Viaggio nella valle del Po: terza puntata.

valle del po' mappa_thumb[1]_thumb_thumbAnche prima di affrontare la sua fortunata avventura televisiva, Soldati “operava” a stretto contatto con il territorio. Quando qualcosa lo sorprendeva, lo appassionava, rispecchiava la sua visione del mondo, ne faceva un racconto.

Ogni città, ogni paesino descritto nelle sue pagine è un luogo concreto, tangibile, percorribile. Ogni personaggio esiste, ogni dialogo è vero, ogni pietanza riportata nelle sue pagine è stata da lui assaggiata e apprezzata.

Ci si può fidare sulla parola. Il garante è lui stesso: caro lettore, caro spettatore, caro telespettatore, sembra dire, io non intendo ingannarti più di quanto richieda quel minimo di finzione che fa un romanzo, un film, una trasmissione televisiva. Questa dichiarazione di lealtà trasmette al lettore, ma anche al (tele)spettatore, una sensazione di tranquillità e di benessere, che lo predispone volentieri alla lettura e alla visione. Il sottotitolo che Soldati volle per il suo “Viaggio nella valle del Po”, che a distanza di 50 anni esatti qui ripercorriamo, è forse il carattere principale della sua poetica: “Alla ricerca dei cibi genuini”.

valle del po panorama_thumb[1]_thumb_thumbFidatevi dunque, la mia pagina è sincera, quello che vi faccio vedere è vero, promette Soldati. C’è un passaggio esemplare in uno dei suoi “Racconti del Maresciallo”: “Ma lui sa che io scrivo i suoi racconti: e ci tiene, prima di tutto, a essere serio, a essere sincero”, dice Soldati del suo amico carabiniere nel racconto “Un sospetto”, ambientato a Bardonecchia. E qualche riga dopo lo stesso maresciallo precisa: “Dovrei inventare, e i’ sôn nen bôn… non sono capace”.

Poco importa se poi qua e là, nei suoi romanzi, come nei suoi film e nelle trasmissioni tv, sono disseminate piccole e innocue trappole. Quello che conta è che Soldati odia l’artefatto, l’adulterato. Nel cibo, nel vino, nella letteratura. Soldati non ha mai fatto parte dell’avanguardia, aveva in orrore lo sperimentalismo, come dimostrano i suoi interventi alle cerimonie di premiazione del Premio Pannunzio, che presiedette per anni. La sua pagina è piana, semplice, naturale, come lo scorrere del Po. Il complimento più bello glielo fece Italo Calvino, quando in una lettera a Pasolini sostenne che Soldati “scrive in italiano come i francesi scrivono in francese”. Chi conosce Zola e Balzac sa che cosa voleva dire. E non è un caso se facciamo i nomi di due scrittori dell’Ottocento.

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Terza Puntata

Decima tappa: Canelli.

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   Il vino è il protagonista della terza e della quarta puntata del “Viaggio”, in onda rispettivamente il 17 e il 24 dicembre 1957. La troupe della Rai fa tappa a Canelli, La Morra, Fontanafredda, Govone, Alba e Pessione. Canelli è importante per lo spumante. La prima inquadratura è dedicata a un carretto trainato da un cavallo che trasporta tre botti. La seconda è per un operaio che, a mano, scuote e gira di qualche grado le bottiglie di spumante infilate in appositi cavalletti (detti “pupitre”), affinché i residui della fermentazione (fecce) scendano verso il turacciolo. Immagini di altri tempi. Oggi il “remuage” è stato meccanizzato, sebbene il lavoro a mano sopravviva in molte piccole aziende. Soldati chiede all’operaio da quanto tempo fa quel lavoro così scomodo e lui, preciso, risponde: “Da cinquantun’anni e mezzo”. Aggiunge che un bravo operatore riesce a “girare” 40mila bottiglie in otto ore, ma mediamente se ne fanno 30-35mila. Il problema è che lo spumante deve essere assolutamente limpido e non può permettersi di avere il fondo come il vino rosso. Come abbiamo detto, il “Viaggio nella Valle del Po” non è soltanto una ricerca dei cibi genuini, ma anche un documentario sulle tecniche produttive e l’introduzione delle macchine, alle quali peraltro Soldati si mostra un po’ allergico.

   Dopo la lunga fase di “manipolazione” delle bottiglie, che dura 4-5 anni, si passa alla fase della sboccatura per eliminare proprio quei residui della fermentazione vicino al tappo: la bottiglia viene stappata, sboccata di un certo quantitativo di liquido, che viene immediatamente ripristinato con l’aggiunta del cosiddetto “liquore” o sciroppo di dosaggio, fatto di zucchero candito sciolto in vino invecchiato (qualcuno ci aggiunge anche un po’ di cognac), adatto a rendere amabile lo spumante. Fino ad alcuni anni fa, l’operazione di sboccatura veniva eseguita manualmente (ma l’operaio doveva essere molto bravo a ritappare in tempo per non perdere troppo liquido e gas), oggi è meccanizzata. Soldati passa poi a mostrare la fase della “tappatura” finale, completamente meccanica. Il padrone della fabbrica ammette che qualche volta le bottiglie scoppiano (la pressione interna dell’anidride carbonica dovuta alla fermentazione raggiunge le 6-7 atmosfere) e che è pericoloso per gli occhi. Soldati si sofferma però sul processo produttivo: “Mi rattrista un pochino la meccanizzazione”. Sembra quasi che per lui il lavoro dovrebbe essere sempre manuale e faticoso. A quel punto il proprietario lo porta da un operaio, che fa un lavoro oggi fortunatamente estinto: deve passare tutte le bottiglie, una per una, sulla luce di una candela. Se la luce e il contorno delle dita attraverso il vetro risultano netti vuol dire che lo spumante è limpidissimo, se invece c’è un po’ di velatura il vino non è limpido e la bottiglia va dunque soppressa. Lo spumante viene fatto con uve pinot, i cui vitigni sono stati importati dalla Francia nel secondo decennio del Novecento.

   “Non ero mai stato a Canelli – dirà Soldati alla fine – eppure l’ho riconosciuta subito. La conoscevo dalle opere di Cesare Pavese, che era di Santo Stefano Belbo. Questo prova che lo scrittore quando è bravo coglie la realtà nel vivo meglio di qualunque fotografia, di qualsiasi operatore o regista cinematografico”. Soldati era amico di Pavese, lo scrittore che si suicidò in un hotel di Torino in piazza Carlo Felice il giorno di Ferragosto del ’50. In uno dei suoi romanzi più belli, “La luna e i falò”, Pavese definì Canelli “la porta del mondo”. Il protagonista si chiamava Nuto, ma il suo vero nome era Pinolo Scaglione, un amico di Pavese: la sua falegameria è diventata un museo di memorie pavesiane.

Undicesima tappa: La Morra.

    “In un angolo della piazzetta della Morra c’è una trattoria dove si mangia come in famiglia”, racconta Soldati. È qui che la troupe Rai, composta da 15 persone, fa una sosta ristoratrice, dopo aver filmato i vigneti, tema della puntata, la torre, il monumento al soldato, il campanaro. La tappa è breve. Alla fine del pranzo, Soldati si affaccia in cucina e, forse per suscitare l’invidia dei telespettatori, fa dire alla cuoca, la signora Roggero, che cosa gli ha servito. Apprendiamo così che Soldati e i suoi collaboratori hanno mangiato insalata capricciosa, involtini di prosciutto, brasato al barolo, fagiano al salmì e una panna cotta superlativa.

Dodicesima tappa: Fontanafredda.

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   Per dimostrare “la potenza di fuoco” del Piemonte sul fronte dei vini, la troupe capitanata da Soldati si sposta nelle Langhe e precisamente a Serralunga d’Alba, nella vecchia tenuta Fontanafredda, circondata da settanta ettari di vigneti. Qui lo scrittore-regista incontra il signor Ferro, il quale gli racconta che la tenuta apparteneva al re Vittorio Emanuele II. Fu però il figlio Emanuele di Mirafiori, nato dalla sua unione con la Bela Rosin (Rosa Vercellana) ad avviare l’azienda vitivinicola. Le botti in rovere di Slavonia sono ancora quelle originali con lo stemma di Emanuele. Ferro spiega che le botti per i vini nobili come il barolo devono essere rigorosamente di rovere. Queste qui contengono 150 ettolitri, ma la tenuta ne possiede anche di capienza pari a 320 ettolitri. Le botti in cemento (vetro all’interno) servono invece per la conservazione dei vini bianchi, in particolare il moscato. La carrellata della telecamera mostra botti piene di barbera, barolo, barbaresco, freisa, grignolino. Dopo la visita alla tenuta, che ha diverse cantine sovrapposte, Soldati insiste per vedere la casa di caccia dove viveva la Bela Rosin, figlia di un ufficiale delle guardie del re Carlo Alberto, amante e poi moglie morganatica di Vittorio Emanuele II. L’amore sbocciò quando lei aveva 14 anni (lui 27) e durò molto più a lungo di tutti gli amori del re d’Italia, che procreava a destra e a manca chiamando i figli avuti dai rapporti con le sue amanti tutti con il cognome Guerriero o Guerrieri

di Riccardo De Gennaro

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