rende assai impermeabili: l’acqua non riesce ad infiltrarsi ed il sottosuolo è quasi privo di falde idriche. Le colline di origine sedimentaria sono quelle più soggette all’erosione, soprattutto dove manca il bosco o dove il pascolo è eccessivo: i valori di trasporto solido (cioè la quantità di detrito che viene trasportata dai corsi d’acqua) registrati evidenziano un indice di erosione elevato, quantificato in 682 tonnellate/Kmq/anno di terreno eroso e trasportato a mare. La forma di paesaggio che deriva da queste rocce e dall’intensa erosione cui sono sottoposte è caratterizzata da colline dai versanti “dolci”, poco inclinati e valli molto aperte. Da qui l’importanza di assicurare la protezione dei boschi e delle aree cespugliate, queste ultime essenziali per la tutela del suolo e la rinnovazione del bosco, e la corretta gestione dei pascoli, dove il numero dei capi non deve superare la capacità di carico, cioè la quantità di capi che quel terreno, come produttore di alimento può sopportare in un dato periodo senza subire degrado della copertura vegetale e, quindi, erosione.

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Chi per colpa della crisi deve rinunciare alle vacanze, può comunque regalarsi un week-end o almeno una giornata di relax.

Che sia alle terme, in un centro benessere, in montagna e persino in città, ecco dieci idee per fare una gita di benessere senza allontanarsi troppo da casa e coinvolgendo tutta la famiglia.

La selezione effettuata dai nostri lettori nel mese di Settembre 2013.

Si tratta di gite a parchi naturali, facili escursioni in montagna, sciatine per principianti fatte perlopiu' in giornata, insomma piccole avventure mediamente poco faticose, alla portata di tutti.

1.- Itinerari pugliesi: Altamura città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura.

Altamura stradinaLa chiamano la Leonessa di Puglia: stiamo parlando di Altamura, città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura. Siamo a poco più di 40 km. da Bari e a 19 km. da Matera, quasi al confine della Puglia con la Basilicata. Questa è Altamura, città di storia e dal passato illustre. Il nome ricorda la mitica regina Altea, e nel passato prese anche il nome di Altilia, fiorente città dell'antica Peucezia. La presenza dell'uomo, ad Altamura, è antichissima, come i resti dell'Uomo di Altamura, vissuto all'incirca 400.000 anni fa nella grotta di Lamalunga, e i numerosi reperti recuperati negli scavi archeologici del territorio.
Cinquecento anni prima di Cristo, vennero elevate le poderose mura megalitiche, e da qui il nome di alte o meglio alta-mura. Col passare dei secoli arrivano i Saraceni, e poi i Franchi, ed infine, nel 1232, l'imperatore di Svevia, Federico II. La città rinasce: l'imperatore, per devozione verso la Madonna, fece costruire una grande Cattedrale, una delle quattro basiliche imperiali in Puglia. Federico II dichiarò Altamura ed il suo territorio, città libera, dipendente soltanto dal re. Accorsero allora molte genti, compresi greci, arabi ed ebrei, che andarono ad abitare i quartieri dell'antico borgo medievale, alternato con stradicciole e claustri, tipiche piazzette chiuse.

 

2.- Santa Maria di Ronzano a Castel Castagna é una delle più belle testimonianze storico-culturali che offre la provincia teramana.

Chiesa_di_Santa_Maria_di_Ronzano1Santa Maria di Ronzano é una delle più belle testimonianze  storico-culturali che offre la provincia teramana. Risalendo la Vallata del Vomano, da Roseto degli Abruzzi verso il Gran Sasso, si scopre l'Abbazia che troneggia imponente e ben conservata in mezzo alla campagna circostante l'abitato del comune di Castel Castagna, sulla sponda destra del Mavone.  La Chiesa, edificata nel 1171, é una meravigliosa combinazione di natura e di arte, con la sua facciata absidale e le celle campanarie dietro cui svetta il Corno Grande. E' uno scenario incantevole: siamo nel bel mezzo della Valle Siciliana dai greci chiamata la “Valle dei fichi e degli olivi”dove più di tremila anni fa vi abitavano i siculi, come riferisce lo storico Tucidide. 

 

3.- Castello De Cesaris a Spoltore, costruzione antica, la cui fondazione è avvolta nel mistero.

castello de cesarisQuando il padre le donò l’antico e malandato fabbricato, noto a Spoltore come “il castello”, la signora Luciana De Cesaris era una giovane donna che svolgeva a Roma l’attività di arredatrice e lì coltivava i suoi interessi. All’improvviso si ritrovò proprietaria del grande edificio che negli anni della sua infanzia aveva ospitato, oltre alla scuola e ad alcune botteghe di artigiani, anche la caserma dei carabinieri con le oscure prigioni, dove ancora ricorda di aver visto rinchiudere un ladro. La famiglia De Cesaris lo aveva acquistato nel 1935 da un ricco possidente di Spoltore insieme ad alcuni terreni ma non si era mai interessata troppo alla cadente costruzione da tempo data in affitto ai carabinieri. Anzi quando questi ultimi la abbandonarono considerandola inagibile, ci fu un tentativo, non riuscito, di venderla al Comune, che già possedeva un terzo dell’intero fabbricato.

4.- Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (2a parte).

villa-dragonetti-de-torres7_thumb[2]Qui la decorazione parietale ad affresco viene intervallata, in entrambi i lati, da nicchie che accolgono una serie di busti marmorei di epoca romana, reperti provenienti dal mercato antiquario da cui i Dragonetti attinsero e che contribuì ad arricchire l'ordine decorativo della villa.  Da questo stesso mercato è sicura la provenienza anche delle realizzazioni, di cui si trova traccia sul frontale principale, dei copisti dell'ottocento. Opere che riproducevano tipologie standard di sculture a rilievo desunte dalla produzione antica. Siano essi fregi o medaglioni ma, comunque, adatti a scandire, con la loro ritmia di posizione, le aperture di luce del piano nobile. Se queste aggiunte antiquarie per quel che riguarda l'architettura della villa -ancora immersa nel settecento- sono un'anticipazione dello stile neoclassico, quest'ultimo trova maggiore unitarietà ed espressività, moderna per i tempi, nella decorazione ossessiva e minuziosa dei siti abitativi interni che si susseguono, uno dopo l'altro, in cui si giunge a gustarne l'apoteosi della sua purezza stilistica. E' il caso, ad esempio, del grande salone che si affaccia, sulla destra, sul giardino all'italiana.

5.- Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (1a parte).

villa-dragonetti-de-torresL’incontro con la villa Dragonetti De Torres a Paganica, per chi vi é stato  sospinto dal suo richiamo, è improvviso. La prospettiva della facciata si mostra nella sua interezza subito dopo una doppia curva, che sfiora e subito abbandona il centro cittadino e costringe lo sguardo verso un punto di fuga che si posiziona alle falde, molto prossime, del Gran Sasso. 

Questo primo gioco ottico ci consegna subito una costante della conca aquilana, dove il massiccio montuoso gioca la sua predominanza e dona un significato particolare, nel rapporto segnico-spaziale, a tutto ciò che lo circonda. L'impressione che si riceve, sotto la regia di un tale denominatore/dominatore comune, va a rafforzare la funzione antica della villa, cioè quel rapporto segnicamente forte sui possedimenti terrieri dei Dragonetti De Torres nel territorio preurbano.

6.- San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati

san-gimignano1-620x462San Gimignano è incantevole anche sotto la pioggia, quando i suoi vicoli si riempiono di un fiume disordinato di ombrelli colorati. Quando il cielo prende il colore della pietra con la quale sono costruiti i palazzi, ma viene movimentato dalle variopinte bandiere delle sue contrade. Quando una certa bruma la avvolge, donandole quel fascino misterioso e schivo capace di trasportarti indietro nei secoli fino all’epoca medioevale. Quella delle lotta per le investiture, tra Guelfi e Ghibellini, qui rappresentati dagli Ardinghelli e dai Salvucci, quella delle botteghe e dei mercanti, quella delle famiglie benestanti che per ostentare al mondo il proprio potere economico e sociale ordinavano la costruzione di una torre. E se una avesse mai prevalso su un’altra, la rispettiva torre veniva rasa al suolo in segno di sconfitta.

7.- Capraia è un’isola di cui ci si innamora appena vi si poggiano gli occhi e si può iniziare a sognare.

capraia-03-620x462I greci la chiamarono Aigylion, poi i Romani Capraria, per la presenza di capre selvatiche, si dice, o per la sua roccia (Karpa) di origine vulcanica. Isola selvaggia, dove uomo e natura convivono in un equilibrio da copiare. Non è un’isola turistica, la stagione apre in primavera con il ‘Walking Festival’ e chiude a Novembre con la tradizionale ‘Sagra del Totano di Capraia’. In questi 5 mesi, tra un evento e l’altro, c’è da visitare. Escursioni a piedi, per i camminatori: un percorso ad anello di 10 km (impegnativo) che porta a Lo Stagnone, dove grazie a un microclima particolare diventa oasi naturale per molte specie di uccelli che vivono nell’isola.  L’occhio si perde tra le meraviglie della natura; mirto, elicriso, lentisco e rosmarino selvatico circondano i sentieri, macchia mediterranea su roccia vulcanica, quindi, niente ombra, niente alberi. Qualche muflone, qualche serpentello innocuo, nei pressi dello stagno. E poi mare. Mare di quel blu che sembra disegnato. Di quel blu che non è cielo, non è acqua, ma è mare, mare di Capraia.

8.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: Jovençan - Col de Vertosan.

Cartina del percorsoDescrizione del percorso:

Raggiunta la località di Jovençan, nel comune di Avise, proseguire sulla strada poderale e, dopo aver superato l‘Alpe Tronchey, raggiungere l‘imbocco del sentiero n° 30 indicato in loco dalla segnaletica verticale. Risalendo il versante, tra pascoli alpini e falde detritiche, si supera l‘alpeggio di Méanaz e si raggiunge il Col di Vertosan.

Periodo Consigliato: 1 Luglio - 30 Settembre Difficoltà:
E – Escursionistico Partenza: Jovençan (1868 mt.) Arrivo: Col de Vertosan (2698 mt.)   Dislivello:  830 m

 

9.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: Jovençan - Col de Citrin.

Gran Paradiso Jovençan - Col de Citrin

Descrizione del percorso:

Raggiunta la località di Jovençan, nel comune di Avise, proseguire sulla strada poderale fino a raggiungere, all‘altezza del tornante prima della località Rovine, l‘imbocco del sentiero n° 10 sulla destra della strada, indicato in loco dalla segnaletica verticale.

Risalendo la valle, tra pascoli alpini e falde detritiche, si giunge all‘alpe Sorace. Da qui seguendo il ramo di destra, con stessa numerazione, si perviene infine al Col de Flassin.

Periodo Consigliato: 1 Giugno - 30 Settembre  Difficoltà:  E – Escursionistico  Partenza:  Jovençan (1855 mt.)

 

10.- Escursioni di un giorno nell’area turistica Gran Paradiso: La Ravoire–Lolair.

Gran Paradiso La Ravoire–Lolair

Descrizione del percorso:

Dal parcheggio a lato della strada regionale, all‘imbocco della Valgrisenche in loc. La Ravoire salire la stradina n.3 ad attraversare il centro abitato, per uscire su una pista erbosa e trascurare la diramazione a destra per Rochefort. Si raggiunge una poderale, da abbandonare per la mulattiera a sinistra che ripida incrocia la strada tra muretti e cespugli e, in seguito, vi finisce dentro all‘altezza di un tornante a sinistra. Continuare in salita e riprendere l‘antica via a destra, prima di un muro di contenimento, nel bosco misto di frassino, sorbo montano pino silvestre e roverella.  Un ultimo attraversamento e si giunge ad un bivio, alla base di un pronunciato roccione. Si va a sinistra su un percorso lastricato, poi tra terrazzamenti incolti sino alla sterrata che seguiamo a sinistra sino al termine, nelle vicinanze di un oratorio. Tralasciare la mulattiera a destra e, dopo le belle case in pietra, attraversare l‘ameno pianoro sino a giungere al laghetto di Lolair, circondato da un canneto.

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La chiamano la Leonessa di Puglia: stiamo parlando di Altamura, città fiera e ribelle, bella e nobile per la sua storia e cultura. Siamo a poco più di 40 km. da Bari e a 19 km. da Matera, quasi al confine della Puglia con la Basilicata. Questa è Altamura, città di storia e dal passato illustre. Il nome ricorda la mitica regina Altea, e nel passato prese anche il nome di Altilia, fiorente città dell'antica Peucezia. La presenza dell'uomo, ad Altamura, è antichissima, come i resti dell'Uomo di Altamura, vissuto all'incirca 400.000 anni fa nella grotta di Lamalunga, e i numerosi reperti recuperati negli scavi archeologici del territorio.
Cinquecento anni prima di Cristo, vennero elevate le poderose mura megalitiche, e da qui il nome di alte o meglio alta-mura. Col passare dei secoli arrivano i Saraceni, e poi i Franchi, ed infine, nel 1232, l'imperatore di Svevia, Federico II.

Altamura stradina

La città rinasce: l'imperatore, per devozione verso la Madonna, fece costruire una grande Cattedrale, una delle quattro basiliche imperiali in Puglia. Federico II dichiarò Altamura ed il suo territorio, città libera, dipendente soltanto dal re. Accorsero allora molte genti, compresi greci, arabi ed ebrei, che andarono ad abitare i quartieri dell'antico borgo medievale, alternato con stradicciole e claustri, tipiche piazzette chiuse. Se ne contano oltre 80 e si sono create quasi spontaneamente, per il ritrovarsi assieme di famiglie o gruppi etnici, tra cui anche greci, mori e giudei, come il claustro della Giudecca, il claustro Cionno e così via. Claustro vuol dire "luogo chiuso". Ne esistono di due tipi: quello a stile greco, con slargo tondeggiante con al centro solitamente un pozzo, e quello a stile arabo, come una piccola strada, stretta, con in fondo il pozzo per la raccolta delle acque piovane. Il claustro garantiva il vivere in comunità della gente, ma anche la difesa perché, essendo a vicolo cieco, poteva essere una trappola per gli assalitori, dove poter tendere insidie: sassi, olio o acqua bollente.

Altamura

Ogni comunità aveva il suo spazio religioso. Ad esempio i greci-ortodossi fecero costruire la chiesa di San Nicolò, chiamata appunto dei Greci, sul cui portale vennero riprodotte, nel 1576, scene dell'Antico e del Nuovo Testamento, oggi in gran parte ritoccate o sostituite, come il rosone centrale. Sul feudo di Altamura si alternano signorotti e baroni. Poi le sorti della città vennero affidate agli Orsini del Balzo, principi di Taranto, che elevarono chiese e conventi nel centro storico. Nel 1463, lo stemma comunale fu sormontato dalla corona, per espressa concessione dell'imperatore Ferdinando I d'Aragona. Città fiera e indipendente: Altamura. Nel 1531 gli stessi cittadini la riscattarono, pagando ben 20.000 ducati, pur di farla tornare libera, con la sua autonomia municipale. Altamura fu dote di matrimonio di Margherita d'Austria, figlia dell'imperatore Carlo V d'Asburgo.

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La città, tra '500 e '700, cresce con chiese e palazzi. Presso Porta Matera vi è la chiesa di San Francesco da Paola con l'annesso monastero di Santa Maria del Soccorso, nel 1872 diventato asilo Principessa Margherita di Savoia. Su piazza Zanardelli si affaccia l'elegante chiesa e convento di San Domenico, oggi sede dell'Archivio, Biblioteca e Museo Civico. All'interno della chiesa, dipinti e altari annunciano l'arte barocca: pregevole il pavimento, in maiolica, del 1750. Poco fuori la città vi è il santuario della Madonna del Buocammino, con festa e processione.

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Come da sotto ad un arco, appare la cinquecentesca chiesa di San Michele Arcangelo, dedicata al Suffragio delle Anime del Purgatorio. Tra i palazzi, il più antico, è il cinquecentesco Palazzo De Angelis-Viti, addirittura dimora degli Orsini Del Balzo. Più volte rimaneggiato, si eleva su tre piani: sontuoso ed austero il portale, elegante il loggiato su cui si apre Porta Bari.

Altri palazzi, come Baldassarre, Martini, Cagnazzi, Filo, Sabini, Melodia, testimoniano le nobili famiglie di Altamura. La cultura degli altamurani fu premiata nel 1748 da Carlo III di Borbone che istituì, in città, l'Università degli Studi, dove insegnarono professori di chiara fama.

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Le idee di libertà, uguaglianza e fraternità fiorirono in fretta: nel 1799 venne piantato l'Albero della Libertà con i simboli della rivoluzione francese e venne proclamata la repubblica. Il sogno di libertà durò pochi giorni perché giunsero immediatamente le truppe della Santafede, guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo, in assedio della città. Altamura cercò di resistere con ogni mezzo e con soli tre cannoni: ma fu tutto inutile. Il 10 maggio dello stesso anno, l'esercito filoborbonico entrò in città, saccheggiandola.

Per il coraggio dimostrato e la fierezza ribelle dei suoi cittadini, Altamura venne soprannominata la Leonessa di Puglia. Palazzo Viti ospitò dal 1808 al 1817, la Corte d'Appello di Terra di Bari, Basilicata e Terra d'Otranto, concessa da Gioacchino Murat per il tributo di fede e di sangue del 1799. Lo spirito rivoluzionario si fece sentire anche nel Risorgimento tanto da fare di Altamura, la sede del Comitato Insurrezionale Barese e, dopo l'Unità del 1860, fu la sede del primo Governo Provvisorio per la Puglia. Il resto della storia è altrettanto gloriosa, dal Novecento fino ai nostri giorni.

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Santa Maria di Ronzano é una delle più belle testimonianze  storico-culturali che offre la provincia teramana. Risalendo la Vallata del Vomano, da Roseto degli Abruzzi verso il Gran Sasso, si scopre l'Abbazia che troneggia imponente e ben conservata in mezzo alla campagna circostante l'abitato del comune di Castel Castagna, sulla sponda destra del Mavone. 

La Chiesa, edificata nel 1171, é una meravigliosa combinazione di natura e di arte, con la sua facciata absidale e le celle campanarie dietro cui svetta il Corno Grande.

E' uno scenario incantevole: siamo nel bel mezzo della Valle Siciliana dai greci chiamata la “Valle dei fichi e degli olivi”dove più di tremila anni fa vi abitavano i siculi, come riferisce lo storico Tucidide. 

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Purtroppo l'incuria del tempo o, forse, le vicende di un antico vissuto privano oggi il visitatore di ciò che fu l'antichissimo cenobio benedettino il cui abate ronzanese era alle strette dipendenze del San Nicola di Bari.

Del resto nelle numerose testimonianze scritte sulla chiesa abbaziale di Ronzano ricorrenti sono i riferimenti pugliesi e pisani ma anche i richiami d'Oriente impressi nelle arcate cieche e nelle belle decorazioni di cui sono pieni i muri di questo importante monumento ricco di tesori come ad esempio la statua lignea gotica raffigurante la Madonna col Bambino, riesposta di recente dopo un attento e lungo restauro.

Lasciata la piccola frazione di Ronzano l’itinerario prosegue verso la vicina Castelli: famoso borgo incastellato alle pendici del Monte Camicia dove la manualità e l'ingegno sviluppatisi nel corso dei secoli hanno espresso un artigianato d'eccellenza nell'arte e nella lavorazione della ceramica. 

Lo stile architettonico della chiesa è caratterizzato da una chiara impronta di stile romanico – pugliese che si ritrova nell'impostazione delle finestrature, negli archi ciechi della zona del presbiterio e nella pianta che, sebbene internamente racchiuda tre absidi semicircolari, esternamente appare rettilinea. Queste caratteristiche accomunano la fabbrica di Ronzano alle chiese pugliesi della cattedrale di Bitonto, del duomo di San Corrado a Molfetta e della basilica di San Nicola a Bari.

Affreschi.

Il catino absidale contiene un ciclo d'affreschi medievali su cui la critica storico-artistica ancora dibatte : sono variamente datati 1181 o 1281, in base all'interpretazione che viene data dell'iscrizione dipinta che corre alla base della calotta absidale. Nella calotta absidale è rappresentato Cristo benedicente all'interno di una mandorla, attorniato da quattro angeli in volo: nella mano sinistra tiene un disco su cui è scritto EGO SUM LUX MUNDI o altrimenti EGO SO(L)LUS MUNDI.

Chiesa_di_Santa_Maria_di_Ronzano3Nel primo registro della parete absidale sono rappresentati i dodici apostoli, con al centro la rappresentazione dell'Annunciazione, con la Vergine Maria e l'arcangelo Gabriele, rispettivamente alla destra e alla sinistra della finestra.

Nel secondo registro iniziano le scene relative all'infanzia di Cristo: la prima scena a sinistra mostra la Visitazione della Vergine Maria a S. Elisabetta; segue la Natività di Gesù, con il Bambino doppiamente rappresentato.

Al centro della parete e immediatamente sotto la finestrella, è rappresentata l'Adorazione dei Re Magi, con la Madonna seduta in trono e il Bambino Gesù in braccio: purtroppo le figure dei Magi sono completamente scomparse, rimane solo una parte del cavallo riccamente agghindato.

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Segue la scena della Fuga in Egitto, con la Madonna seduta sul somaro insieme al Bambino e S. Giuseppe li guida, tenendo sulle spalle un bastone con appeso un fagotto e un barilotto, e indossa il pileus cornutus, il berretto a punta utilizzato nel XIII secolo come elemento distintivo per gli Ebrei. Nell'ultima scena del secondo registro è raffigurata la Strage degli Innocenti e in molti l'hanno collegata alla scena sottostante, l'ultima del terzo registro, variamente interpretata come le Pie Donne al sepolcro o le madri piangenti degli Innocenti.

Sul terso registro sono rappresentate le scene relative alla Passione di Cristo: la prima raffigura il Bacio di Giuda e la Cattura di Cristo operata da una moltitudine di soldati vestiti con l'armatura; segue Cristo davanti a Pilato, portato da un soldato; la Flagellazione di Cristo, con ai lati due soldati forniti di scudiscio e bastone; al centro della registro è la Crocifissione, in parte scomparsa, ma si riesce ancora ad ammirare la figura di Longino a sinistra con la lancia e la figura dell'altro soldato con il secchiello dell'aceto. Segue la Richiesta del corpo di Cristo e Pilato da parte della Madonna e di San Pietro; poi la Deposizione nel sepolcro, e l'ultima scena già sopra menzionata.

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Da vedere
Soffitto Maiolicato della Chiesa di San Donato, “La Sistina della maiolica”: 780 mattoni votivi AD 1615-1617; Raccolta Internazionale d'arte ceramica, più di cinquecento opere di artisti di 50 nazioni esposte presso l'Istituto d'arte; Presepe Monumentale, 54 statue in ceramica a grandezza naturale costruite dagli allievi dell'Istituto d'Arte 1965-1975.

La cucina
Oltre alla natura e alla storia la sosta può essere allietata dalla scoperta di piatti tipici di una rinomata gastronomia ricca soprattutto di “primi” come i maccheroni con le pallottine, il timballo di crispelle, le scrippelle ‘mbusse, ossia in brodo, e se capitate in zona il primo maggio non dimenticate “le Virtù” in omaggio alle buonissime erbe di stagione cucinate in modo tradizionale e casalingo con tanti tipi di pasta.

Sempre nella zona di Castel Castagna non mancano salumi e formaggi pecorini prodotti in maniera artigianale che si possono acquistare direttamente dai produttori o presso le aziende agrituristiche.

Informazioni
Centro informazione turistica Provincia di Teramo
Tel. 0861/ 331295-331537- Fax 0861. 331263-331545

Come arrivare
Autostrada A 14 uscita Roseto degli Abruzzi - Autostrada A 24 uscita Isola del Gran Sasso-Colledara.

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