Gli interni abruzzesi della villa Dragonetti De Torres a Paganica (1a parte).

L’incontro con la villa Dragonetti De Torres a Paganica, per chi vi é stato  sospinto dal suo richiamo, è improvviso. La prospettiva della facciata si mostra nella sua interezza subito dopo una doppia curva, che sfiora e subito abbandona il centro cittadino e costringe lo sguardo verso un punto di fuga che si posiziona alle falde, molto prossime, del Gran Sasso. 

Questo primo gioco ottico ci consegna subito una costante della conca aquilana, dove il massiccio montuoso gioca la sua predominanza e dona un significato particolare, nel rapporto segnico-spaziale, a tutto ciò che lo circonda. L'impressione che si riceve, sotto la regia di un tale denominatore/dominatore comune, va a rafforzare la funzione antica della villa, cioè quel rapporto segnicamente forte sui possedimenti terrieri dei Dragonetti De Torres nel territorio preurbano.

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La Villa si posiziona come esatto pendant del castello di Lucoli che, a sua volta, esercitava il controllo sulla proprietà patrizia a nordovest della città dell'Aquila. Tanto che, andando a ritroso nel tempo, è cosa ovvia portare a mente che la dimensione di questa funzione sul territorio, vista nel momento di massima espressione della potenza dei Dragonetti De Torres, realizzava la sua perfezione d'immagine giocando con un punto preciso del centro della città aquilana, rappresentato dal palazzo di città della famiglia, sede, oggi, di importanti istituzioni.

Dai racconti raccolti sul luogo, facilmente suffragati anche dalla sola osservazione del terreno antistante la villa, possiamo immaginarne l'antica e dolce inclinazione che conformava un proscenio del tutto particolare. Proscenio che si distendeva sino a lambire il corso delle acque che, con naturalezza, discendevano dal massiccio e che oggi, invece, noi troviamo costrette, nella loro scarsa portata, a districarsi attraverso una cementificazione indiscriminata.

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I leoni scolpiti nella pietra, che anticamente erano posti a guardia dell'ingresso della villa e che dominavano la strada -ad essere più precisi un camminamento- oggi mal raggiungono con la loro pericolosa fierezza l'interesse disattento degli intrusi. Attualmente nascondono i loro ruggiti di pietra dietro l'impenetrabilità del muro di cinta che perimetra tutto l'edificio.

Questa costrizione subita dal fronte della villa, che ha preso la forma attuale man mano nel tempo, per un esercizio del paradosso dilata la vasta estensione, a prato e a ghiaia, posteriore, che conduce, dolcemente, all'altro ingresso non meno ricco architettonicamente e in dialogo fluente con la struttura del giardino all'italiana che s'intravede attraverso l'alta siepe perimetrale di bosso.

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Con immaginazione, oggi, possiamo comprendere ciò che intimamente animava la visione che si offriva a chi ruotava lo sguardo, verso destra, di centottanta gradi -dal frontale con le prime ripartizioni del giardino alla parte postriore con la sua distesa ampia- quella sensazione complessa ed esaltante del possesso. La vera essenza dell'essere padroni e padroni del mondo, tanto vasto e ricco di segni era il dominio che si mostrava.

La villa, da non molto tempo, ha iniziato una fase nuova della sua storia che la dispone ad una funzione diversa e contrapposta all'antica, rivolta ad una propria autoaffermazione, ad una flessione quasi sensuale, fortemente tesa verso l'ammirazione della propria bellezza, ad un conclusivo gesto narcisistico da fine atto, proprio come il gesto, rallentato dalla storia, di una Gran dama nella tarda ora della sua lunga vita.

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Il nuovo proprietario di villa Dragonetti è Paolo Barattelli. E' sufficiente l'appartenenza a questa famiglia, che tanto lustro ha dato negli ultimi decenni alla storia aquilana, per avere la certezza di una garanzia sulla salvaguardia e sul futuro della villa di Paganica.

L'impegno assunto dalla nuova proprietà, nelle operazioni di stabilizzazione delle parti più a rischio dell'edificio e nel restauro degli affreschi e delle pitture della decorazione interna, riconsegna, oggi, nella sua compiutezza la bellezza formale della residenza di campagna.

Il risultato ottenuto offre, oggi in Abruzzo, un modello raffinato ed elegante di relais di campagna che non ha nulla da invidiare a quelli, ritenuti insuperabili, della Toscana o dell'Umbria. 

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La posizione, la luce, la maestosità dell'edificio con i suoi aspetti particolari ci fanno gustare una bellezza ed una ricchezza così particolari che si stenta a conciliarli con la severità propria del luogo.

Villa Dragonetti De Torres è, per svariati motivi, il disegno di un azzardo epocale. Difatti, già gli anni della sua edificazione, quelli tumultuosi e provvidi di profonde trasformazioni a cavallo tra settecento e ottocento, la vedono come tale.

I moti rivoluzionari che interessarono Napoli ed il Regno nel 1799 seguivano le trasformazioni profonde marcate dalla madre di tutte le rivoluzioni: quella francese del ‘93. Le classi sociali europee più intrise d'illuminismo ebbero, quindi, il bisogno impellente d'imprimere nell'accelerazione della storia un'immagine di sé totalmente rinnovata, tanto nelle idee quanto nel gusto e nello stile.

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La traduzione degli stilemi del classicismo, in quegli anni, percorsero tutte le direzioni possibili, da quella semplice e pubblica dell'oratoria con cui si arringavano popoli ed eserciti, all'architettura, alla decorazione, all'arredo e al disegno degli abiti, e villa Dragonetti porta impressa in sé una coniugazione incessante di questi generi.

Si può azzardare nell'affermare che la sua ansia di registrazione l'ha lasciata come archivio ideale di un'epoca, dal quale possiamo portare ad evidenza con facilità le sue icone più significative.

Già dalla galleria, al piano terra, che collega i due ingressi, si può osservarne la dinamica evolutiva.

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